Ancora crediamo alla recita di Israele paese piccolo e debole attaccato da tutti?

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Fulvio Scaglione: “È tutta una bufala. Nella realtà, Israele è da molti anni l’unica vera potenza del Medio Oriente”

di Fulvio Scaglione – Linkiesta

Come tutte le guerre contemporanee, anche quella tra Israele e Iran è, assai prima che di eserciti, servizi segreti o apparati economici, una guerra di narrazioni. Tanto che si potrebbe tracciarne la cronistoria attraverso gli attrezzi di scena usati dagli attori principali, dal (presunto) frammento di drone iraniano appena esibito da Benjamin “Bibi” Netanyahu alla Conferenza di Monaco ai passaporti che russi che il presidente ucraino Poroshenko sventolò due anni fa davanti alla stessa pletea, dal disegno con la classica bomba rotonda e miccia accesa che ancora Netanyahu usò nel 2015 davanti al Congresso americano su su fino alla provetta piena di borotalco ma spacciata par arma chimica irachena che Colin Powell, allora segretario di Stato Usa, mostrò al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Si recita a soggetto, insomma, per conquistare il consenso politico interno e regalare la scusa buona alle alleanze internazionali che hanno lo stesso problema di consenso ma che si regolano poi in base a un unico criterio: la convenienza, il profitto, il vantaggio. E basterebbe osservare la schizofrenia generale nei confronti di Recep Erdogan e della Turchia, dall’Europa che lo condanna e lo bandisce nello stesso tempo agli Usa che fanno i fratelli maggiori dei curdi in Iraq ma gli lasciano bombardare i curdi in Siria per capirlo.

Israele e Iran, però, sono oggi il massimo esempio. Netanyahu recita la parte, tradizionale per gli israeliani, del leader di un piccolo e debole Paese attaccato da tutti, sempre a rischio, impegnato allo spasimo, e quasi solo sulla base del proprio “resolve” (decisione, determinazione, coraggio: è il termine usato da Natanyahu a Monaco, lo stesso che fece da mantra alla campagna presidenziale di Hillary Clinton), a garantirsi la sopravvivenza.

È tutta una bufala. Nella realtà, Israele è da molti anni l’unica vera potenza del Medio Oriente. È suo l’esercito più potente, suoi gli armamenti più moderni e avanzati (compresi i nuovi sommergibili nucleari prodotti in Germania), sua la percentuale più alta del prodotto interno lordo (7%) dedicata alle spese per la Difesa. Israele ha dagli anni Ottanta la bomba atomica anche se, non avendo aderito ai trattati internazionali, nessuno sa di quante testate disponga: si ritiene in genere che siano tra 100 e 200. Nessun Paese riceve dall’estero gli stessi aiuti per la difesa che riceve Israele: dai soli Stati Uniti, 38 miliardi di dollari in dieci anni a partire dal 2016 (firmò Obama), con 5 miliardi dedicati in particolare al potenziamento dei sistemi antimissile. Secondo i dati del Sipri di Stoccolma, il più accreditato istituto indipendente per lo studio delle spese militari, nel 2016 Israele (8,3 milioni di abitanti e una superficie di 20.770 chilometri quadrati) ha investito nella difesa 18 miliardi di dollari, contro i 15 dell’Iran (82 milioni di abitanti e 1 milione e 650 mila chilometri quadrati), i 15 della Turchia (81 milioni di abitanti e 784 mila chilometri quadrati) e i 4,5 dell’Egitto (97 milioni di abitanti e un milione di chilometri quadrati).

Quindi poche storie: Israele è la superpotenza del Medio Oriente ed è l’unica potenza atomica della regione. Questa è, ormai da molti anni, l’unica realtà dei fatti. Ma è ovvio che i dirigenti dello Stato ebraico hanno tutta la convenienza a dire il contrario. Così, anche adesso, Netanyahu grida sui tetti di essere stato attaccato dal drone, presumibilmente iraniano, decollato dal territorio della Siria e abbattuto dopo aver volato per 90 secondi sui cieli di Israele. Anche se la sua aviazione ha compiuto negli ultimi mesi decine di incursioni contro la Siria che, a sua volta, da anni non attacca Israele. Allo stesso modo, Netanyahu accusa l’Iran di fomentare l’estremismo e il terrorismo islamista, avendo come obiettivo finale la distruzione di Israele. Ma non dice che Israele è in torta con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico che in tutti questi anni sono stati la cassaforte di Al Qaeda e dell’Isis, veri eserciti del terrore che hanno fatto decine di migliaia di morti in Medio Oriente, siglando però un tacito ma efficacissimo patto di non aggressione con lo Stato ebraico (che in pura teoria dovrebbe essere il loro primo nemico), contro cui Isis e compagnia non hanno sparato nemmeno un colpo.

