Arrestate quel terrorista!

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DAUD

Una stretta di mano e un buon viaggio sono stati gli ultimi consigli ad Andrea, amico di BoccheScucite che la sera seguente avrebbe dovuto già essere sotto la tenda di Daoud a Betlemme. Ma Israele ha deciso questo signore era in realtà “un pericolo per la sicurezza di Israele”…

Arrestate quel terrorista!

BoccheScucite: Se lo leggi sul giornale ti sembra impossibile che sia realmente accaduto. Ma se una “boccascucita” te lo racconta con la sua voce ferma, il suo volto pieno di amarezza e il suo coraggio di non fermarsi all’ipocrisia che deve sempre coprire tutte le azioni compiute dallo stato d’Israele, allora ti rendi conto che è successo proprio così. Andrea Pesce ha parlato…

Andrea Pesce: Premetto che sono “arrivato” alla Palestina attraverso lo studio della Shoa’, ossia del genocidio del popolo ebraico in Europa durante il nazi fascismo: anni fa, affrontando per motivi personali e di studio questo terribile capitolo della nostra storia, sentii che per capire meglio argomenti come l’antisemitismo, il razzismo, l’ingiustizia, la disumanizzazione delle persone, il conformarsi al pensiero dominante, e le conseguenze di tutto cio’, avrei dovuto conoscere Israele e la Palestina. Quindi, da circa 15 anni, visito quella Terra, da semplice turista, che tenta di comprendere, che si interroga e prova ad agire per il bene, nel proprio “piccolo”, degli israeliani e dei palestinesi.
Tutto questo, senza alcun ruolo ufficiale, ne’ come volontario, ne’ come attivista, sempre solo come semplice visitatore che si fa delle domande e, se ne vale la pena, le pone agli altri, come cercherò di fare anche qui con voi.
Durante l’ultimo viaggio, a dicembre 2013, avevo visitato Betlemme e sentito parlare della Tent of Nations, un’associazione che forse voi gia’ conoscete e che mi aveva colpito per il metodo rigorosamente non violento e conquistato con il motto “ci rifiutiamo di essere nemici”. Avevo quindi preso contatto con loro e avevo programmato, all’interno di una lunga visita (un mese) in Israele e Palestina, anche dei giorni di volontariato alla Tent of Nations.

Arriva quindi il giorno della partenza, lo scorso 18 marzo, con un volo El Al da Venezia per Tel Aviv: gia’ all’aereoporto veneziano vengo fatto oggetto di un esame approfondito da parte del servizio di sicurezza israeliano sia riguardo il bagaglio che per il passaporto (gli israeliani, in base ad un accordo tra Enac e governo di Tel Aviv, possono operare in questo modo nei nostri aereporti, sotto gli occhi di agenti italiani in borghese). Comunque, sono tranquillo, non ho niente da nascondere, non ho fatto niente di male, e quindi mi sottopongo a tutto piuttosto serenamente, tranne quando la ragazza deputata ad “esaminarmi”, con noncuranza mi chiede:

“Sua figlia non e’ triste che lei stia via un mese?”.

Questo genere di domande non hanno nulla a che fare con la sicurezza, con la famigerata “security”, cui gli gli agenti israeliani fanno continuamente ricorso per giustificare pratiche piu’ o meno invasive. Vorrei tornare su questo punto della “security” piu’ avanti.

Poi mi dicono che devo acconsentire ad un ulteriore ispezione del bagaglio: acconsento. Allora mi informano che non posso portare la macchina fotografica in cabina con me (e’ una macchina vecchio stampo), e che deve essere caricata in stiva. Pregandoli di non spaccarmela, acconsento. Poi un ispezione sul mio corpo, acconsento. Poi un ulteriore controllo sul passaporto: acconsento. Solo quando mi dicono che forse il bagaglio non arrivera’ a Tel Aviv con lo stesso mio volo, mi agito: si e’ fatto tardi, e’ vero, ma solo perche’ durante il check in il servizio di sicurezza ha fatto regolarmente sfilare davanti a me i passeggeri israeliani (immaginate qualsiasi altra compagnia europea o del cosidetto mondo civilizzato che fa passare davanti a chi ha pagato il biglietto come tutti gli altri, i passeggeri della propria nazionalita’…).

