Bad news

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Le abbiamo viste tutti le immagini del bimbo palestinese di cinque anni arrestato dall’esercito israeliano! Questa volta era davvero troppo. O forse questa volta era impossibile ignorare il video, girato da un attivista israeliano di B’tselem, che ormai agghiacciava milioni di internauti. B’tselem, associazione israeliana che che da anni si impegna a difendere i diritti umani dei palestinesi sotto occupazione, e che Fiamma Nirenstein ne Il Giornale definisce sprezzantemente preziosa “per chiunque ami inchiodare Israele alla colpa dell’autodifesa e cerchi di delegittimarlo”.

E allora ecco la notizia:
I bambini palestinesi vengono arrestati. Perchè tirano pietre.
Purtroppo, diciamo noi, è una notizia, ma non una novità. Riprovateci.

I bambini palestinesi vengono portati via da una camionetta dell’esercito israeliano e nessuno può impedire che questo avvenga.
Ecco, ora qualcuno in più lo saprà, ma tanti penseranno che si vede che si usa così quando è in gioco la sicurezza dell’unica democrazia del Medio Oriente. In fondo la guerra è guerra.

I padri dei bambini palestinesi vengono ammanettati e bendati sotto i loro occhi.
Niente da fare. Copione già visto. Almeno da tanti di noi, in questi ultimi sessant’anni.

Un bambino palestinese di cinque anni è stato arrestato.
Ecco, questa forse è una novità. Ne avesse avuti 12, diremmo lo sapevamo cari, purtroppo succede ogni giorno. E la novità è che i giornali e i tg ne hanno parlato.

Infatti, cari amici, ne hanno parlato solo perchè:
uno: era impossibile ormai ignorare l’assurdità dell’assurdità
due: il bimbo era appunto tanto tanto bimbo.

E allora ecco addirittura Pagliara – sì, avete proprio letto bene: Claudio Pagliara – darne l’annuncio al tg2, raccontando appunto questa cosa assurda … talmente assurda in sé da farci – e fargli?- perdere di vista il contesto. Che è Hebron, città palestinese assediata, occupata, brutalizzata da un manipolo di coloni fanatici. E non, come capiamo da Pagliara, luogo in cui le religioni dovrebbero incontrarsi ma in cui non si va tanto d’accordo.
E allora, dovendo per forza raccontarla, facciamola passare come un assurdo episodio, probabilmente isolato, che induce a pensare a qualche soldato ultra zelante, o ‘semplicemente’ impazzito dal caldo. Sappiamo infatti che non è così. Quante volte gli amici palestinesi, israeliani e internazionali che non si stancano di filmare, denunciare, lanciare appelli, ci implorano di far passare le notizie, di far vedere tutte le volte che impunemente l’esercito israeliano viola i più elementari diritti umani, seguendo imperterrito quella che Ilan Pappè definirebbe una strategia pianificata di pulizia etnica?
Facciamo nostra la riflessione di Moni Ovadia ne L’Unità del 13 luglio, ringraziandolo come sempre per la sua disarmante e disarmata lucidità:

“Quante telecamere occasionali in mano ad attivisti coraggiosi ci vorrebbero per raccontare tutti gli episodi di sopraffazione che accadono sotto l’azione diretta, sotto l’egida dell’autorità militare di quella democrazia e quante altre ne servirebbero per documentare le violenze impunite dei coloni «democratici» e quanti occhi segreti servirebbero per raccontare gli abusi commessi nei luoghi di reclusione? Se anche si trovassero tutte queste telecamere in mano a folle di attivisti dei diritti e della dignità, il governo dell’unica democrazia-del Medioriente e i suoi sostenitori planetari,- chiederebbe la cancellazione delle riprese con l’imputazione del crimine di antisemitismo. La stessa cosa accadrebbe anche a viaggiatori che, per turismo o per lavoro, si recassero nelle terre illegittime della grande democrazia mediorientale e fossero testimoni oculari delle ingiustizie subite dal popolo occupato. Qualora, per coscienza, decidessero di renderne testimonianza, verrebbero immediatamente accusati di avere uno sguardo antisionista ovvero antisemita tout court.”

Bocchescucite

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