Barça della discordia

admin | October 1st, 2012 – 11:35 am

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C’è una fede, a Gerusalemme, del tutto prosaica. Una fede che nulla ha a che vedere con religioni, templi e riti. Chiamarla fede, a dire il vero, è una iperbole fastidiosa che usano, non solo in Italia, i calcio-dipendenti. A Gerusalemme, invece, è uno dei modi per dimenticare conflitto, umiliazioni, e quel disagio impercettibile che segna la vita quotidiana. È la fede (calcistica) nei miti degli ultimi anni: fuori l’Italia, dentro la Spagna. Perché anche a Gerusalemme – e nel Medio Oriente tutto – i miti sono poi gli stessi. FC Barcelona e Real Madrid dividono gli animi, creano bande contrapposte, ma la faglia non è la solita. Non è tra israeliani e palestinesi. E’ tra tifosi del Barça e fan del Real.

Gli esempi sono evidenti, anche soltanto a percorrere le strade di Gerusalemme. Gli scudetti delle due regine del calcio spagnolo sono appiccicate sui bus del trasporto urbano, che a Gerusalemme (città unita?) segue due sistemi diversi. Israeliano e palestinese, appunto. Ebbene, è facile, consueto, addirittura frequente trovare le bandierine sugli autobus, e disegnare un diagramma del tifo pro-Barça o pro-Real che non segue la Linea Verde. Semmai quello del cuore palpitante del fan.

Stesso dicasi per le visioni delle partite, veri e propri happening, a est e a ovest. Stesso dicasi per i piccoli sogni del tifoso, che vorrebbe solo una cosa, a est o a ovest: partire, e andarsene a vedere una partita direttamente in Spagna, allo stadio. Stesso dicasi per la fidelizzazione dei tifosi attraversi i gadget, magliette e scarpe in testa, diffuse – vere o taroccate che siano – nei parchi di Tel Aviv e nei campi profughi di Gaza.

Dimenticatevi di Inter, Roma e Juve. Il tifo, in Medio Oriente, è monopolizzato dalle spagnole. Ed è, nel caso di Gerusalemme, un tifo trasversale che attraversa le comunità presenti nella Città Tre Volte Santa. Sino a che, però, la politica non torna sovrana. Allora, in quel preciso momento, il miracolo compiuto dal tifo, il miracolo delle comunità che si concedono un attimo di respiro e – seppur separate – gioiscono nello stesso istante e per lo stesso gol, si sgonfia e ridiventa ciò che è e ciò che deve essere: un divertissement. La politica è altro, il conflitto pure.

La notizia è di questi giorni. Il Barcelona ha invitato Gilad Shalit, liberato poco meno di un anno fa nello scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, ad assistere al derby spagnolo, Barça vs Real. Appuntamento il prossimo 7 ottobre. Un semplice invito, di quelli in cui la politica (mediorientale) non c’entra nulla? Nessuno di noi è così ingenuo da crederlo. Quando frequentavo l’archivio di Stato e quello del ministero degli esteri, a Roma, incappai in documenti della fine degli anni Quaranta in cui si parlava di calcio, e non per mera passione. È che l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo De Gasperi, Giulio Andreotti, se ne andò ad assistere a una partita di calcio a Madrid, in pieno franchismo. La diplomazia, allora come oggi, si fa anche in tribuna.

I palestinesi, dunque, hanno reagito decisamente piccati, all’invito a Shalit. Anche perché, nelle settimane e nei mesi in cui si è dispiegato lo sciopero della fame di migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, uno dei casi arrivato sulle colonne dei giornali europei è stato proprio quello di un calciatore. Mahmoud al Sarsak, 25 anni, giocatore della nazionale palestinese, rimasto per tre anni nelle carceri israeliane in detenzione preventiva, senza accuse e senza processo. Liberato lo scorso luglio dopo tre mesi di digiuno, Sarsak aveva ricevuto anche il sostegno a distanza di calciatore e della stessa FIFA, con una dichiarazione molto critica nei confronti degli israeliani da parte di Joseph Blatter.

Delusi i palestinesi, che l’anno scorso avevano invece visto i dirigenti del Barcelona ricevere Mahmoud Abbas e regalare le magliette ai suoi nipoti. A loro volta evidentemente imbarazzati per lo scivolone i dirigenti del Barça, che si sono affrettati a invitare al derby spagnolo del prossimo 7 ottobre anche i palestinesi. Il responsabile del calcio palestinese, il vecchio Jibril Rajoub, l’ambasciatore dell’ANP in Spagna, e – appunto – Sarsak. Il quale però non si è unito a Rajoub e all’ambasciatore, che hanno accettato il biglietto per la partita. Sarsak ha rifiutato l’invito, con la seguente spiegazione: condividere con Shalit lo stesso spalto significherebbe “normalizzazione”. “Sport e politica si mescolano, in questa storia”, ha detto Sarsak.  Come dargli torto…

Intanto, i club dei tifosi palestinesi di Gaza hanno scritto una lettera ai loro beniamini, raccontando che il conflitto non risparmia il calcio. Che uno stadio a Gaza è stato distrutto durante l’Operazione Piombo Fuso, che alcuni calciatori sono stati uccisi e altri arrestati dagli israeliani. Il calcio è un gioco che giocano tutti, nelle pieghe del conflitto. I bambini – soprattutto quelli di Gaza, che dalla Striscia non possono uscire per andare in Spagna a vedere i loro miti, vogliono tutti essere Messi. Sino a che, però, non si trovano a essere coinvolti, travolti, schiacciati da altri giochi. Che, spesso, passano sulla loro testa, e sulle loro magliette.

Nella foto di Omar Chatriwala (sotto licenza Creative Commons),  un bambino palestinese del campo profughi di Jerash indossa una maglietta del FC Barcelona. Non è il solo, né da parte palestinese né da parte israeliana.

Per la playlist, Mark Knopfler, che è sempre un bel sentire. Redbud Tree.

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