Ancora voci

La notizia che sta sconvolgendo la Palestina e il mondo arabo si chiama “Palestinian papers”: di ora in ora escono rivelazioni sempre più esplosive: stanno centellinando sul web documenti segreti sui rapporti fra israeliani, palestinesi e americani, relativi al periodo 1999-2010 – che disegnano un quadro disperante. Concessioni senza precedenti su Gerusalemme e i diritti dei profughi palestinesi, che Abu Mazen e i suoi negoziatori erano pronti a fare a Israele. Ma noi vogliamo andare al di là della notizia per chiederci cosa rappresentano veramente questi documenti. Nello stile di BoccheScucite offriamo una essenziale rassegna.
Non rassegnata…

Per la popolazione palestinese i «Papers» sono la conferma che la leadership dell’Anp ha promesso di tutto e di più a Israele, senza ottenere nulla in cambio. Stando ai documenti, in un incontro trilaterale del 15 giugno 2008 l’ex premier dell’Anp Ahmed Qurei propose – alla presenza di Condoleeza Rice, l’allora segretario di stato Usa, e Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano dell’epoca – l’annessione da parte di Israele di tutti gli insediamenti ebraici, tranne Har Homa, costruiti nel settore occupato (Est) di Gerusalemme. Il caponegoziatore Saeb Erekat li elencò: French Hill, Ramat Alon, Ramat Shlomo, Gilo, Talpiot, aggiungendo il quartiere ebraico nella Città Vecchia.
Tra il 2008 e il 2009 l’Anp fece altre concessioni e propose di affidare a un comitato israelo-palestinese il controllo della Spianata delle Moschee (Haram Al-Sharif, terzo luogo santo dell’Islam), uno dei nodi che fecero naufragare nel 2000 i colloqui di Camp David. Si offrì anche di scambiare il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah (Gerusalemme est) con altri territori. Erekat dichiarò che l’iniziativa dell’Anp «dava a Israele la più grande Yerushalayim (il nome ebraico per Gerusalemme) della storia». Concessioni senza precedenti che i leader israeliani respinsero come «inadeguate». «Le proposte non soddisfano le nostre richieste», disse Tzipi Livni, indicando che Israele vuole molto di più per concedere uno staterello ai palestinesi.
I documenti «esplosivi» ci sarebbe perfino la discussione su di un possibile «trasferimento» di migliaia di cittadini arabi israeliani nel futuro stato palestinese; ma anche la rinuncia dell’Anp al diritto al ritorno per i profughi fino alla collaborazione di sicurezza tra le due parti in Cisgiordania e al piano britannico per «sradicare» Hamas.
(Michele Giorgio, Il Manifesto, 25 gennaio)

I Palestine Papers sono i documenti relativi a più di 10 anni di trattative tra l’Autorità Palestinese e il Governo Israeliano nell’ambito degli accordi “di pace”. Al Jazeera e il Guardian, li hanno diffusi in questa settimana passata, confermando quella che era l’impressione di tutti quelli che hanno familiarità con la situazione in Medio Oriente.
Dalle carte emerge la determinazione del governo israeliano ad annettersi più terra possibile, forti della superiorità militare e dell’aver creato”fatti sul terreno”, peraltro illegali dal punto di vista del diritto internazionale ma anche la debolezza dell’autorità palestinese, costretta a fare concessioni sempre più enormi e a rinunciare alla costruzione di uno Stato palestinese sovrano e stabile e a rispettare i diritti dei profughi.
Forse, una delle cose che emerge con più chiarezza è che la posizione di mediatori neutrali a cui si sono sempre atteggiati gli Stati Uniti è completamente falsa. Non solo gli aiuti economici e militari statunitensi son quelli che permettono all’occupazione israeliana di continuare, ma anche in sede diplomatica le pressioni
americane sono tutte tese a indurre l’Autorità Palestinese a concedere ancora di più, mentre poco o niente è richiesto alla controparte israeliana.
Una prova ulteriore, se ce ne fosse stato bisogno, di quanto questo processo di “pace” sia stato in realtà una farsa sulla pelle del popolo palestinese, ad uso e consumo delle coscienze occidentali.
(Laura Ciaghi, 28 gennaio 2011)

