Ancora spari sugli immigrati: sette casi in sette settimane (2 articoli)

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1) Ancora spari sugli immigrati: sette casi in sette settimane

Tiro al piccione. Gli ultimi episodi nel casertano e nel vicentino, ancora con armi ad aria compressa il cui acquisto è libero. Ma Salvini, che polemizza con il presidente della Repubblica, non c’è alcun rischio Far West: la Lega va avanti nel tentativo di allargare la legittima difesa

 

La carabina con la quale ieri a Cassola (Vicenza) è stato colpito un lavoratore ivoriano

Andrea Fabozzi

EDIZIONE DEL28.07.2018

PUBBLICATO 27.7.2018, 23:59

«Io non voglio il Far West, chi lo sostiene non è ben informato» dice il ministro dell’interno, costretto a intervenire dopo un nuovo episodio di tiro allo straniero, il settimo in un mese e mezzo. A parlare di rischio «Far West» in Italia era stato giovedì il presidente della Repubblica, citando il caso del pensionato romano che ha centrato una bambina rom. Un intervento, quello del capo dello stato, evidentemente non casuale nel momento in cui la Lega in senato sta provando ad allargare ancora le maglie della legittima difesa. Intenzione rivendicata da Salvini – «io lavoro per garantire ai cittadini perbene la possibilità di difendersi a casa propria». ha scritto ieri – malgrado la pretesa di sottrarre all’accertamento giudiziario chiunque spari all’interno di una sua proprietà sia a forte rischio di incostituzionalità.

L’iniziativa della Lega sulla legittima difesa ha il sostegno della lobby delle armi, Salvini si è persino impegnato formalmente a consultare l’associazione dei cittadini armati. Ma tutte le recenti aggressioni di cui sono stati vittima cittadini stranieri sono state condotte con armi a libero acquisto. Pistole e carabine ad aria compressa spesso prodotte dalle stesse fabbriche delle armi da fuoco, ma qualificate come «a modesta capacità offensiva». Sfuggono al controllo delle licenze (che sono circa un milione e mezzo in Italia, con una forte crescita delle licenze «sportive») e ogni maggiorenne può comprarle per poche centinaia di euro. Magari per modificarle, potenziandole, come ha spiegato ai magistrati di aver fatto il pensionato romano indagato per il ferimento della bambina rom il 17 luglio a Roma. Quello che non è più l’ultimo caso, perché ieri si è avuta notizia di altre due aggressioni. La prima, denunciata da un rifugiato di 19 anni del Gambia ospite di un centro di accoglienza a San Cipriano di Aversa nel casertano, sarebbe avvenuta giovedì: due ragazzi in motorino gli avrebbero sparato al volto con un’arma ad aria compressa, procurandogli una ferita lieve. La seconda a Cassola, nel vicentino, dove un quarantenne di origine argentina ha colpito alla schiena un capoverdiano che su un ponteggio lavorava al montaggio delle luminarie per la festa del paese. Secondo il Giornale di Vicenza che ha dato la notizia l’aggressore avrebbe detto ai carabinieri che stava cercando di colpire un piccione. Nella provincia di Vicenza, peraltro, sempre ieri si è verificato un caso di omicidio-suicidio a colpi di pistola, protagonista e vittima italiani. Vicenza è la città che negli ultimi anni ha registrato un boom di licenze «sportive» e all’inizio del 2018 ha ospitato Hit Show, la fiera delle armi con ospite d’onore proprio Salvini (in quella sede ha firmato il «contratto» con l’associazione dei cittadini armati).
Ancora un’arma ad aria compressa era servita per sparare, il 12 luglio scorso, a un gruppo di nigeriani in attesa dell’autobus a Latina: due i feriti. Altri due episodi a inizio luglio si sono verificati a Forlì, a distanza di pochi giorni, vittime un ivoriano ferito all’addome e una donna nigeriana colpita al piede, in entrambi i casi i colpi sono stati sparati con una pistola ad aria compressa. A giugno gli episodi precedenti, entrambi ancora in Campania. Il 22 in pieno centro a Napoli è stato colpito con due pallini allo stomaco un 22enne cuoco del Mali. Maliani anche i due ragazzi ospitati a Caserta nell’ambito del progetto Sprar che hanno raccontato di aver sentito, prima degli spari che hanno ferito uno dei due, gli aggressori gridare «Salvini, Salvini».