Comunque alla fine… si parte! Al Ben Gurion Airport pero’ le cose prendono una piega leggermente diversa. Dalle ore 19 del 18 marzo alle ore 19 del 19 marzo vengo, in sequenza, interrogato ripetutamente dalla polizia di frontiera, poi respinto, di nuovo perquisito (bagaglio e corpo) e infine detenuto in un cosidetto “migration facility”, poi rispedito in Italia.

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Voglio sottolineare subito che quello che conta testimoniare qui e’ : A) non tanto e non solo il motivo del mio respingimento; B) quanto invece la successiva restrizione coatta in un luogo, che e’ semplicemente una prigione.

A) poiche’ ho cercato inizialmente di nascondere il mio programma di volontariato presso la Tent of Nations, le Autorita’ Israeliane dicono ora (attraverso l’ambasciata italiana a Tel Aviv, che si sta dando molto da fare per seguire il mio caso, e di questo voglio qui dargliene atto) che dovevo chiedere un visto per volontariato; potrei obbiettare che dopo l’esame di Venezia ero stanco e volevo solo raggiungere il mio albergo; che ritengo gravemente lesivo della mia privacy il fatto che la polizia di frontiera israeliana possa accedere al mio account email, senza chiedermene il permesso; che il clima creato dal medesimo staff addetto alla sicurezza e’ di palese inimicizia, disprezzo e lesioni dei miei diritti (per esempio chiamare la mia ambasciata: risposta sprezzantemente negativa); che dopo ore di attesa, interrogatori, domande ripetute e persino diniego di un bicchier d’acqua e/o di cambiare delle monetine per acquistare una bottiglia d’acqua da un macchina dispenser, una persona normale, senza niente da nascondere, puo’ anche cadere in contraddizione e/o confusione; che volendomi recare nella West Bank, occupata militarmente dall’esercito israeliano, ritenevo di essere sempre e comunque sotto il loro controllo, e quindi che fosse superfluo rivelare ogni mia intenzione, desiderio, sogno; che essendo Israele una democrazia certi metodi e pratiche fossero impossibili.
Ma io chiedo spiegazioni per quello che é successo dopo.
Alle ore 03 di mattina del 19 marzo vengo prelevato da due agenti (?) nella hall del Ben Gurion e accompagnato ad un pulmino fuori dalla hall stessa, ma sempre dentro all’area portuale. Nota bene: io avevo i miei averi dentro una borsa di plastica fornita dal personale dell’aereoporto, che nel frattempo si era trattenuta il mio zaino per motivi di sicurezza (ancora questa parola: “security”). Vedo che il pulmino esce dall’aereporto, allora chiedo ai due giovani agenti se posso fare una domanda, mi rispondono “non ora”.

B) Dopo 5 minuti il pulmino si ferma davanti ad una palazzina contraddistinta da un’alta rete metallica, ricurva alla sommita’, e da sbarre alle finestre. Seguo all’interno i miei accompagnatori, che mi conducono in una stanza dove mi dicono di lasciare tutte le mie cose, compreso il cellulare. Chiedo di prendere una maglietta, un libro e una penna. Rispondono “ok, ma non la penna”, insisto, ma loro non cedono. Strano a dirsi, ma piu’ che il dover abbandonare il telefono cellulare, e’ stata la negazione di una semplice penna a farmi realizzare che mi trovavo in una prigione.

Poi vengo rinchiuso in una cella, dove gia’ si trova un uomo che la mattina dopo mi dirà essere serbo.
Non sono in grado di esprimere cosa ho provato e pensato durante le ore successive, chiuso nella cella. Posso solo dire che ho provato la necessita’ di “pensare” in un modo completamente diverso da quello cui sono abituato, l’unico che mi appartiene, altrimenti rischiavo di prendere a testate il muro. Ma non e’ facile…

Alle ore 07.30, una “guardia” israeliana apre la cella, ed essendomi io catapultato fuori, mi grida aggressivamente: “Allora vai via stasera con un volo su Milano, si o no, si o no?”
In lacrime, ho risposto “si’, vi prego, lasciatemi andare a casa”.
Alle ore 17.35 (il volo per Milano era alle 18.20) sono stato prelevato dalla cella e caricato sull’aerepolano. Alle ore 22 del 19 marzo sono atterrato a Milano Malpensa.

