Appunti in libertà da un viaggio di giustizia e solidarietà

In un contesto così ideologicamente inquinato qual è quello di oggi, in cui qualsiasi cosa tu dica sei filoquesto o anti-quello, lo sforzo maggiore che ti viene chiesto è quello di affermare la verità senza preconcetti, con come unico imperativo quello di evitare il compromesso, la tiepidezza.

E a maggior ragione se ti dici cristiano questa dovrebbe esser la tua non ultima preoccupazione… “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.” (Ap 3,15-16). Per questo la ricerca dell’equidistanza, che è un innegabile valore, in certe situazioni rischia di essere solo un grande alibi per annacquare la verità, travisare la realtà, tacere l’ingiustizia.

La questione mediorientale è uno di questi argomenti: qualsiasi cosa tu dica è fin troppo semplice che tu venga incasellato nell’essere pro o contro una parte.

Questo era il timore quando siamo partiti pensando che un giorno avremmo dovuto raccontare quello che avremmo visto. Questa è la fatica di oggi, che siamo tornati, per fare sintesi ed essere testimonianza.

Ma ci facciamo forza, e in coscienza possiamo dire che abbiamo visto uno stato oppressore, Israele, e un popolo oppresso, quello palestinese.

Siamo partiti con la pattuglia Terrasanta della Toscana e Pax Christi per l’annuale pellegrinaggio di giustizia e solidarietà in occasione dell’anniversario – quest’anno il settimo! – della costruzione del muro che divide israeliani e palestinesi ma soprattutto che impatta così violentemente sulla libertà e sulla quotidianità della vita di troppe persone che il viaggio ci ha dato modo d’incontrare.

La Palestina proprio non ce la immaginavamo così verde. I mandorli in fiore a marzo imbiancano il paesaggio tutt’intorno ma non hanno la forza di far passare inosservato il muro. Appare all’inizio d’improvviso, inaspettato. Lastroni di cemento armato alti 8 metri che si stagliano contro l’azzurro di un cielo che non ha bandiere. E’ sinuoso nel suo andamento, non segue linee rette né squadrate. Ma non segue nemmeno le linee di confine tra lo stato di Israele e la Palestina stabilite dall’armistizio del 1949.

Ruba distrattamente una terra fertile e ricca d’acqua qui e là. E’ nato col pretesto della sicurezza, per dare protezione, ma in realtà la sua funzione è quella di dividere, di umiliare, di segregare. Spezza a metà non solo territori ma anche famiglie, case dal loro giardino e città come ad esempio Gerusalemme.

Lo abbiamo visto con i nostri occhi, per esempio quando abbiamo pernottato nel convento delle “Sisters of Nigrizia” a Gerusalemme. Il muro passa proprio in mezzo al loro giardino, e l’ingresso dell’ asilo, che un tempo offriva un importante servizio a centinaia di famiglie palestinesi dei dintorni, è rimasto… dalla parte sbagliata del muro, quella israeliana. Ora i bambini che frequentano l’asilo sono solo 9: è troppo lunga la strada per riuscire ad arrivare al check-point più vicino e successivamente a raggiungere l’entrata dell’asilo. Persino i tassisti, quando gli indichiamo la via dove condurci, sono sospettosi: è al di qua oppure al di là del muro? Gerusalemme ovest oppure est?

Ma la cosa che più sconvolge di questo muro sono i check-point, rari passaggi controllati da giovani (età media 18-19anni) soldati e soldatesse armati. Un visto, una carta d’identità, un permesso appoggiato ad un vetro con impressi tanti, troppi stampi di mani, e la decisione totalmente arbitraria di fare girare oppure no il tornello per lasciarti passare. Non importa tu sia malato, tu debba accompagnare all’ospedale tuo padre o tu donna debba andare a partorire: la tua libertà dipende comunque dal capriccio del soldato di turno.

Anche a Betlemme, la città del pane, in cui tutto un tempo ebbe inizio la violenza si ripete: la coda ogni giorno in prossimità del varco inizia prima dell’alba, quando ancora è buio ed è piccola la gioia di scaldarsi con un bicchiere di thé caldo venduto in un banchetto posto in coda alla fila, ed è grande l’umiliazione che leggi negli occhi lucidi di padri che si sentono irrimediabilmente lesi nella loro dignità. Le persone, perché è di questo che si tratta, si accalcano come bestie in questo corridoio transennato che altro non è che una lunghissima gabbia, e tutti spingono per arrivare fino in fondo, fino al tornello e, insciallah, a riuscire ad andare oltre il muro, raggiungendo così il proprio posto di lavoro. E parlando con loro, condividendo in punta di piedi per una notte la loro sofferenza, la loro quotidianità, scopriamo che ci sono tanti muratori, ma anche avvocati, professori universitari, medici che iniziano la giornata in questo modo. In un modo inimmaginabile. Che grida alle coscienze.

Il nostro appello, a te che senti non equilibrate, faziose, non credibili queste righe, è quello di andare a vedere con i tuoi occhi, a sentire con le tue orecchie, a sperimentare con il tuo cuore la condizione quotidiana di un abitante di Bethlem, di un bambino di At-Tuwani, di una studentessa di Taybeh.

Noi ci siamo stati e abbiamo compreso come la realtà possa superare ogni immaginazione.

Marta e Alessandro

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