Basta giocare secondo le regole israeliane

17 GEN 2013

Quando la notte scende sulla Valle del Giordano, una famiglia del villaggio di Ras al-Ahmar accende una piccola lampada di paraffina nella tenda che chiamano casa. Non c’è elettricità qui e i vicini villaggi palestinesi sono avvolti nel buio. L’unica luce visibile arriva dal vicino insediamento israeliano.

Le agenzie umanitarie conoscono bene le necessità di questa parte della Cisgiordania occupata, ma si trovano di fronte ad una sfida: giocare secondo le regole stabilite da Israele o rischiare di vedere i propri progetti demoliti.

Nonostante sia fuori dallo Stato di Israele, il 90% della Valle del Giordano è sotto il totale controllo militare e civile israeliano, come parte dell’Area C, zona che comprende il 60% della Cisgiordania. Qui le comunità palestinesi, tra le più povere e vulnerabili dei Territori Occupati, hanno un disperato bisogno d’acqua, elettricità, servizi medici e altre infrastrutture di base.

Ostacoli

Ma nonostante i bisogni, le organizzazioni per lo sviluppo che provano a migliorare le condizioni di vita in Area C lamentano di non poter avere alcun impatto duraturo a causa degli ostacoli posti dalle restrizioni e dalla burocrazia israeliane. Come i palestinesi, le organizzazioni che vogliono costruire infrastrutture di base come scuole, case, sistemi idrici, devono ottenere il necessario permesso dalle autorità israeliane.

Spesso questi permessi non vengono rilasciati. Secondo l’agenzia Onu, OCHA, dal gennaio 2000 al settembre 2007, oltre il 94% delle richieste di permessi di costruzione presentate da palestinesi alle autorità israeliane sono state rigettate.

“Il regime dei permessi è molto confuso. Non c’è chiarezza riguardo lo stato della richiesta, se i documenti sono arrivati, se sono completi – spiega Willow Heske, portavoce di Oxfam – Le agenzie aspettano a volte due anni per ricevere alla fine un rifiuto senza alcuna spiegazione. Pochi anni fa abbiamo presentato un piano per la costruzione di una cisterna d’acqua nel villaggio di Al-Jiftlik, così da fornire la metà delle famiglie di acqua corrente. La cisterna era considerata un edificio e non abbiamo ottenuto il permesso. Così abbiamo attuato il piano B che prevedeva sempre la costruzione di una cisterna e di un sistema idrico, ma stavolta non sotto terra. Anche questo non è stato accettato. Così alla fine siamo dovuti tornare alla distribuzione con i tank d’acqua. E naturalmente la gente è frustrata”.

Questione morale

Alcune organizzazioni, tra cui gruppi palestinesi come Ma’an Development Center, ritengono che adeguarsi al regime dei permessi aiuti a legittimare l’occupazione. Per questo hanno scelto di ignorare tali regole. “Se giochi secondo le regole dell’occupazione, allora la legittimi. Noi no chiediamo permessi agli israeliani. Se presentassimo una richiesta di permesso, ci verrebbe sicuramente negate – spiega Chris Keeler, project manager di Ma’an – Lo facciamo anche per una questione morale. Non pensiamo che una Ong palestinesi debba richiedere a Israele un permesso per costruire in terra palestinese”.

Per le organizzazioni internazionale, non è solo l’impossibilità ad ottenere un permesso che blocca il lavoro, ma anche le diverse vie con cui la burocrazia israeliana ostacola le attività emettendo ordini di stop dei lavori nei confronti di progetti in corso, o rifiutando di rilasciare visti di lavoro allo staff straniero, o rigettando le richieste di prolungamento di quelli già ottenuti.

Anche Ma’an subisce restrizioni simili: “Ci sono case in tutta la Valle del Giordano che necessitano di ristrutturazioni – continua Keeler – Se facciamo un progetto in alcune delle comunità a Nord, probabilmente gli edifici saranno distrutti. Così lavoriamo per lo più nei villaggi di Al-Jiftlik e al-Fasayil. Abbiamo bisogno di permessi anche qui, ma visto che ci sono comunità più sedentarie, il rischio di demolizione è minore. Molti finanziatori vogliono essere sicuri che le strutture che costruiamo non saranno distrutte”.

