Anche Vik Utopia Arrigoni

admin | April 15th, 2011 – 10:19 am

Verrebbe da dire: “Ora basta”. Il problema è che non si sa a chi dirlo, “Ora basta”. A pochi giorni dall’uccisione di Juliano Mer Khamis, a Jenin, ora tocca a Vittorio Arrigoni, Vik, Utopia, pacifista, attivista, abitante di Gaza tra i palestinesi di Gaza, autore di uno dei motti più incisivi per descrivere la disperazione di Gaza. Restiamo umani. Anche lui ucciso così, a sorpresa. Anche lui ucciso in quella che sembra, all’apparenza, una storia tutta interna al mondo palestinese. I laici contro i retrogradi, i buoni contro gli islamisti  radicali.

Mi rifiuto di pensare che questa storia, come quella che ha portato all’uccisione di Juliano Mer Khamis, sia così semplice. Così chiara. Così cristallina.  Mi rifiuto di pensare che di questi tempi rivoluzionari, travolgenti, in cui tutti i parametri della regione stanno cambiando così rapidamente, la tragica morte di Vittorio Arrigoni sia un mero accidente della Storia, dello scontro tra Hamas e salafiti.

Odio le dietrologie, i complottismi, così come mi annoiavano i cremlinologi. Mi faccio, invece, domande sulla logica. Senza per ora trovare risposte. Mi chiedo perché ora, perché ora Juliano Mer Khamis, perché ora Vittorio Arrigoni. Mi chiedo come mai, in una fase nella quale le rivoluzioni arabe segnano un percorso diverso, in cui salmiya, la nonviolenza è il faro delle proteste contro i regimi autoritari, una strana violenza ritorna tra i palestinesi. Mi chiedo perché ora, quando l’Egitto vive una transizione difficile, confusa ma ineluttabile. E quando la Siria si sta incamminando in quella che è più di una rivolta. Mi chiedo perché ora, quando sono ripresi i faticosi contatti per la riconciliazione tra Fatah e Hamas (l’ultimo domenica, al Cairo). Mi chiedo perché a Gaza, dopo che una tregua era stata faticosamente – ma rapidamente – raggiunta.

Sia ben chiaro. Non ho risposte. Il cui prodest si applica, con diversi pesi e misure, all’una e all’altra parte della barricata. Tra chi, secondo me, non riesce a reagire all’ondata travolgente dei cambiamenti in corso nel mondo arabo se non riproponendo una logica antica. Quella del mestare nel torbido.  Non credo neanche che queste morti terribili, e ancor più terribili e amare – permettetemelo –  per chi sta qui ormai da tanti anni, cambieranno il corso della storia di una regione che ha compiuto il giro di boa, ed è pienamente dentro un altro capitolo della sua contemporaneità. Sia che le morti di Mer Khamis e di Arrigoni siano il frutto di un mero scontro dentro gli equilibri locali palestinesi, sia che siano il prodotto di una regia a tavolino, la tempesta in corso nella regione non subirà alcun cambiamento. E’ lì, è un fatto, è un processo in corso. Ed è questa certezza, forse, l’unica consolazione di fronte a gesti così cattivi e inutili.

I ragazzi di Tahrir, le proteste del Bahrein, lo scatto di dignità dei tunisini, il coraggio dei siriani di Deraa sono la rappresentazione fedele di quel restiamo umani con cui Vittorio Arrigoni concludeva ogni sua corrispondenza da Gaza postata sul suo blog.  E’ per quel restiamo umani che gli arabi, soprattutto i ragazzi, hanno deciso che dignità, rispetto, cittadinanza valessero la pena di lottare, e di scardinare un intero sistema di autocrazie.

Restiamo umani, anche dopo la morte di Utopia.

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