Anche Hebron approva Abu Mazen di Giorgia Grifoni

Hebron (Cisgiordania), 24 settembre 2011. “Grazie per essere qui. Grazie, perché state con la Palestina”. Sorride un ragazzo distogliendo lo sguardo dal maxischermo, e porge una sciarpa della Palestina ai due stranieri che seguono il discorso di Abu Mazen alle Nazioni Unite dal centro della città di Hebron. Almeno duemila persone si sono radunate ieri per assistere a quello che da molti è considerato un momento storico per il popolo palestinese.(…) “Abu Mazen!Abu Mazen!” hanno urlato i giovani alla fine del discorso del loro presidente. Poi hanno aspettato la dichiarazione di un altro statista, quella di Benjamin Netanyahu, e verso lo schermo sono volate decine di scarpe. Il massimo della violenza a cui ieri la città ha assistito.
“Non me l’aspettavo-dichiara Badia- è stato molto coraggioso. Non aveva mai parlato in questo modo”. Sono quasi tutti soddisfatti i ragazzi per strada, ma alcuni si lamentano della troppa enfasi data da Abu Mazen ai negoziati: “Non avrebbe dovuto insistere così tanto sulla volontà dell’Autorità palestinese di ritornare a negoziare con Israele. Avrebbe dovuto tener duro sulla linea del riconoscimento internazionale, perché noi non vogliamo più trattare con gli israeliani” afferma Murad, 25 anni. Altri invece la vedono in modo diverso. “Se Abu Mazen non avesse mai negoziato con Israele – spiega Issa, 31 anni -sarebbe stato il miglior presidente del mondo. Il fatto che abbia trattato per tutti questi anni ha rovinato la sua reputazione. Non abbiamo avuto una sola strada in più, e neanche un prigioniero libero: al contrario, gli israeliani hanno lavorato per indebolirlo sempre di più. Ma ora che ha scelto di andare alle Nazioni Unite, tutti i palestinesi sono di nuovo con lui. Guarda questa piazza: sono tutti qui per sostenere Abu Mazen”.
Se l’iniziativa palestinese dovesse fallire, loro ne uscirebbero comunque a testa alta: “Non è una questione di fallimento -continua Issa- è una questione di resistenza. Andare alle Nazioni Unite è solo uno dei modi che abbiamo per resistere. Nonostante il veto statunitense che ci verrà imposto, non stiamo perdendo: abbiamo vinto nel momento in cui abbiamo presentato la nostra domanda di adesione all’Onu. Se ci dessero uno stato, vinceremmo di più. Ma se non lo facessero, avremmo comunque guadagnato il sostegno della maggior parte delle nazioni del mondo”. (…)
Issa prova a spiegare quale sarà, secondo lui, il prossimo passo dell’Autorità palestinese, o meglio, del popolo palestinese: “Riuniremo tutte le fazioni, i partiti e le organizzazioni, e insieme consolideremo la resistenza non violenta. Continueremo ad andare all’Onu e, se la Palestina otterrà lo status di non-membro osservatore, denunceremo i crimini israeliani alla Corte Penale Internazionale. Faremo pressione sui governi mondiali perché boicottino Israele. L’America ha già perso la faccia, e se le Nazioni Unite continueranno a negarci la libertà e l’esistenza, anche loro la perderanno”. E’ l’Onu che promuove la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, e la stessa organizzazione sostiene la Primavera Araba. “Anche noi – conclude Issa -vogliamo la nostra primavera. Anzi, no: vogliamo il nostro autunno”. (Nena News)

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