Il governo israeliano non ha risposto alle continue richieste di commentare la situazione, ma in passato alcuni portavoce dell’esecutivo hanno giustificato tali politiche con la preoccupazione per la sicurezza.

Appello dall’Europa

Nel maggio 2012, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea chiesero a Israele di rispettare i propri obblighi nelle comunità in Area C, “inclusa l’approvazione di un master plan palestinese, lo stop al trasferimento forzato della popolazione e alla demolizione delle case e le infrastrutture palestinesi e il rispetto dei bisogni umanitari”. I ministri scrissero che “lo sviluppo sociale ed economico in Area C è di vitale importanza per il funzionamento di un futuro Stato di Palestina”.

Il Ministero degli Esteri israeliani criticò tali raccomandazioni, dicendo che erano basate “su una descrizione parziale e unilatera della realtà sul terreno” e che “non contribuiscono all’avanzamento al processo di pace”. Il Ministero aveva detto che 119 progetti erano stati autorizzati in Area C nel 2011 e che le autorità si erano assicurate che tali piani fossero in conformità con la legge.

Heske di Oxfam ha invece definito coraggiose le raccomandazioni della UE, anche se non è ancora chiaro come agirà sul terreno. “Queste conclusioni dicono che ora c’è un impegno politico a lavorare allo sviluppo dell’Area C. Come la UE giocherà, non lo sappiamo, se seguiranno o no il regime dei permessi. Ma non vogliamo vedere una sola rete d’acqua qui o lì”.

Dal 2011, il Ministero per il Governo Locale dell’Autorità Palestinesi e i consigli municipali hanno presentato 32 master plan per lo sviluppo in Area C all’Amministrazione Civile israeliana, l’organo che gestisce l’occupazione della Cisgiordania. Ogni master plan include sviluppo delle infrastrutture, servizi medici, educazione primaria, sistemi idrici, elettricità e sviluppo delle terre agricole. Ma è necessaria l’approvazione dell’Amministrazione Civile, attraverso un lento processo di negoziazione.

Tuttavia, secondo Azzam Hjouj, direttore generale per la pianificazione urbana e regionale del Ministero palestinese, anche se i master plan venissero approvati da Israele, c’è da aspettarsi che le stesse autorità israeliane emettano ordini di demolizione o di stop dei lavori, in particolare in aree come la Valle del Giordano. Sarà necessaria una forte pressione politica per implementare i progetti.

Proteste

Come nel caso dei più isolati villaggi beduini nella Valle del Giordano, i nuovi master plan non copriranno tutte le zone. “È difficile preparare un piano per queste comunità, perché sono disperse in vaste aree. Si muovono molto e non intendiamo urbanizzarle, è il loro stile di vita – ha spiegato Hjouj – E anche se preparassimo un master plan, forniremmo all’Amministrazione Civile israeliana la scusa per mettere insieme queste comunità nomadi e chiuderle in una determinata area”.

Il Coordinamento Israeliano delle attività governative nei Territori (COGAT, unità del Ministero della Difesa che si occupa di coordinare le questioni civili tra esercito israeliano, governo, organizzazioni internazionali, diplomatici e Autorità Palestinese) ha detto che la maggior parte dei progetti di costruzione in Area C sono “illegali e mal pianificati”.

Un rapporto di COGAT relativo ai progetti in Area C dice: “I progetti di costruzione illegali che ignorano i master plan minano la possibilità di espansione futura e creano problemi ai sistemi fognari, idrici e elettrici”.

Non ci sono soluzioni semplici per le agenzie umanitarie che tentano di portare aiuti in Area C e si ritrovano a cavallo della linea tra il lavoro puramente umanitario e l’impegno politico.

Per l’economista Shir Hever, autore di “L’economia politica dell’occupazione israeliana”, i governi e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di essere più attivi nell’opposizione all’occupazione della Cisgiordania: “Invece, i finanziatori buttano il 99% del loro lavoro nel fare quello è concesso e solo nell’1% sfidano le regole imposte da Israele”.

 

IRIN – Nazioni Unite

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/basta-giocare-secondo-le-regole-israeliane

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