BDS preme sulla ORANGE, i francesi abbandonano israele

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La compagnia francese ha annunciato di voler interrompere le relazioni commerciali con il partner israeliano, seppur l’operazione richiederà tempo. Reagisce l’establishment politico: “Ipocriti”, dice Lapid.

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della redazione Gerusalemme, 4 giugno 2015, Nena News – Stop delle relazioni commerciali con l’operatore israeliano della Orange. Così la compagnia francese Orange SA, tra le più grandi società di telefonia al mondo, ha preventivato la chiusura del contratto con la filiale israeliana, una delle tre compagnie telefoniche locali più grandi e note del paese.

Parlando ad una conferenza al Cairo l’amministratore delegato, Stephane Richard, ha fatto sapere che la compagnia intende ritirarsi da Israele il prima possibile. “Sono pronto ad abbandonarlo domani mattina, ma il punto è che voglio essere sicuro dei rischi legali per la compagnia. Voglio mettere fine a questo [rapporto], ma non voglio esporre la Orange a un rischio o a penalità”.

La Orange opera in Israele dagli anni ’90, sotto l’ombrello di un contratto firmato dalla France Telecom, compagnia che poi ha acquistato la Orange. A frenare per ora Richard è il timore di conseguenze legali se rescindesse il contratto all’improvviso: “Mi dispiace dirlo, ma una disputa con un partner quando tu hai una posizione legale pari a zero dentro una corte israeliana non è qualcosa che raccomanderei alla mia compagnia.

Non pagherò centinaia di milioni di euro”. Si chiuderà (ma non subito) anche – aggiunge Richard – per mantenere buoni rapporti con i paesi arabi. La decisione arriva dopo mesi di campagne da parte degli attivisti pro-palestinesi francesi che da tempo hanno preso di mira la Orange per le relazioni con la compagnia Partner Communication Ltd, che ha le sue sedi dentro colonie israeliane nei Territori Occupati, considerate illegali dal diritto internazionale.

Alle proteste per il sostegno alla colonizzazione, si è aggiunta lo scorso anno un’altra dura campagna contro la compagnia partner israeliana per aver sponsorizzato unità dell’esercito israeliano dispiegate a Gaza, durante l’operazione Margine Protettivo. Tra queste la brigata Ezuz, considerata responsabile di alcuni tra i più violenti attacchi via terra contro la Striscia.

Alle pressioni sulla compagnia sono seguite pressioni anche sul governo francese, che possiede il 25% delle azioni della Orange.

Ovviamente le reazioni in Israele non si sono fatte attendere: da tempo ormai il governo israeliano ha lanciato una crociata contro la campagna di boicottaggio Bds, sia dentro (introducendo leggi che criminalizzano la chiamata al boicottaggio) che fuori (investendo milioni di dollari per mostrare all’estero un’immagine pulita del paese).

Dopo le dichiarazioni di Richard, a parlare è stato Yair Lapid, leader del partito Yesh Atid, nella scorsa legislatura parte della coalizione di governo, e stavolta all’opposizione: “ipocrisia di prim’ordine”, ha detto Lapid, che ha subito chiesto al governo di Parigi di distanziarsi dalle posizioni della compagnia. “Non ricordo [Richard] aver avuto mai problemi facendo soldi e profitto dai cittadini israeliani.

Lo Stato di Israele è un’isola di sanità in un’area difficile e di certo non prenderemo lezioni di moralità da qualcuno così sicuro di sé”. Anche la vice ministra degli Esteri, Tzipi Hotolevy (la stessa che ha chiesto ai diplomatici israeliani di spiegare al mondo perché Israele è legittimo proprietario di queste terre, Torah alla mano), ha scritto all’amministratore delegato della Orange: “Sono convinta che queste notizie non riflettano l’intenzione della sua compana.

Cle chiedo perciò un chiarimento il prima possibile”. Ma cosa dice la Orange israeliana? L’amministratore delegato Haim Romano è intervenuto sottolineando che da contratto il partner israeliano ha diritto ad utilizzare il nome Orange per altri dieci anni, dopo un accordo rinnovato recentemente.

 

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