“Bambini in manette per piegare la Palestina”

La drammatica storia di Habed, arrestato a 16 anni, è lo specchio delle politiche repressive dell’occupazione militare israeliana

adminSito  mercoledì 17 aprile 2013 09:07

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Commemorazione della Nakba ad Al Walaje (Foto: Emma Mancini/Nena News)

di Emma Mancini*

Betlemme, 17 aprile 2013, Nena News – Il conflitto araboisraeliano passa per le sbarre di una prigione. Troppo spesso a finire in manette sono i bambini palestinesi. È una politica che ha uno scopo chiaro: privare la Palestina di energiche generazioni future e spezzare alla radice la resistenza della popolazione contro l’occupazione militare.

“L’iniziale obiettivo di Israele – ci spiega Rifat Kassis, direttore dell’associazione palestinese Defence for Children International(DCI), che da oltre vent’anni documenta i soprusi contro i bambini palestinesi – era racchiuso in uno slogan: ‘Le vecchie generazioni moriranno, le nuove dimenticheranno’. Questo non è avvenuto. Le nuove generazioni sono più radicali e informate delle precedenti. Conoscono la loro storia, la storia delle loro famiglie e quella della Palestina”. “Per questo – prosegue Kassis – ora l’obiettivo è cambiato: spezzare la resistenza dei giovani arrestandoli e traumatizzandoli per renderli innocui“.

Una politica palese, analizzata dall’ultimo rapporto di Save the Children del 2012: nell’ultimo decennio le autorità israeliane hanno stretto le manette ai polsi di 8.000 minori palestinesi. “Attualmente – ci spiega Ayed Abu Eqtaish, direttore dell’Accountability Programme del DCI, settore che registra le denunce dei bambini palestinesi contro le violenze israeliane – sono 310 i minorenni detenuti in prigioni israeliane, di cui 26 tra i 12 e i 15 anni. Ma la media annuale di minori arrestati ruota intorno ai 300 solo in Cisgiordania”.

All’interno della prigione, dall’interrogatorio alla detenzione, Israele opera costantemente per rompere l’equilibrio psico-fisico dei bambini palestinesi: violenze fisiche e mentali provocano conseguenze a lungo termine sulla loro capacità di avere una vita sociale e familiare sana, una volta rientrati nelle proprio ambiente di riferimento.

A ciò si aggiunge la vitale importanza del fattore economico: chi ha precedenti penali non può ottenere permessi di lavoro in Israele né permessi agricoli per lavorare le terre di famiglia che si trovano al di là del muro di separazione israeliano. Un elemento di cui tenere conto, vista la pervasività della politica di detenzione israeliana: nel prossimo futuro moltissime famiglie palestinesi perderanno le proprie terre – principale forte di sostentamento per la società palestinese – perché i figli non saranno autorizzati a raggiungerle, e le terre saranno così confiscate dalle autorità israeliane.

La storia di Habed

Habed ha 20 anni e vive nel campo profughi di ‘Azza a Betlemme. Nel 2008 è stato arrestato dall’esercito israeliano: da allora è entrato in una spirale di violenze fisiche e psicologiche, di trasferimenti forzati, con l’impossibilità di vedere la famiglia per due anni e mezzo. 

“Nel 2008 partecipavo a una manifestazione ad ‘Azza – ci racconta nel piccolo caffè che ha aperto una volta libero – Abbiamo lanciato pietre. Poco dopo, il giorno del mio sedicesimo compleanno, i soldati israeliani sono venuti a prendermi. Erano le 1.30 di notte. Hanno buttato giù la porta di casa. Hanno svegliato mia madre, gridandole di consegnare i suoi figli. Hanno preso i miei fratelli, ma non cercavano loro: volevano me. Mi hanno bendato e ammanettato. Mi hanno picchiato di fronte ai miei, che mi guardavano impotenti. Una jeep militare mi ha portato al centro di detenzione di Beit Jala, alle porte di Betlemme. Durante il tragitto è iniziato il pestaggio”.

