AREE VERDI PALESTINESI, OLTRE IL 70% COMPROMESSE


In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, l’ufficio statistiche palestinese lancia l’allarme: oltre il 70% delle foreste, in Cisgiordania come a Gaza, sono aree compromesse. Lo si deve in gran parte all’occupazione israeliana e alle politiche di confisca della terra.

DI BARBARA ANTONELLI

Ramallah, 08 Giugno 2011, Nena News – Un nuovo documento presentato domenica dall’Ufficio Statistiche centrali palestinese (PCBS) in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, mette in luce come il 70,7 % delle aree verdi del territorio palestinese, in Cisgiordania come a Gaza, siano aree fortemente danneggiate e compromesse.

Non è un caso che il documento sia stato reso pubblico proprio domenica, in occasione dell’anniversario della Naksa palestinese. Secondo le statistiche infatti, la maggior parte delle aree verdi, che facevano parte del territorio palestinese sono diventate aride dopo il 1967, come conseguenza dell’occupazione israeliana e delle politiche aggressive contro la terra e le risorse palestinesi; e solo in una percentuale minore, tale danneggiamento si deve ad un ipersfruttamento da parte palestinese.

Dal 1970 le autorità israeliane, fa notare la ONG palestinese con base a Betlemme ARIJ, hanno proibito qualsiasi nuova attività di riforestazione nella Cisgiordania, al contrario di quanto avveniva precedentemente. Inoltre la maggior parte delle foreste e aree verdi sono state confiscate, per lo più dichiarate aree militari chiuse: si tratta del 93% del totale delle foreste palestinesi. La maggior parte dell’opera distruttiva contro aree verdi e foreste è quindi attribuibile all’occupazione israeliana, in particolare attraverso la costruzione di campi militari( 2%), di colonie (77%) e di by-pass road cioè le strade ad uso esclusivo dei coloni (1%). Un solo esempio, forse il più eloquente: la collina verde di Abu Ghneim, tra Gerusalemme Est e Beit Sahour, divorata dalla colonia di Har Homa, che costruita a partire dagli anni ’90, ha fatto scomparire le risorse naturali palestinesi, lasciando enormi palazzi, abitazioni private ma anche strutture turistiche ricettive, che nell’ottica dei tour operator israeliani dovrebbero gradualmente sostituire le strutture alberghiere palestinesi di Betlemme.

Solo per una percentuale pari al 14%, il degrado o la scomparsa delle foreste si deve all’ipersfruttamento da parte palestinese, cioè il taglio di alberi per la produzione di legname da un lato o per far spazio ad aree destinate a pascolo. Il restante 6% infine è attribuibile al cambio di proprietà dei terreni.

Secondo il documento di PCBS, l’impronta ecologica, che consiste nell’indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana di natura, è nei territori palestinesi, la più bassa nella regione. La capacità biologica, ovvero il totale delle risorse che una data area può fornire, dovrebbe, in condizioni normali essere equivalente all’impronta biologica per mantenere un equilibrio dell’ecosistema; ma quando l’impronta ecologica supera la capacità biologica, ne deriva una scarsezza delle risorse naturali. L’impronta ecologica del territorio palestinese si attesta su 0,74 ettari pro-capite, vale a dire che ogni individuo che vive sul territorio palestinese consuma risorse “verdi” equivalenti a 0,74 ettari; mentre la capacità biologica corrisponde a 0,16 ettari pro-capire, quindi dando vita a un deficit d 0,58 ettari, un deficit quindi di risorse naturali; un valore bassissimo se lo si confronta con quello di altri paesi della regione, la Giordania per esempio che ha 1,81. Nena News

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