Bambini e ragazzi, vittime della “guerra mondiale” in Siria

1 luglio 2013

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di Pierangela Zanzottera
 

 

Da quando, il 19 marzo scorso, è morto il piccolo Jaafar Ghiath Al-Nmra, 10 anni,figlio unico,  insieme al diciassettenne Saaed al-Hassan nel quartiere di Al-Zahra a Homs è entrata come una scheggia di follia che ancora non si è placata. La zona è abitata da minoranze religiose e filogovernative ed è spesso colpita dai mortai di questo o quel gruppo dell’opposizione armata. A  Jaafar Ghiath Al-Nmra è stata dedicata la scuola del quartiere.
 
Ma il dolore di quei genitori è solo uno dei tantissimi, in Siria. Tante famiglie si sono visti portare via i loro giovani, le speranze per il futuro.
 
Dai ragazzi di leva che partono in difesa del Paese e spesso pagano per la loro imperizia contro mercenari  di lungo corso a ragazzini massacrati con le motivazioni più assurde. Alcuni di loro rimarranno come un’onta sulle coscienze collettive di quanti preferiscono fingere che quella in Siria sia una “rivolta per la libertà e la democrazia”.
 
E’ il caso del quattordicenne Mohammad Kattaa, venditore di caffè di Aleppo per le strade del quartiere Sha’ar che ha avuto l’ardire di non offrirlo gratuitamente ai membri delle bande criminali estremiste che glielo chiedevano, rispondendo che non l’avrebbe regalato nemmeno al profeta Mohammed. A quel punto è stato prima sequestrato per qualche ora, torturato, poi riportato alla famiglia e barbaramente giustiziato con due pallottole al volto e alla gola sotto i loro occhi sgomenti dei familiari e quelli increduli dei vicini.
“Scortese blasfemia” è l’accusa per questo ragazzino. Era il 9 giugno.
 
I testimoni hanno poi raccontato che il gruppo parlava un arabo classico e che di certo non erano siriani.
Qualche giorno dopo il quotidiano  Telegraph ha intervistato la madre, Nadia Umm Fuad, che sotto shock ha raccontato gli ultimi momenti di vita del figlio, cui è stata costretta ad assistere impotente. “Sono uscita sul mio balcone e ho detto a suo padre: stanno per sparare a tuo figlio! Vieni! Vieni! Ero sulle scale quando ho sentito il primo colpo. Ero sulla porta quando ho sentito il secondo colpo. Gridavo: è haram! Fermatevi! Fermatevi! State uccidendo un bambino! Mi hanno lanciato un’occhiata e sono risaliti sulla loro auto. Andandosene, hanno calpestato il braccio di mio figlio che giaceva morente”.
 
Secondo Arabi-Press, un assassinio simile dalla stessa milizia ha avuto luogo in maggio nei confronti di un adolescente della stessa età in una zona vicino a Sha’ar, nel quartiere di Karam Maycar. Il ragazzino aveva accusato le milizie del cosiddetto “libero esercito” di aver ucciso la sorella e ferito un membro della sua famiglia lanciando una granata contro la loro abitazione e aveva lanciato insulti al loro indirizzo per questo.  Il suo corpo è stato crivellato di colpi dai miliziani Tawhid e, in aggiunta, sempre in base alle testimonianze raccolte da Arabi-Press, spettato le dita di chi aveva deciso di diffondere le immagini del crimine, pur essendo un elemento affiliato al loro gruppo.
 
Passano solo pochi giorni e il 22 giugno ad Aleppo, di fronte alla moschea di Al-Furdous (al sud della città) viene assassinato un bambino disabile con una malformazione all’occhio, circondato da una grande massa viene ucciso a sangue freddo da una banda che preda di una cieca superstizione aveva visto nel ragazzino l’immagine dell’Anticristo che, secondo alcune tradizioni, è atteso alla fine dei tempi e anticipa il giorno del Giudizio.
 
Minori come vittime, e come spettatori di orrori. Come quella bambina di quattro anni che una foto ritrae incatenata a una cancellata. La didascalia che accompagna l’immagine spiega che è stata scattata a Hatla, poco distante da Deir Ezzor, dice che i genitori della bimba, sciiti, sono stati uccisi proprio davanti ai suoi occhi. L’altra barbarie è stata averla incatenata.
 
Ma non sono solo le minoranze religiose a essere vittime prescelte.
 
Il 21 giugno, è stata assassinata alle quattro del mattino la giovane Rola Hokouk che viveva nel quartiere Qamiy’a Yabroud, nella campagna di Damasco. Secondo i familiari Rola era stata presa di mira perché gestiva una pagina Facebook anti-opposizione. Un testimone spiega: “Uomini armati e mascherati hanno fatto irruzione e perquisito la casa in cerca di Rola. L’hanno trovata in preghiera. Ma questo non ha impedito che la uccidessero a distanza ravvicinata. … “. Anche la madre e la sorella sono state ferite dai proiettili.
Per mesi, i Comitati di coordinamento della rivoluzione siriana hanno annunciato ricompense a quanti avrebbero denunciato i siriani sostenitori del governo a Yabroud. Le ricompense arrivano anche a un milione di lire siriane in cambio di informazioni sui gestori di pagina pro-Assad su Facebook. Il caso di Rola, purtroppo, non è isolato.  In barba alla libertà di espressione, il 2.0 si rivela un’arma letale.
 
In risposta, poi, alle falsità diffuse dai media di Qatar, Arabia e Turchia (e non solo) che invocano il salvataggio della comunità sunnita siriana dalle ingiustizie alawite, bisogna aggiungere che la giovane Rola era sunnita praticante.
 
A questo elenco di vittime dovremmo aggiungere – sulla base della denuncia del Sindacato siriano degli insegnanti – i sette insegnanti che un elicottero trasportava a Nubl e Zahraa, due villaggi sciiti da tempo assediati da gruppi dell’opposizione. Portavano documenti per gli esami. L’elicottero è stato abbattuto da missili anti-aerei probabilmente di provenienza qatariota, come denunciato anche dal New York Times, e tutti gli occupanti sono morti.
 
 
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1667
 
 
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