Dopo tre ore a Beit Jala, l’esercito lo trasferisce nella base militare di Gush Etzion, colonia israeliana sulle colline di Betlemme. Inizia un interrogatorio di tre ore. “Ho chiesto acqua, mi hanno portato vodka. Ridevano, mi umiliavano. Dopo tre ore mi hanno spostato a Gerusalemme, nel carcere Al Mascobiyya. I soldati mi avevano promesso una ‘festa di benvenuto’: mi hanno pestato ancora. Altre 24 ore di interrogatorio, con diversi ufficiali che si davano il cambio e usavano metodi per farmi confessare quello che non avevo fatto: un’accecante luce rossa negli occhi, minacce contro la mia famiglia, le braccia legate dietro la schiena per sei ore”.

L’interrogatorio va avanti per 45 giorni, a intervalli. Habed inizia uno sciopero della fame per chiedere un processo equo. Rifiuta il cibo per due settimane (“ero sfinito, ero certo che sarei morto. Ho perso 16 chili, e ancora oggi ne soffro le conseguenze”). Alla fine le autorità carcerarie accettano di condurlo di fronte alla corte militare israeliana di Ofer. Il tribunale gli infligge una pena di cinque anni per lancio di pietre, ma il duro lavoro dell’avvocato difensore la riduce a due anni e mezzo.

“Da questo momento – continua Habed – inizia il balletto dei trasferimenti da un carcere all’altro, da Nord a Sud di Israele, ogni volta in concomitanza con le visite della mia famiglia. Sono riuscito a vedere mia madre solo sei volte. La prima volta l’ho solo intravista, a dire il vero: sapevano che sarebbe venuta a farmi visita e mi hanno subito trasferito. L’ho vista dal finestrino del bus militare. Mio padre non l’ho mai incontrato. Telefonate? Solo in Negev, nelle altre carceri non c’erano telefoni”.

Habed passa dalla prigione di Ofer a quella di Hasharon, da Nafah a Askhelon, dal Negev a Deman. Spesso con detenuti adulti, a volte in carceri minorili. Ad Hasharon vive l’esperienza peggiore: “Ero lì da due settimane quando i soldati hanno lanciato dentro le celle gas lacrimogeni e ci hanno chiuso dentro. Non riuscivamo a respirare e allora hanno aperto le celle. Ma ci aspettavano fuori. Erano più di cento soldati, disposti in due colonne nello stretto corridoio che conduceva allo spazio comune. Ognuno di noi è stato costretto a passare in mezzo a loro e, mentre camminavamo, ci picchiavano sulla testa e sulla schiena con i manganelli. A me hanno rotto una gamba.Sono caduto a terra e si sono lanciati su di me: mi hanno colpito non so quante volte. Ho perso conoscenza per circa sette ore per le botte alla testa. Mi sono risvegliato all’ospedale militare di Ramle, dove il medico mi ha detto che la mia gamba stava benissimo, avrei solo dovuto bere un po’ d’acqua per sentirmi meglio”.

Dopo due anni e mezzo il rilascio, ritardato però di una settimana. “Ero così felice quel giorno: ho dato i miei vestiti, il cibo e le sigarette agli altri prigionieri. Ma poco prima di raggiungere il cancello, i soldati mi hanno fermato: ‘Il tuo nome non è nella lista, torna dentro’. Un colpo al cuore. Ho passato un’altra settimana in prigione, convinto di doverci restare per sempre. Poi mi hanno rilasciato davvero. Al checkpoint di Dora, dove mi hanno portato con il bus dell’esercito, c’era tutto il campo profughi di ‘Azza ad aspettarmi, Una gioia immensa”.

Il reinserimento nella vita di tutti i giorni non è stato facile. “Mi sentivo un marziano – racconta Habed -. Tante cose erano cambiate in quei due anni e mezzo. In carcere avevo trascorso il mio tempo immerso nella politica. Il movimento dei prigionieri palestinesi fornisce un’educazione politica intensissima: tre lezioni al giorno e due ore di letture. Ho studiato l’inglese, la storia della Palestina e del mondo arabo, le grandi rivoluzioni nel mondo. Intavolavamo grandi discussioni sui problemi in prigione e il modo di risolverli, su come lottare da dietro le sbarre contro l’occupazione”.

“Ma una volta tornato a casa – continua Habed – non sapevo più chi ero. Ho abbandonato la scuola, ormai avevo perso tre anni. Vorrei studiare una lingua, magari andare all’estero per un periodo. Continuo a sentirmi un alieno. Vorrei solo tornare alla vita di prima, ma non riesco a cancellare la prigione. Chiudo gli occhi e sono di nuovo dietro le sbarre”.