Si conferma ancora una volta che chi rifiuta la pace è sempre Israele.
Per oltre un decennio, fin dai colloqui di Camp David, il mantra della politica israeliana è stato: “Non non c’è un partner palestinese per la pace”. Ora si conferma ancora l’esatto contrario: il rifiuto al processo di pace viene sempre da Israele. Uno dei documenti cita una frase dell’esasperato negoziatore palestinese Erekat che dice ad un diplomatico americano: “Cos’altro possiamo dare ad Israele?”.
Chi potrebbe rispondergli è il ministro Lieberman, che ha presentato la sua soluzione questa settimana: una mappa con uno stato palestinese provvisorio in meno della metà della West Bank.
(Jonathan Cook, Electronic Intifada, 25 Gennaio 2011)

Altro che scoop. Il negoziato israelo-palestinese si conferma come una tragicommedia. Di fatto, non è nemmeno una trattativa.
È un teatro allestito per l’opinione pubblica internazionale che serve a perpetuare lo status quo. Ossia il controllo israeliano sui Territori occupati, formalmente subappaltato al governo fantasma di Abu Mazen, a sua volta sovvenzionato dall’estero, in particolare da noi europei. Con gli americani vestiti da mediatori, preoccupati più di mantenere in vita questa triste recita che di risolvere una disputa irresolubile. O meglio risolta sul terreno in base agli attuali rapporti di forza, segnati dalle vittorie militari di Israele.
Con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) disposta a tutto pur di sopravvivere – e continuare a ricevere i finanziamenti internazionali che ne tengono in vita il pletorico apparato – mentre gli israeliani respingono ogni offerta e si esibiscono in studiate manifestazioni di arroganza.
Se il negoziato è mai esistito, è sempre stato degli israeliani con se stessi e con il presidente americano di turno.
Non che i files finora pubblicati segnalino straordinarie novità. Molte delle “offerte” di Saib Erekat e degli altri negoziatori palestinesi erano note.
Ma per l’opinione pubblica palestinese è umiliante leggere nero su bianco come gli uomini di Abu Mazen fossero pronti a concedere a Israele «la più grande Gerusalemme della sua storia» (Erekat), inclusi quasi tutti gli insediamenti ebraici illegali nella zona orientale della città, oltre alla disponibilità ad affidare a un comitato internazionale il controllo dello Haram al-Sharif (Monte del Tempio).
Gli uffici dell’Anp hanno smentito tutto e accusato Al Jazeera di aver manipolato la verità. Alcune centinaia di militanti di al-Fatah hanno vendicato l’affronto attaccando gli uffici della tv qatarina a Ramallah al grido di «Al Jazeera uguale Israele».
Hamas ha colto l’occasione per accusare l’Anp e Israele di lavorare insieme alla liquidazione della questione palestinese, quasi non fosse già chiusa. Si parla di complotto nell’Anp e di certo la reputazione già assai pallida del vecchio Abu Mazen e del suo gruppo dirigente è definitivamente compromessa. In attesa delle prossime rivelazioni e di analisi più approfondite dell’enorme massa di carte e mappe, ciò che resta del teatrino negoziale allestito da Obama con gran fanfara appare spazzato via.
(Lucio Caracciolo, La Repubblica, 25 gennaio 2011)

Ecco le semplicissime rivelazioni:

Noi israeliani abbiamo
un partner per la pace.
I palestinesi non hanno
un partner per la pace.

(Gush Shalom, Haaretz 26 gennaio)

La notizia è un’altra! Una piccola buona notizia non riceverà il rilievo dei Palestinian papers: dopo che tanti stati del mondo hanno riconosciuto ufficialmente lo stato di Palestina, ora anche Cipro lo fa ed è il primo paese dell’Unione Europea a farlo! I confini sono quelli del ’67 e si ribadisce Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese. Lo so che nelle trattative anche di Camp David Arafat aveva accettato uno scambio di territori (colonie vicini alla linea verde con territorio israeliano confini Gaza e ahimè pezzo di deserto nel Negev). Bisogna fare in modo che altri paesi dell’Europa seguano la decisione di Cipro.
In realtà bisognerebbe ribaltare le notizie peraltro non nuove di Wikileaks e ricordare ogni giorno che è Israele a non volere nessun accordo mentre vuole invece continuare la sua politica di colonizzazione. Proviamo a trasformare il circolo vizioso in circolo virtuoso.
Luisa Morgantini

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