Il ministro dell’interno è stato indicato ieri, in diverse dichiarazioni del Pd, di Leu e di Rifondazione, come il responsabile di questo crescendo di aggressioni razziste. Tutte precedute, è il caso di ricordare, dal più grave espisodio di febbraio a Macerata, quando per le strade della città un militante della Lega sparò e ferì sei immigrati africani. All’epoca Salvini spiegò il fatto come conseguenza dell’«immigrazione incontrollata». E anche ieri, malgrado le domande, ha evitato di condannare le aggressioni razziste. «Sono preoccupato – ha detto il responsabile della sicurezza nazionale – da qualunque episodio di violenza, da chiunque arrivi e chiunque colpisca».

Ancora spari sugli immigrati: sette casi in sette settimane

https://ilmanifesto.it/ancora-spari-sugli-immigrati-sette-casi-in-sette-settimane/

 

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2) Cecchini di una guerra possibile

 

Luigi Manconi Il Manifesto

EDIZIONE DEL 28.07.2018

PUBBLICATO 27.7.2018, 23:58

Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando – in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un’intera vita – mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un’arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l’elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell’elenco.

Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L’altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: «Miravo a un piccione». Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.

Dunque, in Italia qualcuno ha pianificato una serie di attentati con armi ad aria compressa contro immigrati e rom? Questo si domanda Paolo Brogi e sembra dare in qualche modo una risposta prudente ma positiva. Io resto scettico, ma la mia interpretazione dei fatti è, per certi versi, perfino più inquietante. Ritengo, cioè, che quelle aggressioni siano il frutto di una terribile dinamica di emulazione. Una vera e propria competizione silenziosa tra oscuri cecchini, dissimulati nella vita sociale e mossi da un rancore criminale e meschino nella sua anonima codardia. Certo, andrebbe verificato quale sia il numero totale degli attentati, realizzati con quelle stesse armi e non indirizzati contro bersagli “etnici”: ma una prima e sommaria indagine sembra evidenziare come la componente razziale sia sovrarappresentata.

Dunque, sembra assai probabile che in più luoghi del nostro Paese, più soggetti decidano di individuare e colpire bersagli immediatamente identificabili come estranei alla popolazione autoctona. Sia chiaro: non siamo ancora a una vera e propria “caccia all’uomo nero” ma già si evidenziano numerosi segnali del possibile manifestarsi di una simile tendenza. E questa attività, per giunta, trova nel tipo di arma “minore” utilizzata non solo il suo marchio e la sua identificabilità pubblica, ma anche, per così dire, la sua attenuante. Più che una azione di guerra, l’annuncio di una guerra possibile. Una strategia dell’intimidazione e della minaccia, altamente pericolosa e cruenta, ma non ancora violenza dispiegata. Dopo tutto si tratta di pistole e fucili ad aria compressa. E di ferite non mortali (anche se il morto o l’invalido permanente ci può sempre scappare). E’ proprio il fatto che non sia ancora una fase di guerra aperta a limitare la portata dei rischi e a incrementare il numero degli attentatori e degli aspiranti attentatori.

Il pericolo appare minore e più controllabile e meno rilevanti le conseguenze. Si tenga conto, infatti, che la detenzione di quel tipo di pistola o di fucile non richiede porto d’armi ma solo un documento d’identità al momento dell’acquisto (almeno fino ad una media potenza). E questo rende non solo facilmente accessibile la disponibilità di quelle armi, ma anche più occultabile il loro possesso e utilizzo. E, soprattutto, chi vi ricorre può arrivare a pensarsi come il necessario diffusore di un allarme o uno strumento di prevenzione e non certo come un potenziale omicida volontario. Insomma, come fosse il combattente di un microterrorismo latente e difensivo che può arrivare a colpire una bambina fino a paralizzarla, così, quasi per gioco. Uno sport estremo: una guerra civile a bassissima intensità.

 

Cecchini di una guerra possibile

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