L’impegno della DCI

Nata nel 1991, DCI Palestine è una delle 45 sedi nazionali dell’organizzazione non governativa presente in tutto il mondo, con un segretariato generale a Ginevra e lo status di membro consultivo all’Unicef, all’Unesco e al Consiglio d’Europa”.

Nell’ultimo rapporto pubblicato ad aprile scorso, l’associazione raccoglie i casi seguiti negli ultimi quattro anni, dal 2008 al 2011: un totale di 642 denunce da parte di bambini palestinesi, a cui la DCI ha fornito assistenza legale. Di questi, 31 sono minori tra i 12 e i 13 anni, 182 tra 14 e 15 e 429 tra 16 e 17.

Secondo la legge internazionale e le convenzioni per i diritti dei bambini, i minori vanno considerati tali fino al compimento del diciottesimo anno d’età e non possono essere sottoposti alla stessa legislazione degli adulti. Eppure in Israele vige una legge particolare, che si fonda su due diversi sistemi giudiziari: “Se i bambini israeliani sono minorenni fino a 18 anni, quelli palestinesi no – spiega Abu Eqtaish -. A loro si applica la legge militare e possono essere giudicati come adulti dal quindicesimo anno d’età e detenuti dal dodicesimo. Nel 2011 Israele ha modificato la legge, elevando la maggiore età per i bambini palestinesi a 18 anni. Ma nella pratica nulla è cambiato”.

A ciò si aggiungono processi perpetrati in assenza di legali e familiari, trattamenti crudeli e disumani, confessioni estorte con la tortura (deprivazione del sonno, pestaggi, minacce di violenza sessuale), redatte in ebraico e fatte firmare al bambino, carenza di assistenza medica e celle sovraffollate in cui i minori vengono rinchiusi assieme a prigionieri adulti.

La sezione palestinese della DCI copre Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est ed è divisa in tre principali unità: assistenza legale, monitoraggio delle violazioni e promozione di normative a tutela del bambino. Dall’anno della sua creazione la DCI ha rappresentato oltre tremila minori palestinesi di fronte a corti militari israeliane, seguito il loro caso dal momento dell’arresto al rilascio e ricevuto ogni settimana denunce sui maltrattamenti subiti in prigione. Le denunce sono raccolte, catalogate e girate sotto forma di report a Nazioni Unite e Unione Europea, secondo gli standard previsti dall’Onu, in merito a detenzioni, violenza di coloni ed esercito israeliano, torture, ferimenti e uccisioni di minori. A sua volta l’Onu gira i rapporti agli Stati membri e in alcuni casi contestano quanto accaduto allo Stato di Israele.

Un bilancio che fa paura

I dati raccolti dalla DCI dallo scoppio della Seconda Intifada (settembre 2000) parlano chiaro: oltre 1.300 i bambini feriti, 17 casi di utilizzo di minori come scudi umani da parte dell’esercito israeliano, una media mensile di due bambini uccisi o feriti dai coloni, circa 300 al mese quelli arrestati, per lo più con l’accusa di avere lanciato pietre.

“L’obiettivo è l’intimidazione – spiega Ayed – Il messaggio che si intende inviare colpendo i minori è cristallino: l’occupazione è una realtà e ogni palestinese è potenziale vittima. Colpire i bambini significa disintegrare la capacità di lotta della nuova generazione, ma anche dei padri e delle madri, intimoriti dalla possibilità che i figli subiscano violenze e abusi”.

Violazioni palestinesi 

La DCI si rivolge anche alle autorità palestinesi. “Non mancano violazioni nei confronti di minori da parte palestinese – spiega Abu Eqtaish – La legge del governo di Ramallah è quella giordana risalente agli anni ’60 e non tiene conto degli sviluppi del diritto internazionale. Per questo monitoriamo le violazioni compiute da polizia e autorità e presentiamo proposte di legge volte a modificare la normativa interna palestinese a favore dei bambini”. Nena News

*Pubblicato originariamente sul settimanale Rassegna Sindacale

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=71544&typeb=0&-Bambini-in-manette-per-piegare-la-Palestina-

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