Arabi (ora) visibili

Ieri un amico e collega mi ha detto, dal Cairo: “Hai visto? Ora i tuoi arabi invisibili sono più che visibili”. E’ vero. Hanno dovuto rompere la diga della paura e scendere in piazza, suscitando la sorpresa, quasi lo scandalo sulla riva occidentale del mare nostrum.

E allora mi sono andata a riprendere i miei Arabi Invisibili (Feltrinelli 2007), ed ecco qualche brano dell’introduzione, scritta nel 2006.

Di arabi invisibili, in una regione così complessa come quella che va dalle antenne di Al Jazeera a Doha sino alla terra ocra delle montagne del Grande Atlante, ce n’è una lunga teoria. Alcuni di loro attraversano il mare comune e arrivano da noi, sulla sponda nord del Mediterraneo, ma rimangono comunque invisibili, trasparenti, incogniti. Tutti gli altri, quelli che rimangono entro i loro confini,  si sentono rinchiusi di questi tempi come in una gabbia, imprigionati a doppia mandata all’interno di un unico, grande stereotipo che non riesce più a cogliere tutto ciò che va oltre, e che risiede tra le pieghe della quotidianità araba: la ricchezza, la bellezza, la storia, la comunanza, il destino, il dolore, il futuro, la creatività.

È come se Edward Said non avesse mai scritto Orientalismo, il testo che fu – alla fine degli anni Settanta – il più importante atto d’accusa dell’orientalismo culturale e politico europeo, e il colpo di reni dato all’intellighentsjia araba di tutto il mondo, da quella residente tra Medio Oriente e Nord Africa a quella della diaspora. Dopo Orientalismo di Said tutto fu diverso, per l’èlite araba e anche per gli occidentali che cominciarono a riflettere sugli stereotipi che avevano costruito per interpretare chi sarebbe poi stato, da Napoleone in poi, sotto il tallone dei colonialismi contemporanei. A oltre un quarto di secolo di distanza da quel j’accuse, la storia sembra tornata indietro. Come se si dovesse ricominciare daccapo, senza che vi sia più – peraltro – la voce del più grande e seguito intellettuale arabo a fustigare costumi e interpretazioni. Poco prima di morire, un altro degli arabi che avevano deciso di vivere negli Stati Uniti, Mustapha Akkad, si era messo di buzzo buono per tentare di ricostruire il vero volto dell’islam arabo. Lui, regista siriano laico, autore dell’unico film censurato in Italia, Il leone del deserto, voleva girare una pellicola sul rinascimento arabo in Spagna. “C’è stato un tempo – aveva detto in una intervista nell’autunno del 2005 – in cui tutti i re d’Europa mandavano i propri figli a Cordova per studiare scienze, chimica, algebra, medicina e astronomia”. Il regista di Halloween voleva “far sapere alla gente che l’islam non sono i talebani e non sono i terroristi”. Quel film Akkad è riuscito solo a immaginarlo. Non a girarlo. È morto in un albergo di Amman, in una sera di metà novembre del 2005, dilaniato in un attentato kamikaze compiuto da uomini di Abu Musab al Zarqawi, il primo luogotenente di Al Qaeda in Iraq, ucciso qualche mese dopo dagli americani.

[…]

Loro sono arabi, dunque terroristi, dice ormai la vulgata. Loro, di conseguenza, si rinchiudono nel guscio, innescando talvolta una passività pericolosa che fa sì che rifiutino – a priori – qualsiasi idea di commistione, approccio, contaminazione anche solo superficiale con chi ritengono non nutra un atteggiamento di parità verso gli arabi. Ma solo di superiorità. La frase ricorrente, nella cosiddetta strada araba dove nasce il comune sentire, è “vorrei emigrare, ma ormai tutti ce l’hanno con noi. Sai, sono musulmano. Nessuno mi vorrebbe”. Non è solo autocensura. È già discriminazione di fatto, questa, che colpisce nel mucchio e innesca una sorta di punizione collettiva. Che colpisce talvolta i terroristi veri. Spesso, anche gli arabi che terroristi  non sono.