Per finire con il nucleare. Israele, con l’ombrello politico offerto da Donald Trump, critica l’accordo raggiunto con l’Iran nel 2015 da Barack Obama per tre ragioni principali: ha una durata di soli 15 anni, quindi un giorno l’Iran potrebbe comunque avere la bomba; non prevede ispezioni a sorpresa nei laboratori iraniani sospetti; non interviene sui missili balistici, quelli che possono portare in volo la bomba. Delle tre obiezioni, l’unica che abbia senso è la seconda. È vero, nessuno può entrare nei laboratori israeliani. Ma qualche controllino in quelli iraniani, che alacremente lavoravano all’arricchimento dell’uranio prima dell’accordo del 2015, ci starebbe bene.

Il resto è fuffa. I missili balistici sono inutili senza la bomba. E in 15 anni possono cambiare tante situazioni, tanti altri accordi possono essere raggiunti, tanti Governi o regimi possono cambiare. Quindi anni sono un sacco di tempo, soprattutto per uno come Netanyahu, che con le scadenze altrui ha qualche problema. Nel 1992, da deputato, disse che l’Iran avrebbe avuto la bomba “in tre o cinque anni” e che la cosa giusta da fare era una bella guerra condotta dagli Usa. Nel libro “Fighting terrorism”, uscito nel 1995, tirò di nuovo fuori la storia dei tre o cinque anni. Nel 1996, diventato primo ministro, ribadì che l’Iran era “molto vicino a raggiungere l’obiettivo”, cioè la bomba. Nel 2003 sostenne l’intervento americano in Iraq anche credendo che esso avrebbe fatto cambiare politica all’Iran. Nel 2009, da due dei dispacci del Dipartimento di Stato Usa pubblicati da Wikileaks, risulta che Netanyahu disse a due delegazioni di politici Usa in visita in Israele che l’Iran era “a uno o due anni dall’avere la bomba”. Nel 2012 la stampa israeliana riportò che Netanyahu era convinto che all’Iran mancassero “pochi mesi” per avere la bomba. E così via fino ai giorni nostri, di bufala in bufala perché è ovvio che Netanyahu e i suoi servizi segreti la verità la sanno, eccome.

Ma questa del povero Israele, così piccino e indifeso, è solo una delle narrazioni in campo. L’altra è quella dell’Iran, che potremmo definire simile a quella del bambino che, rotta la finestra con la fionda, si gira e dice: “Chi, io?”. È vero, l’attuale dirigenza, dal presidente Rouhani al ministro degli Esteri Zarif, ha preso chiaramente le distanze dall’antisemitismo e dal negazionismo che avevano caratterizzato la presidenza Ahmadinejad. Ma il confine tra l’odio verso gli ebrei (che peraltro poco corrisponde anche alla storia iraniana) e la legittima critica nei confronti delle politiche israeliane è ancora troppo sottile per essere considerato solo un errore di chi giudica.

Qui la bomba atomica c’entra poco. Il popolo iraniano l’ha fatto capire con chiarezza: si è sempre schierato per il diritto del suo Paese al nucleare civile, anche quando il presidente era Ahmadinejad; ma ha festeggiato come un trionfatore il presidente Rouhani quando questi è tornato a Teheran con la firma sull’accordo del 2015, che implicava la rinuncia al nucleare militare. Il punto non è questo. L’espansione politico-militare dell’Iran in Medio Oriente è troppo focalizzata su Israele per non essere sospetta. Le installazioni militari nel Sud della Siria e le fabbriche di missili attrezzate in Libano possono anche essere spacciate per aiuti a due Paesi alleati, ma chi ci crede? L’intesa improvvisamente ristabilita con Hamas dopo anni di freddezza, che cosa deve far pensare?

In realtà, l’Iran è oggi l’unico motore rimasto a un’idea che, per convenienza o convinzione, è stata ormai abbandonata da tutti gli altri grandi Paesi della regione e che fa grandi danni al Medio oriente e ai palestinesi. Ovvero, l’idea che un giorno Israele possa sparire o essere fatta sparire. Un buon esempio di tale atteggiamento sono le dichiarazioni che Alì Khamenei ha fatto nel febbraio del 2017 alla sesta conferenza di sostegno alla lotta palestinese. In quell’occasione, a Teheran, la guida Suprema definì lo Stato ebraico “un cancro”, parlò della “completa liberazione della Palestina” e disse che “il popolo palestinese non ha altra scelta che tenere accese le fiamme della lotta armata”, criticando la soluzione a due Stati.

Pare piuttosto vero il contrario perché, all’atto pratico, non v’è stata guerra o confronto armato che non abbia permesso a Israele di accrescere le dimensioni e aggravare le condizioni dell’occupazione ai danni dei palestinesi. Quindi viene pure da pensare che i palestinesi siano giocati come pura pedina anti-israeliana, a prescindere da ciò che a loro conviene o non conviene. Ed è comunque difficile non credere che vi sia comunque il pensiero della fine di Israele dietro l’azione politica che l’Iran conduce nei Paesi che con Israele appunto confinano.

Tutti raccontano una storia, dunque. O meglio: tutti raccontano solo la parte della storia che a loro conviene.

 

 

Ancora crediamo alla recita di Israele paese piccolo e debole attaccato da tutti?

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