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BoccheScucite: Ma secondo te, cosa c’è dietro questo accanimento che arriva a violare i fondamentali diritti della persona?

Andrea PescePrima di tutto c’é un’errata e perversa interpretazione del concetto di “sicurezza”, la famigerata “security”. In questo periodo ho ripensato molte volte alla battuta di un vecchio palestinese, sentita presso il “confine” di Allenby, dalla Giordania ai Territori Occupati, dopo ore di attesa e interrogatori da parte delle forze di sicurezza dell’ IDF: “gli israeliani pensano di essere gli unici al mondo ad aver bisogno di sicurezza”. In altre parole, la “security” e’ vissuta in Israele come un potenziale viatico alla negazione dei diritti altrui e, incredibile a dirsi, sembra quasi che vi sia una volontà più o meno esplicita di farsi odiare. Ma io non voglio odiare nessuno, sarebbe una negazione della mia umanita’. Non odio gli israeliani, non voglio odiarli, vorrei parlare con loro, provare a spiegare, nella convinzione che per una convivenza pacifica e duratura si debba puntare all’umanita’ di ciascuno di noi, e che io ho intravisto, in alcuni brevi momenti, anche nei miei “carcerieri” e nelle guardie della Polizia di Frontiera Israeliana.

BoccheScucite: E’ incredibile: Alla porta di casa che ti stava aspettando in Palestina c’è scritto: “We refuse to be enemies”, ci rifiutiamo di considerarvi nostri nemici. I palestinesi resistono con una nonviolenza che è messa a dura prova ogni giorno da decenni. Alla luce della violenza che anche tu -che palestinese non sei- hai subito, come si potrà uscire da questa enorme contraddizione?

Andrea Pesce: Nel mio piccolo, pensando a come agire ad un livello terra terra, credo che si debba puntare, attraverso metodi inequivocabilmente non violenti, alla “emersione” della realta’ palestinese, della loro storia, dei loro traumi, della loro cultura, e della loro esistenza, soprattutto. I palestinesi esistono, esistono, esistono. Sono convinto che ci sia una gigantesca rimozione alla base della mentalita’ media israeliana, alla cultura israeliana, e forse questa rimozione e’ presente anche nella cultura del popolo ebraico europeo e statunitense. Purtroppo il sotterraneo senso di colpa che attanaglia i governi europei, per gli orrori del nazifascismo e l’immensa, spaventosa tragedia della Shoa’, non aiuta, non aiuta per nulla. La rimozione riguarda la presenza, storica e attuale, di un altro popolo sulla medesima terra dove gli Israeliani hanno fondato il loro Stato. In qualche modo, ricordare questa presenza e diritto all’esistenza, automaticamente ti trasforma nella migliore delle ipotesi in un “problema”, nella peggiore in un nemico. Questo spiegherebbe in parte l’atteggiamento nei miei confronti: ossia una testimonianza vivente, in carne ed ossa, di un “amico” dei palestinesi, e che quindi costringe a mettere in discussione la rimozione di quel “problema”. Questo atteggiamento e’ tenuto sotto controllo tramite la militarizzazione (cioe’ quando sono un soldato, una guardia, un’agente di sicuerzza, non devo e non posso pormi alcuna questione di coscienza) e da una rimozione palese ed esplicita tra i civili: basta provare a parlare con un israeliano “medio” della questione palestinese e nel 99% dei casi la risposta sarà: “non parlo di politica”. Tutti abbiamo i nostri traumi, con cui dobbiamo convivere, e c’e’ chi, semplicemente, li rimuove. A livello individuale questo implica la capacita’ di confrontarsi con il dolore e la sofferenza. Ma a livello di massa, la rimozione puo’ provocare dei crimini, piu’ o meno gravi.

Bisogna quindi, credo, fare ogni sforzo necessario per spiegare che la questione palestinese non e’ solo “politica”, che possiamo anche tralasciare, voltandoci dall’altra parte, ma riguarda quello che ci rende umani, palestinesi, israeliani, italiani, tutti.

 
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