ASPETTANDO LO STATO PALESTINESE

Israele proclama lo stato di allerta, come per una guerra, in vista della richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese alle Nazioni Unite, il 20 settembre, sulla base delle leggi e risoluzioni internazionali. Ulteriormente armati i coloni

DI GIORGIA GRIFONI

Gerusalemme, 09 Settembre 2011, Nena News – Il dado è tratto. Il segretario generale dell’Olp Yasser Abdel Rabbo ha confermato oggi che il 20 settembre la Palestina chiederà formalmente l’adesione alle Nazioni Unite durante la riunione dell’Assemblea Generale. La lettera, indirizzata al segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, è stata consegnata al quartier generale delle Nazioni Unite a Ramallah non da Abdel Rabbo, né tantomeno dal presidente Abu Mazen, ma da una rifugiata del campo di Al-Amari. Latifa Abu Hamed, 60 anni, sette figli passati tra le carceri israeliane e uno ucciso dall’Idf, non ha perso la speranza : “Abbiamo diritto ad avere il nostro Stato come tutti nel mondo e abbiamo diritto alla fine dell’occupazione”.

Non tutti la pensano come lei. A cominciare dagli Stati Uniti, dall’Italia e da un nugolo di stati europei e non che febbrilmente hanno tentato di fermare Abu Mazen nelle settimane passate. Se uno stato palestinese deve esistere, sostengono in molti, deve essere il frutto di negoziati diretti, “guardandosi negli occhi” come ha asserito recentemente una parlamentare italiana.

La richiesta di riconoscimento sarà un momento storico per i palestinesi. Ma è destinato a essere schiacciato dal veto statunitense al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove l’adesione, se dovesse essere accolta dai due terzi dell’Assemblea, dovrà essere ratificata. L’unica strada rimasta da percorrere dopo il riconoscimento sarebbe quella del negoziato con Israele, ma che il nuovo Stato venga trattato in modo più consono al nuovo status dalla controparte è altamente improbabile.

In teoria Tel Aviv potrebbe dormire sonni tranquilli: invece è scattato l’allarme per quel mezzo milione di coloni israeliani che vive negli insediamenti illegali disseminati tra due milioni e mezzo di palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Condannati da varie risoluzioni dell’Onu e criticati da ogni angolo del pianeta, i coloni sono la spina nel fianco di qualsiasi negoziato. Ma ora che la Palestina potrebbe essere riconosciuta come stato indipendente la faccenda per loro si complica. Anche se sul piano pratico non dovesse cambiare nulla dopo un eventuale riconoscimento – la Palestina sarebbe uno stato de jure ma dovrebbe continuare a negoziare con Israele per diventarlo de facto– la questione degli insediamenti illegali avrebbe un altro valore. Il sogno colonico di conquistare l’intera Eretz Yisrael potrebbe essere portato sui banchi della Corte penale internazionale, secondo il quotidiano Haaretz: il trasferimento di popolazioni all’interno di un territorio occupato costituirebbe infatti un crimine di guerra perseguibile dal tribunale dell’Aja.

In attesa della fatidica data intanto Israele sta prendendo precauzioni. Che hanno già un nome: Operation Summer Seeds, ovvero tecniche di autodifesa per coloni da eventuali assalti palestinesi nel post-riconoscimento. Secondo un documento segreto del Ministero della Difesa rivelato dal quotidiano Haaretz, i coloni sarebbero i bersagli più esposti alle manifestazioni anti-israeliane: l’Idf (esercito israeliano, ndR) avrebbe quindi radunato i leader di alcuni insediamenti – chiamati “responsabili della sicurezza”- nelle basi di Shiloh a Lachish e fornito loro tutta sorta di granate assordanti, lacrimogeni e persino forniture di gas per sopportare un eventuale assedio.

I settler, che sono sempre stati tacciati di aggressività e giudicati “fuori controllo” dalle stesse autorità israeliane, sono ora la massima urgenza di Tel Aviv. Talvolta “sgridati” dal Governo per i loro comportamenti violenti, ma riccamente sovvenzionati dallo stesso per estendere i loro insediamenti, potrebbero in questo momento realizzare la “missione” di difesa dell’intera terra promessa da insidie “esterne”. Il tutto con la benedizione del governo, che invece di allentare la pressione sembra solo alimentare il panico e aizzarli contro gli abitanti della Cisgiordania.

La tensione è talmente alta che alcuni membri della destra parlamentare hanno incontrato ieri i leader degli insediamenti per discutere di una strategia da adottare nel caso la richiesta palestinese venga accolta. C’è chi ha suggerito di sparare a vista a qualsiasi palestinese si avvicinasse alla casa di un colono, invocando la “legge Dromi” che permetterebbe questo tipo di autodifesa: l’idea è venuta a Yoni Yosef, rappresentante dei coloni ebrei a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est. Yaakov Katz, deputato dell’Unione Nazionale, ha invece  invitato gli attivisti di destra a organizzare delle contro-marce israeliane in direzione delle maggiori città palestinesi, dato che secondo lui l’esercito non farà altro che dispiegare uomini e restare a guardare. A tal proposito ha preparato anche degli itinerari, che andrebbero in senso contrario a quelli dei palestinesi  che dovrebbero sfilare verso le colonie della Cisgiordania.

Sembra proprio che i coloni non vogliano cedere un centimetro di terreno. Lo sanno bene i palestinesi, che vengono spesso attaccati arbitrariamente sulle loro terre da settler ultraortodossi. Molti contadini della Cisgiordania hanno paura di recarsi nei campi quando devono attraversare zone limitrofe agli insediamenti. E lo sa bene anche l’esercito israeliano, che quando demolisce le abitazioni di una colonia considerata illegale dallo stesso Israele d’ora in poi deve aspettarsi vendetta. Per averne un assaggio basta pensare a Migron: questo insediamento, il più grande della Cisgiordania tra quelli non autorizzati dalle autorità israeliane –circa 300 abitanti- verrà smantellato entro aprile 2012, dietro sentenza della Corte suprema. Lunedì scorso i bulldozer, scortati dall’esercito israeliano, hanno demolito tre abitazioni dell’insediamento: il bilancio è stato di una moschea vandalizzata nel villaggio di Qusra, due macchine date alle fiamme a Qabalan, un’altra moschea colpita a Yatma, 35 ulivi sradicati nel villaggio di Huwwara (tutti nei pressi di Nablus) e un avamposto militare israeliano vandalizzato. Il tutto condito da insulti ai musulmani e slogan nazionalistici, tra i quali spicca ”Aley Ayn –due colonie illegali recentemente demolite- e Migron = giustizia sociale”. Suona come uno sfottò agli indignados d’Israele, ma il messaggio è chiaro: Palestina o no, loro da qui non se ne andranno tanto facilmente. Nena News

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