Gli arabi invisibili, insomma. Quelli su cui è calato il coperchio dello stereotipo. È a loro, a questa lunga teoria di uomini e donne a cui l’Occidente non riconosce volto e fattezze, che è dedicato questo libro. Nel tentativo di rendere almeno una parte di loro intelligibile. Con due obiettivi. Il primo, di scoprire almeno un angolo del velo del pregiudizio che copre la realtà araba, e di mettere al corrente di quello che – negli ultimi anni – è successo nel frattempo sulla riva sud del mare nostrum, oltre le catastrofi, le guerre, i conflitti sedimentati. Nella società, nella vita quotidiana, insomma. Tra innovazioni tecnologiche, costumi, ricerche identitarie, processi socioeconomici, tendenze artistiche. Il secondo obiettivo è quello di non perdere di vista gli intrecci invisibili che hanno sempre legato noi a loro, e loro a noi. Non perdere di vista quelle pietre bianche e nere del Palazzo Al Giabri, che si guardano  come si guarda il duomo di Amalfi. Senza sentirsi spaesata, né dall’una né dall’altra parte. Quegli intrecci invisibili disegnano in Medio Oriente trame inestricabili, che riescono (persino?) a mettere insieme islam e cristianesimo, per esempio nella moschea degli Omayyadi, la cui raffinatezza damascena resiste ai muri ingrigiti del regime degli Assad. Quella moschea, l’unica in cui Giovanni Paolo II è entrato – a piedi nudi – nel suo pellegrinaggio del 2000 in Terrasanta, dice che la culla è sempre la stessa, che Giovanni Battista  è seppellito in una moschea cara a sciiti e sunniti, costruita su una chiesa costruita a sua volta su di un tempio romano, accanto a un minareto che porta il nome di Gesù Cristo, il profeta venerato nel Corano, il cui sepolcro i fedeli musulmani in pellegrinaggio nella Città Vecchia di Gerusalemme vanno a omaggiare a piedi scalzi. Perché, questo credono i musulmani, sarà proprio nella moschea di Damasco, quarto luogo santo dell’islam dopo Mecca, Medina e Gerusalemme, che ci sarà il giudizio universale.

Quello che ci è stato proposto, in questi anni, è solo l’islam nemico del cristianesimo, solo quello che segue la trita logica dell’antinomia della tradizione crociata. Solo quello, pur presente, di Al Qaeda e anche dell’islam politico più radicale.

Nascosto, ai più, è rimasto invece il panorama variegato delle contaminazioni e – appunto – delle trame inestricabili che rendono il nostro  e il loro  destino comune. Come nella moschea degli Omayyadi a Damasco. Come nel quartiere copto del Cairo, dove chiese, sinagoghe e moschee usano gli stessi motivi dell’artigianato ligneo. E dove le donne musulmane che non riescono ad avere bambini vanno – in chiesa, però – per accendere ceri votivi e pregare san Giorgio e santa Teresa, chiedendo la loro intercessione. È una contaminazione che vive, dunque, in gran parte nella religiosità popolare, così come nel mescolarsi dei commerci e dei profumi dei mercati. Ed è proprio lì, tra i ceri votivi e il fumo della kofta e dei falafel, che alberga ancora oggi quella terra di mezzo sempre più stretta. E a rischio di estinzione.

Per chi non vuole appartenere alle sette che riempiono la nostra contemporaneità, e trincerarsi dietro i facili integralismi che vanno oltre quello islamico e tracimano nel fondamentalismo della laicità, queste contaminazioni sono come una carezza. Riguardano però, e sarebbe controproducente e stupido nasconderlo, una terra di mezzo che copre ormai una superficie sempre più limitata. Un territorio difficile e affascinante dove sono confinati gli occidentali che lottano contro i propri stereotipi e gli arabi che ci stanno simpatici. Laici, indipendenti, liberi. Quelli, insomma, che riterremmo meno pericolosi.

La sfida, invece, è altra. È guardare con animo altrettanto aperto e occhio quanto più possibile innocente agli altri arabi invisibili. La maggior parte, cioè. Gli arabi che sono stati inquinati dall’irrigidimento delle posizioni e dall’acredine dei conflitti, ben prima che – l’11 settembre – l’Occidente tutto intuisse almeno che qualcosa stava succedendo sul Pianeta Arabia. Che riguardava anche noi.

Questi ultimi decenni hanno, infatti, modificato l’evoluzione dell’homo arabicus. Spesso carico, oggi, di antioccidentalismo, competizione, rancore verso di noi, ma anche di modelli, teorie, percorsi che hanno comunque una loro valenza, anche se si sono affrancati dai nostri e hanno preso derive che noi consideriamo negative e pericolose. Se si va oltre l’antipatia che alcuni modelli suscitano in noi, o appena al di là della maschera che copre uomini e ideologie, appare un panorama umano che non solo è necessario a noi conoscere, ma che ha il pregio di rovesciare la prospettiva, mettere il nostro mondo a testa in sotto, fornire regole altre da quelle sottoscritte dalla nostra cultura. E instillare il dubbio che l’Occidente non sia più la riserva delle verità terrene. Meglio detto, che già non lo sia più per una congrua parte del pianeta: la più estesa, oltre la terra degli arabi, giù verso l’Africa, attraverso gli oceani verso la vulcanica America Latina e poi verso vero un Oriente estremo che scalpita in maniera sempre più palpabile.

Così, a guardar oltre le pieghe delle reciproche antipatie, si scopre un singolare catalogo degli arabi invisibili. Intrisi, per esempio, di quelle che a noi sembrerebbero antinomie: islamiste e femministe, integralisti e strenui difensori dei diritti umani, sceicchi intabarrati e hacker, commercianti e poliglotti. Oltre le curiosità da “strano ma vero”, il catalogo è uno strumento indispensabile per comprendere le prospettive a breve e medio termine. E immaginare un po’ di più il mondo in cui a noi – ma soprattutto ai nostri figli – toccherà di vivere.

Questa bellissima foto, scattata in Marocco, è di PierVittorio Buffa. Grazie…

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