ARRESTA UN PALESTINESE PER DUE GIORNI E LO RILASCIA. E’ COSI’ CHE FA L’ESERCITO ISRAELIANO – di Amira Hass

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Sintesi personale

Esitando, si avvicinarono a una donna che sembrava israeliana e chiesero se fosse Nitza. Si riferivano a uno degli attivisti israeliani che vengono in tribunale come osservatori, conoscono le famiglie e documentano i casi. Fu detto loro che Nitza stava arrivando e che sarebbe entrata dal cancello per le persone provenienti da Israele (attraverso il blocco dell’insediamento di Givat Ze’ev, chiuso ai palestinesi, anche se si trova nel cuore della Cisgiordania).

Le  due  donne superarono altre cinque gabbie di vari tipi e dimensioni, fino a quando entrarono nella settima gabbia, un’area di attesa circondata da alte pareti di plastica rigida trasparente. Il suo aspetto è meno aggressivo, ma è dubbio che l’estetica abbia infastidito Zina e Ilham, madre e moglie di Hassan Nafe’a del villaggio di Ni’lin, arrestato circa 55 ore prima.

Speravano  di vederlo, anche se solo brevemente, durante l’estensione della sua prima detenzione, senza sapere perché fosse stato arrestato.

Attesero che il cortile si svuotasse gradualmente. Vi  erano  anche  due attivisti israeliani che avevano stretto amicizia con Nafe’a partecipando alle manifestazioni nel suo villaggio e ora erano venuti in tribunale per solidarietà.

La moglie e la madre rimasero quasi sole nel cortile, la loro preoccupazione cresceva, ma all’improvviso apparve l’avvocato Hafez Burnat del villaggio di Bi’lin eche disse loro: “Tornate  a casa. Hassan è stato rilasciato.

Sono tornato a casa prima di loro, alle 16:00, e sono arrivate ​​solo alle 5“, mi ha detto Nafe’a, 30 anni, una settimana dopo, sorridendo ampiamente. Lavora in una fabbrica di succhi locale e come fotografo per matrimoni e altri eventi. Per anni ha fotografato le manifestazioni settimanali contro la barriera di separazione nel suo villaggio e in altri villaggi. Lui e sua moglie hanno un figlio e una figlia che ha chiesto a suo padre, quando è tornato: “Ti hanno legato con una corda?“.

Dormivano quando fu arrestato. “La prima cosa che ho detto ai soldati è che c’erano bambini lì e non dovevamo spaventarli. Mi hanno risposto: ‘Va bene, non vogliamo svegliarli”. Quando volevano ammanettarlo  ha chiesto : “Non ora, non a casa, non voglio che mia madre mi veda scendere le scale con le manette“. I soldati hanno accettato. 

L’unità arrivò verso le 2 del mattino, del  30 agosto. “Ilham stava già dormendo e io stavo leggendo qualcosa usando Jawwal [la compagnia di telecomunicazioni palestinese]. All’improvviso non ci fu più ricezione. Ho pensato che ci fosse un problema con la compagnia cellulare palestinese e mi stavo preparando per andare a dormire.

Cinque minuti dopo ho sentito delle voci. Ho aperto la finestra e ho visto i soldati al piano di sotto, all’ingresso dell’edificio. Quindi sono saliti  sul tetto, sono scesi  e si sono fermati  fuori dalla nostra porta.

Non volevo che entrassero e la rompessero, quindi ho acceso la luce e ho urlato loro in ebraico: “Non rompere la porta, la sto aprendo“. La tromba delle scale era piena di soldati, tutti mascherati, davvero spaventosi. Uno di loro mi ha detto: ‘Alza le mani e dammi il telefono.

”Nafe’a gli ha dato il suo vecchio telefono che era vicino a lui nel soggiorno e non è collegato a Internet. Hanno trovato lo smartphone in camera da letto e mi hanno chiesto di aprirlo. Avevo già svegliato Ilham prima. Ho detto al soldato: “Non aprirò il telefono per te, perché contiene foto di famiglia. Anche se mi spari, non aprirò il telefono. Mi ha minacciato, ma non  ho ubbidito. Mia moglie  mi ha raggiunto

Anche lei  rifiutò di aprire il suo telefono a causa delle foto di famiglia, ma alla fine  accettò di inserire la sua password in modo che potessero vedere che era il suo telefono. L’agente confiscò a Hassan: due telefoni cellulari, uno dei quali era nuovo, un computer portatile, una videocamera, carte SIM, l’elmetto di giornalista e la carta d’identità.

