Aspettando una primavera palestinese

23/09/2011

Il presidente Abbas consegna al Segretario dell’Onu la richiesta di adesione della Palestina, emozionando l’Assemblea Generale di New York

Escluse le ben dodici interruzioni, dovute agli applausi, nell’aula dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel Palazzo di Vetro di New York, non volava una mosca. Poco dopo l’ora di pranzo, parlava il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. Arrivato dopo aver consegnato nelle mani del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, la richiesta ufficiale di adesione all’Onu del futuro stato di Palestina.

Comunque vada, questo 23 settembre 2011 si è ritagliato un posto nella storia. Abbas, completo grigio scuro, cravatta grigio perla e camicia bianca, con quegli occhiali che gli danno un’aria da professore di statistica, non tradisce emozioni. Non sarà certo l’Assemblea dell’Onu a far paura a un dirigente che è passato attraverso l’esilio e la lotta armata, passando attraverso la Prima e la Seconda Intifada, fino alla rottura con Hamas e alle accuse di essere una sorta di collaborazionista d’Israele. Il ministro degli Esteri Lieberman, avvezzo alle dichiarazioni xenofobe, abbandona l’aula mentre la plenaria tributa la prima standing ovation ad Abbas.

”E’ giunto il nostro tempo”, dice Abbas. ”Dopo i popoli arabi, anche i palestinesi hanno diritto alla loro primavera. Sono qui a nome del mio popolo, che chiede solo di esercitare il diritto a una vita normale”. Le parole scuotono un’Assemblea in larga parte favorevole alla Palestina, dove Abbas non manca di ringraziare i 129 stati che hanno già riconosciuto il futuro stato. Un filo magico unisce il podio di New York con le piazze palestinesi, Ramallah su tutte, dove è stato allestito un maxi schermo che trasmette a diretta. Migliaia di persone, abbracciate a un sogno.

Abbas ricorda. La Nakba, la ‘catastrofe’, come i palestinesi chiamano la nascita d’Israele. Ma anche i prigionieri politici, più di diecimila, le vittime del conflitto, i profughi, milioni di persone perse nella diaspora, e le centinaia di risoluzioni Onu inascoltate. Ricorda anche Arafat. Abbas accusa. L’assedio di Gaza e il muro che deve cadere, i coloni che devono essere fermati, Israele deve porre fine a quella che il presidente dell’Anp chiama ”pulizia etnica”. La chiama così anche un grande storico israeliano com Ilan Pappè, ma le facce dei delegati d’Israele si contrae in una smorfia rabbiosa. ”One goal…one goal…one goal’‘, ripete Abbas, con forza. La libertà. Un’altra standing ovation saluta la fine del discorso, mentre il leader palestinese agita al vento la cartelletta bianca, con un’aquila sopra, che contiene la richiesta ufficiale di un seggio presentata all’Onu.

Una cartelletta troppo piccola per contenere tutto il resto. Le contraddizioni dello stesso Abbas, che garantisce uno stato palestinese democratico ma impedisce il voto da anni, fino alla rottura del precario equilibrio con Hamas. Il movimento islamista ha commentato con gelido distacco il discorso di Abbas. ”Ha parlato delle sofferenze del popolo palestinese, dell’assedio a Gaza, ma la soluzione proposta non è all’altezza delle aspettative del popolo palestinese, soprattutto perché prevede il ritorno ai negoziati”, ha commentato il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoun. ”E la cosa più grave del suo intervento è il riconoscimento dello Stato di Israele, mentre vuole uno Stato comprenderebbe solo il 22 percento della Palestina storica”.

Adesso tocca aspettare che si pronunci il Consiglio di Sicurezza; pare che servano almeno due settimane. Subito dopo Abbas, parla Netanyahu. Il premier israeliano aveva messo le mani avanti, immaginando una platea ostile. ”I palestinesi dovrebbero prima fare la pace con noi e poi chiedere il riconoscimento del loro Stato e Israele sarebbe il primo a riconoscerlo alle Nazioni Unite”, ha detto Netanyahu. ”La vera pulizia etnica sarà quella dei palestinesi che, nel loro nuovo Stato, non permetteranno l’ingresso degli ebrei. Permetteranno forse agli ebrei di entrare in quello Stato? No, sarà uno Stato libero dagli ebrei questa è vera pulizia etnica”. Poi si dedica alle accuse all’Iran e al suo presidente Ahmadinejad, che il giorno primo ha di nuovo negato l’Olocausto. Per una volta, però, comunque vada a finire, la platea l’hanno presa i palestinesi. Per tentare di capire se, per una volta, sarà una colomba a fare primavera.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/30652/Aspettando+una+primavera+palestinese

 

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