Apartheid. Quando si sdogana una parola

admin | November 30th, 2011 – 12:45 pm

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C’è una parola che s’aggira a Gerusalemme, tra i confini invisibili di una città in cui le separazioni sono evidenti a ogni pie’ sospinto. Come uno schiaffo. E quella parola è apartheid. In pochi la pronunciano, in un numero maggiore la pensano, ma è e rimane una parola tabù.Una parola complicata, perché i paragoni storici non tornano mai, sono fuorvianti, non vanno al cuore del problema singolo.

A sdoganarla, però, è arrivato un uomo sulla sessantina, uno degli intellettuali più noti di Israele che qualche giorno fa ha preso carta penna e computer e ha scritto – tra le pieghe dei grandi eventi della regione, da Tahrir alle elezioni egiziane e marocchine – uno degli articoli più dirompenti di questi anni più recenti. In pochi se ne sono accorti, certo. Ma l’articolo del principale editore di Haaretz, Amos Schocken, è di quelli che si ricorderanno. Non solo un ballon d’essai, ma l’inizio di una riflessione che vada oltre i piccoli circoli della sinistra estrema israeliana, e interessi sia gli intellettuali mainstream, sia gli (unici) scrittori notissimi in Italia, sia la maggioranza silenziosa.

Il lungo articolo di Amos Schocken è stato, per alcuni versi, un fulmine a ciel sereno. Inatteso, soprattutto per la storia e il rilievo dell’autore (per un ritratto che comprende non solo Schocken, ma lo stato dell’arte del più vecchio quotidiano israeliano e i suoi giornalisti di punta, c’è un bellissimo reportage pubblicato sul New Yorker dello scorso febbraio). Amos Schocken è l’ultimo erede della famiglia che ha avuto, sino al 2006, il cento per cento della proprietà di Haaretz. Accusato di essere – tanto per riportarlo a una descrizione italiana – un radical chic, Schocken è sempre stato convinto che Israele deve finire questa parentesi dell’occupazione del territorio palestinese che dura dal 1967.

Il suo articolo, pubblicato qualche giorno fa, va però oltre. E incide sullo stesso vocabolario della sinistra, della sinistra post-sionista. Non di quella anti-sionista. Sino a oggi, infatti, usare il termine apartheid per descrivere le pratiche securitarie e politiche delle autorità israeliane era appannaggio dei palestinesi e della sinistra israeliana più minoritaria, quella anti-sionista. Generalizzo, ovviamente. Perché il termine apartheid l’ho sentito usare anche da altre persone che non appartengono a queste due categorie… Amos Schocken fa, oggi, un’operazione culturale delle cui conseguenze ci accorgeremo tra un po’ di tempo. Sdogana una parola che, usata da altri che non siano israeliani, per esempio in Europa, ha causato attacchi furiosi da parte delle comunità ebraiche non solo nel Vecchio Continente (Italia compresa, ovviamente), ma anche negli Stati Uniti. Nessuo può dimenticare, per esempio, gli attacchi che subì Jimmy Carter quando pubblicò un libro intitolato Peace not Apartheid.

Schocken sdogana un termine – apartheid – che pone domande irrinunciabili alla società israeliana. E avvicina sempre di più uno spettro che i governi israeliani, soprattutto negli anni più recenti, hanno cercato di allontanare ed esorcizzare in varie maniere. Lo spettro di un paragone con il Sudafrica di prima, che non data certo da ora, ma che mi ricordo bene nelle campagne di boicottaggio degli anni Settanta (i pompelmi di Jaffa…). Adesso, però, la situazione è molto diversa da quella degli anni Settanta. Anzitutto, perché l’occupazione israeliana ha ora poco meno di 45 anni. E poi perché, nel frattempo, la cosiddetta impresa delle colonie ha raggiunto dimensioni enormi, e ormai ingestibili in un possibile compromesso tra israeliani e palestinesi.

Tanto ne è convinto Schocken, che la parola sdoganata – apartheid – viene indissolubilmente legata nella sua analisi alla parola colonie. L’origine di tutti i mali, dice Schocken, è l’ideologia di Gush Emunim, il primo nucleo dei coloni di ispirazione religiosa degli anni Settanta, coloro che hanno spinto (con successo) tutti i governi, di destra e di sinistra, laburisti e likudisti, guidati da Premi Nobel per la Pace o da uomini dichiaramente contro Oslo, a sostenere l’impresa degli insediamenti. A non fermarla mai, si chiamassero – i primi ministri che si sono succeduti in questi decenni – Shamir, Begin, Rabin, Peres, Barak, Netanyahu, Olmert, Sharon. Tutti si sono piegati all’ideologia di Gush Emunim, all’inizio, e hanno continuato l’opera anche quando i coloni si sono differenziati al proprio interno, soprattutto con l’arrivo dell’imponente immigrazione russa dall’ex Unione Sovietica.

The ideology of Gush Emunim springs from religious, not political  motivations. It holds that Israel is for the Jews, and it is not only  the Palestinians in the territories who are irrelevant: Israel’s  Palestinian citizens are also exposed to discrimination with regard to  their civil rights and the revocation of their citizenship.

This is a strategy of territorial seizure  and apartheid. It ignores judicial aspects of territorial ownership and  shuns human rights and the guarantees of equality enshrined in Israel’s  Declaration of Independence. …

The term “apartheid” refers to the  undemocratic system of discriminating between the rights of the whites  and the blacks, which once existed in South Africa. Even though there is  a difference between the apartheid that was practiced there and what is  happening in the territories, there are also some points of  resemblance. There are two population groups in one region, one of which  possesses all the rights and protections, while the other is deprived  of rights and is ruled by the first group. This is a flagrantly  undemocratic situation.

In un articolo che consiglio di leggere dall’inizio alla fine (forse lo si trova già tradotto in rete in italiano), Schocken imputa all’ideologia di Gush Emunim la deriva antidemocratica nella Knesset, con l’approvazione o la discussione in corso di leggi che limitano il lavoro di ong e di associazioni contrarie alla linea del governo, che colpiscono la stessa Corte Suprema e il lavoro giornalistico. L’unico appunto che faccio all’analisi di Schocken è che non vada oltre, e non si ponga la domanda fondamentale: se, cioè, ormai questa deriva non sia più appannaggio dei coloni, ma rischi di aver ‘contaminato’ la tenuta democratica di una buona parte della società israeliana. Una domanda che non ci si può non fare, perché della tempesta perfetta di questi mesi, nella regione, Israele fa parte integrante. Non è un caso, insomma, se il fulmime a ciel sereno lanciato da Schocken arrivi ora, a quasi un anno da Sidi Bouzid e dall’inizio delle rivoluzioni arabe. Israele non si interroga solo su quel che succede al Cairo, a Tunisi, e a Rabat. Ma anche su quello che succede nelle menti e nel cuore dei suoi cittadini. Se da altre parti si fanno prove tecniche di democrazia, è la stessa democrazia di Israele a doversi guardare nel profondo. Più di prima.

Il brano della playlist è forse un po’ troppo banale. Ma Mama Africa è Mama Africa. Miriam Makeba, Soweto Blues. Presentata – e non è un dettaglio – da Paul Simon. Nella foto, i tornelli che a Hebron separano la città vecchia dalla Tomba dei Patriarchi, per i musulmani la moschea Ibrahimiyya.

 

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