Assediati da tutte le parti, i giornalisti di Gaza rischiano la vita per fare il loro lavoro

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Palestinians takes part in a protest against the killing of journalist Yasser Murtaja near the Israel Gaza border, in Rafah in the southern Gaza Strip, on April 8, 2018. Photo Abed Rahim Khatib/ Flash90

Non solo i giornalisti di Gaza devono preoccuparsi dei cecchini israeliani alla barriera, ma sono costretti anche a lavorare senza un equipaggiamento protettivo sufficiente, accesso al supporto psicologico o protezione della libertà di parola.

Dina Saeed, 28 novembre 2018

GAZA CITY – Le morti di Yaser Murtaja e Ahmed Abu Hussein, colpiti da cecchini israeliani mentre coprivano le proteste della Marcia del Grande Ritorno alla recinzione di Gaza-Israele, hanno svelato la brutale repressione di Israele contro il movimento nonviolento.

Ma le loro morti hanno anche messo in evidenza le condizioni di pericolo in cui lavorano i giornalisti a Gaza, spesso rischiando la propria sicurezza personale per documentare la vita dei palestinesi nella striscia.

Senza un adeguato equipaggiamento di protezione, accesso al supporto psicologico, flussi di pagamento stabili e tutele per la libertà di parola, i giornalisti a Gaza lottano per costruire le loro carriere.

Hosam Salem ha abbandonato gli studi in ingegneria informatica per inseguire il suo sogno d’infanzia di diventare fotografo. Dopo aver autofinanziato una mostra e promosso le sue foto sui social media, è riuscito a imporsi come freelance di agenzie di stampa.

Secondo Salem, la mancanza di sicurezza personale è il problema più comune che i giornalisti freelance incontrano. Per esempio, il governo israeliano impedisce l’ingresso di elmetti e giubbotti di protezione, con il pretesto che Hamas li usa per scopi terroristici. L’attrezzatura protettiva disponibile all’interno della striscia è spesso troppo costosa per i giornalisti che l’acquistano a proprie spese.

Alcuni hanno trovato più conveniente confezionare semplicemente i loro giubbotti stampa. Altri, come Salem, possono svolgere il loro lavoro solo se e quando i colleghi sono disposti a condividere le loro attrezzature: “Ogni volta che mi avvicino al confine, prendo in prestito il giubbotto e il casco dai miei colleghi per scattare buone e chiare immagini. Non ho un’altra scelta, scattare foto è la mia unica fonte di reddito.”

Un altro problema che i giornalisti di Gaza affrontano è la puntualità dei pagamenti. A causa dell’elevato tasso di disoccupazione, i giornalisti lavorano con agenzie di stampa che si trovano fuori dall’enclave. Ma non è facile; Salem, per esempio, ha detto di essere ancora in credito di 1.200 dollari da un’agenzia di stampa europea per il suo lavoro di copertura della guerra del 2014 a Gaza. Dopo che Hamas ha preso il controllo della striscia di Gaza nel 2006, il governo israeliano ha imposto restrizioni ancora più severe alla popolazione assediata, restrizioni che includono la limitazione del flusso di denaro e il taglio dei legami con le banche nella striscia.

In un’altra occasione, Salem ha saputo che uno dei suoi amici sarebbe partito da Londra per Gaza, “così ho chiesto ad un’altra agenzia di stampa europea con cui stavo lavorando di trasferire i soldi sul conto del mio amico a Londra, che me li avrebbe consegnati in contanti qui a Gaza”, ha detto. Il processo per essere completato ha richiesto tre mesi.

I giornalisti che lavorano per le agenzie di stampa con sede a Gaza affrontano la propria parte di sfide finanziarie. A causa delle limitate opportunità di lavoro nella striscia, i giornalisti più giovani sono spesso sfruttati, come nel caso di Shoruq Shaheen. Shaheen ha detto che l’agenzia di stampa locale per cui era solita lavorare la bistrattava per la sua mancanza di esperienza e la spediva sul campo per i suoi report senza pagarla. Quando alla fine l’hanno risarcita, si è trattato di una somma inadeguata dopo una lunga attesa, “come un mese su tre”, ha spiegato.

Palestinians takes part in a protest against the killing of journalist Yasser Murtaja near the Israel Gaza border, in Rafah in the southern Gaza Strip, on April 8, 2018. Photo Abed Rahim Khatib/ Flash90
Hind Khoudary lavora per RT e Kuwait TV da Gaza. E’ orgogliosa di essere un’autodidatta; ricorda di aver letto libri di giornalismo e di aver osservato altri giornalisti fare i loro report davanti alla telecamera. “Ho continuato a scrivere piccoli paragrafi su Facebook e Twitter, poi un articolo che è diventato una storia”, ha detto, fino a quando le agenzie di stampa non hanno ripreso i suoi scritti.

Khoudary ha coperto le proteste della Marcia del Grande Ritorno dal loro inizio lo scorso marzo. Basandosi sulla sua esperienza sul campo Khoudary ha riscontrato che il sostegno psicologico ai giornalisti è gravemente carente a Gaza.

A differenza dei giornalisti stranieri che lasciano Gaza una volta terminato il loro lavoro, “siamo sul campo per la maggior parte del tempo. Il venerdì siamo alla recinzione a coprire le proteste. Il sabato si coprono i funerali dei dimostranti, a volte i funerali dei nostri colleghi. Domenica si scrivono storie sui manifestanti feriti”, ha detto Hind. Secondo il Centro Al Mezan per i diritti umani che si trova a Gaza, a partire dal 12 ottobre 215 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, tra cui 33 bambini, due giornalisti e tre paramedici.

Mona Khader, giornalista e coordinatrice di Gaza dell’organizzazione mediatica incentrata sulle donne Filastiniyat, ha riconosciuto un altro problema che i giornalisti palestinesi affrontano: le divisioni interne tra la striscia di Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da Fatah hanno portato all’autocensura tra i giornalisti palestinesi.

Se un giornalista palestinese viene arrestato o detenuto dalle autorità palestinesi per i suoi report, l’agenzia pubblicitaria per cui lavora potrebbe anche rischiare di essere chiusa, ha detto Khader.

Inoltre, il Sindacato dei giornalisti palestinesi non fornisce le protezioni richieste in quei casi per i giornalisti, ha spiegato Khader. Spera che il Sindacato possa svolgere un ruolo più efficace nella protezione dei giornalisti dalle violazioni e stabilire uno standard finanziario per i report di stampa che impediscano lo sfruttamento dei giornalisti.

 

Dina Suliman Saeed  è una giornalista palestinese, nata e cresciuta tra Gaza e l’Egitto. Ha studiato comunicazione di massa nella October 6 University in Egitto.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

Fonte:https://972mag.com/gaza-journalists-risking-lives/138902/?fbclid=IwAR27tWelavdX-IabX4ybKnP2oO8QYIpkfQ0PeE2w2RKsh5kULnqXBBwk_ok

 

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