Apartheid, strumento di sopravvivenza del sionismo

Saturday, 10 December 2011 09:29 Ziad Hamidan (Alternative Information Center)

Soldati di fronte al Muro nel campo profughi di Aida, a Betlemme (Foto: Gustav Winters, AIC)

Se si vuole comprendere il regime di apartheid esistente nei Territori Palestinesi Occupati, la realtà e la sola prova che serve.

Oggi i palestinesi necessitano di speciali documenti – i permessi – per visitare la loro capitale Gerusalemme, per accedere alla Palestina storica, ad Haifa e Acco, e anche per muoversi in Cisgiordania. Basti pensare a chi lavora nelle colonie o tra il Muro e la Linea Verde. Allo stesso tempo, i coloni che vivono in Cisgiordania non hanno bisogno di alcun permesso. Qui sta la discriminazione tra i primi e i secondi.

Un’altra evidente politica discriminatoria è portata avanti attraverso il sistema delle strade che percorrono e dividono la Cisgiordania. Israele ha costruito delle bypass road che collegano le colonie tra loro e gli insediamenti con la Palestina storica. Le autorità israeliane proibiscono ai palestinesi il loro utilizzo: l’accesso è esclusivamente riservato ai cittadini israeliani.

Ma la più importante politica di discriminazione è quella che gli ebrei chiamano “diritto al ritorno”, un diritto che ai palestinesi, in particolar modo ai rifugiati, è negato: nessuna libertà di rientrare nella propria terra d’origine.

Naturalmente, le autorità israeliana non applicano tali politiche in maniera palese, diretta. Sono state particolarmente brave nel creare un sistema di apartheid senza dichiararlo, come fecero all’epoca in Sud Africa. O ancora, un altro buon esempio sono i documenti. Tel Aviv non ha mai approvato una legge o annunciato pubblicamente una nuova politica strutturale prima di rilasciare le carte d’identità arancioni (ora verdi, dopo la creazione dell’Autorità Palestinese) ai palestinesi della Cisgiordania, quelle rosse ai palestinesi di Gaza e quelle blu ai residenti di Gerusalemme Est. Tutto ciò ha creato una differenziazione artificiale tra i palestinesi e ha separato de facto Gerusalemme dal resto dei Territori.

La lista delle politiche di apartheid è lunga: il Muro, i checkpoint, i terminal ai confini, la possibilità di costruire colonie e le costanti demolizioni di case palestinesi, le opportunità di lavoro, i salari e, soprattutto, i due sistemi legali operanti in Cisgiordania: ordini militari per i palestinesi e legge civile israeliana per i coloni.

 La colonia israeliana di Har Homa, tra il villaggio di Beit Sahour (Betlemme) e Gerusalemme (Foto: Gustav Winters, AIC)

La realtà è qui di fronte, tutti possono vederla, ma molte delle politiche israeliane sono state camuffate e legittimate dagli accordi di Oslo negli anni Novanta e nei successivi vent’anni, dai cosiddetti negoziati. Gli accordi di Oslo hanno dato agli israeliani l’opportunità di continuare ad applicare i loro piani sul terreno. Dopo la Seconda Intifada, i risultati sono divenuti ovvi, palesi.

Attraverso il processo di Oslo, le autorità israeliane hanno voluto creare qualcosa di molto simile ai bantustan sudafricani. Ora Israele hanno una leadership con cui dialogare, a cui trasferire tutti gli obblighi in capo ad un Paese occupante: fornire al popolo palestinesi i servizi di base, la sicurezza, un governo rappresentativo. Sì, significa che l’Autorità Palestinese possiede ora forze militari, ma tutto è ancora sotto il controllo israeliano.

Mentre i palestinesi pensano che l’AP sia uno strumento per ottenere l’indipendenza, gli israeliani la usano per mantenere e favorire il loro regime di apartheid in Cisgiordania. L’AP oggi non è uno mezzo per ottenere alcuna indipendenza.

A livello economico, la media delle entrate per un palestinese si aggira sui 400 dollari al mese se non di meno, quando per un israeliano il salario minimo è di oltre mille dollari. Questa è la struttura economica approvata dal processo di Oslo e il supervisore palestinese di quell’accordo fu proprio l’AP. Ora, paghiamo la stessa tassa per tutto, dal gas al cibo. Viviamo sotto la stessa struttura economica, in cui Israele è il solo a poter controllare cosa entra e cosa esce dalla nostra terra.

In questo contesto, l’esistenza dall’Autorità Palestinese sostiene le politiche di apartheid israeliane. È quello che Israele vuole: utilizzare l’AP per rafforzare questa diseguale situazione economica. L’AP tenta di usare la propria posizione per dare al suo popolo l’indipendenza, ma non c’è logica in un simile ragionamento. Non saremo indipendenti attraverso Oslo. Vent’anni di negoziati hanno dimostrato che Israele è riuscito nella sua strategia e che l’AP sta ora solo rafforzando l’occupazione, il progetto coloniale, e sta aiutando nel proseguimento delle politiche di apartheid.

Il successo di questa strategia è vitale per il progetto sionista e lo Stato di Israele, inteso attualmente come Stato ebraico. Per gli israeliani, l’apartheid è lo strumento per incrementare e garantire la loro egemonia sulla terra. Non hanno bisogno di noi, come l’apartheid sudafricana non aveva bisogno della popolazione di colore se non per il lavoro sottopagato, ma allo stesso tempo non possono liberarsi di noi. Hanno tentato, ma noi esistiamo ancora. Hanno un milione e mezzo di palestinesi nella Palestina ’48, quattro milioni nei Territori Occupati. E sono circondati da 300 milioni di arabi.

Ora come possono proteggere il loro progetto sionista? Hanno bisogno di questa apartheid al meno garantire l’esistenza di uno Stato sionista coloniale.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3319-apartheid-strumento-di-sopravvivenza-del-sionismo

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