Ancora mai più. Per tutti e da parte di tutti…

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L’insistenza di quel “mai più” non deve stancarci. Lo sappiamo. Anche se ogni anno, sentendolo ripetere ben più a lungo della durata del Giorno della memoria, ci chiediamo quanta ipocrisia ci sia in chi dimentica che quel mai più vale per tutti e da parte di tutti: mai più persecuzioni, oppressioni, discriminazioni. Ieri come oggi.

Se almeno una minima parte delle celebrazioni e degli eventi, delle non-stop televisive e delle attività nelle scuole che riempiono una settimana o un mese dedicato alla memoria della Shoah, fosse orientata a declinare quel mai più nell’oggi di genocidi in atto, l’insistenza diventerebbe apprezzatissima scuola di resistenza democratica e necessario investimento formativo per i nostri giovani. Sono proprio loro che, conosciuto un passato segnato dal rifiuto, dall’eliminazione del debole e del diverso, hanno un disperato bisogno, oggi, di non abbeverarsi a quella cultura che rifiuta le stesse categorie rappresentate dagli stranieri e dagli esclusi dal sistema.

Insistiamo allora, senza temere di apparire noiosi, su tutte quelle azioni che possono “affrettare la pace”, come suggerisce il titolo dell’Appello per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Non fermiamoci proprio ora che vediamo quanto il nostro mail-bombing sui parlamentari li raggiunga e -speriamo- li faccia pensare. Insistiamo nel convincere amici e conoscenti a dedicare un po’ di tempo a questa semplice ma reale azione politica che potrebbe assumere lo stesso slogan: mai più colpevole indifferenza per la lenta distruzione del popolo palestinese, della sua terra e del suo futuro.

Insistiamo perchè non ci rassegniamo al pensiero che proprio l’Italia, da sempre vicina al popolo palestinese, possa rifiutarsi di seguire l’esempio degli altri Paesi europei con un primo passo verso la pace.

Per i credenti c’è una forma di insistenza che mobilita le comunità e punta…in alto. E’ la supplica della preghiera, di chi, senza staccare un istante lo sguardo, il cuore dalla lotta delle vittime, eleva una insistente richiesta a Dio, affinchè ascolti il grido dell’oppresso.
Presentiamo in questo numero la consueta iniziativa del PRIMO MARZO, UN PONTE PER BETLEMME, proposto più di dieci anni fa dalle suore del Baby Hospital che ci chiedono, con insistenza, di non dimenticare le pesantissime conseguenze umanitarie, sociali e politiche del Muro di apartheid nella piccola città di Betlemme.
Mentre nei giorni attorno al 1 marzo saremo a fianco della gente di Betlemme con un gruppo di italiani (anche tu puoi ancora approfittare degli ultimi posti last minute unponteperbetlemme@gmail.com), in tutta Italia siamo invitati ad organizzare momenti di sensibilizzazione e preghiera con gli strumenti predisposti e scaricabili da www.bocchescucite.org .

Insistere nel ‘mai più’ diventa partecipazione alla supplica di milioni di palestinesi che ripetono:

“Gridiamo a te, Signore, al mattino, quando al checkpoint
il tempo si ferma, il capo si china;
gridiamo a te di giorno, vagando per i nostri uliveti distrutti
e gridiamo a te la notte, al frastuono dei carri armati,
alle grida dei soldati che calpestano la nostra dignità”.

Invocazione straziante per chi ripete:
“Non ce la facciamo proprio più, Signore.
quando le bombe passano sopra i visi smarriti dei nostri bimbi,
quando ci dicono che la terra non è più la nostra terra,
che le case non sono più le nostre case”.
Insistenza fiduciosa quella che da sempre impariamo dai cristiani palestinesi:
E tu ci risponderai.
Tutte le nazioni invocano la tua giustizia, Signore, Dio della pace!
E la pace verrà,
quando anche noi saremo riconosciuti popolo tra gli altri popoli,
nazione tra le nazioni.

BoccheScucite

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