Protestò inutilmente, facendo notare che stavano confiscando i suoi strumenti di lavoro. Né gli fu consegnata una ricevuta per gli oggetti che avevano preso.

Hassan Nafe’a  disse ai militari  che a causa di un incidente aveva un problema al ginocchio, stava assumendo farmaci e presto sarebbe stato sottoposto a un intervento chirurgico. La scena del suo arresto è stata filmata  con un telefonino da uno dei suoi fratelli. Una volta lontano dalla telecamera, i soldati divennero più violenti. Durante l’esame fisico mi hanno forzatamente allargato le gambe, anche se sapevano del problema con il mio ginocchio. Mi hanno ammanettato da dietro, anche se ho detto loro che era proibito. Non riuscivo a salire sulla jeep ammanettato e bendato. Mi hanno lanciato dentro  con forza e mi hanno picchiato. I vicini hanno sentito le mie urla.

Quando  chiese  da bere risposero ì:  “Se  apri il tuo telefono, ti daremo dell’acqua“.

Poté  bere solo quando fu portato per un rapido esame da un medico in uniforme.  “Il solo fatto di vedere un dottore armato e in uniforme ti fa star male“, mi disse. Rimase seduto per diverse ore in quel luogo sconosciuto, tra i soldati.

Le manette furono rimosse, un soldato le tagliò con un grosso coltello, prima che fosse portato di nuovo dal dottore ed ebbe nuove manette, questa volta di fronte. Tentò di assopirsi, ma i polsi gli facevano male.

Poche ore dopo lo rimisero sulla jeep. Si sedette sul sedile posteriore, da solo, di nuovo legato e bendato. Il soldato accanto all’autista alzò la pistola e gli disse: “se ti muovi e fai qualcosa, ti sparo.

Arrivarono a quella che identificò come la stazione di polizia di Modi’in. Lì  mi hanno tolto la benda e mi ci sono voluti 15 minuti per adattarmi alla luce“..

Alla stazione di polizia le manette di plastica furono sostituite  con quelli di ferro e questa volta anche le sue gambe furono legate. Verso le 14:00 – dopo circa 12 ore di insonnia arrivò un investigatore della polizia. “‘Sei accusato di incitamento contro Israele‘, mi ha detto. Ho risposto: “Quale incitamento? Sono un fotografo.’

Mi ha mostrato schermate della mia pagina Facebook. con i selfie di me e di alcuni amici. Parlava  in ebraico e qualcuno traduceva. Gli ho detto che non vedevo quale fosse l’incitamento e ho riso. Si è seccato e ho continuato a ridere perché non c’era niente lì. Da quando fotografare una dimostrazione è un incitamento? Un fotografo fotografa ciò che vede. Quando ha urlato, ho detto che avrei riferito al giudice che mi aveva  urlato  spaventandomi. Ho aggiunto  che conoscevo la legge. Mi ha chiesto chi volevo come avvocato. Ho detto Neri [Ramati, che con Gaby Lasky ha difeso  molti attivisti, ma Neri non era nella sua lista. Verso la fine dell’indagine mi ha fatto parlare con l’avvocato Burnat di  Bil’in.

L’interrogatorio è durato circa due ore. Non gli ho dato la password del mio telefono. Ci sono domande alle quali mi sono rifiutato di rispondere. Gli ho detto che era il mio diritto. Mi ha chiesto  di firmare un  documento  scritto in ebraico e  gli ho risposto che non potevo firmare qualcosa che non potevo capire. .

Dalla stazione di polizia fu condotto in una jeep militare nella prigione vicino al tribunale militare.

In una cella con altri  prigionieri  iniziò la parte relativamente semplice: “Alle 7:30 del mattino, di domenica, ci hanno portato  con le mani e i piedi legati alla corte militare [a poche centinaia di metri di distanza], separando i fumatori dai non fumatori. Nessun avvocato è venuto a parlarmi.

All’improvviso un guardiano si è avvicinato alla porta chiedendo : “Chi è Hassan Nafe’a?” Ho risposto  che ero io.

Ha detto: “libero“. Ho detto: “Io? libero?’ Pensavo di non aver sentito bene.

Ha detto di nuovo: libero.

Amira Hass

 

Arresta un palestinese per due giorni e lo rilascia. È così che fa l’esercito israeliano

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2019/09/amira-hass-arresta-un-palestinese-per.html

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