Beirut e le capsule del tempo – di Ugo Tramballi

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«Beit Beirut». «La casa di Beirut» – il Museo della Memoria della città – crivellata dai proiettili e scavata dagli ordigni della guerra iniziata nel ’75 tra cristiani e musulmani, ai tempi del restauro

Non si saprà mai se fu una provocazione musulmana o un’imboscata cristiana né se una o l’altra fosse premeditata. Il vecchio Pierre Gemayel, fondatore e capo supremo della Falange, era sceso a Ein Rummaneh per inaugurare una chiesa. È meno chiaro perché quell’autobus Dodge rosso e bianco, modello Fargo, con 46 fedayin palestinesi e musulmani libanesi a bordo (allora i musulmani erano di sinistra e i cristiani di destra), transitasse in quel quartiere maronita della periferia di Beirut. In Libano erano giorni già molto tesi.

Passando davanti alla chiesa, i musulmani a bordo del Fargo insultarono i cristiani. I miliziani del Kataeb, la falange, spararono contro l’autobus. I morti furono 27, i feriti 19. Era la mattina del 13 aprile 1975. Quel giorno iniziava la guerra civile libanese che fra alti e bassi, con combattenti e obiettivi diversi, sarebbe terminata 15 anni più tardi. I morti furono 150mila, i feriti in modo permanente 100mila, profughi e sfollati 900mila. Se sembra poco rispetto al massacro siriano, è giusto ricordare che nel 1975 i libanesi erano 2 milioni e mezzo; nel 2011, quando iniziò la loro guerra, i siriani erano 23 milioni.

Ogni mattina a Ein Rummaneh che ormai è un quartiere di profughi siriani, padre Majid Allawi parcheggia il suo “Buger Bonheur du Ciel”. Abuna Majid, un prete di strada convertitosi dall’Islam, accende i fornelli, allestisce tavoli sul marciapiede e con alcuni giovani volontari dà da mangiare ai poveri. Il burger della felicità caduta dal cielo è un autobus rosso e bianco, marca Dodge, modello Fargo anni Settanta. Non è una copia, è l’originale del 13 aprile 1975: i fori lasciati dai Kalashnikov della Falange sono stati riparati, la carrozzeria rilucidata, ma è quello. Il Comune di Beirut lo aveva tenuto per anni in un garage: un miracolo per un Paese che per un ventennio dal 1990 aveva cercato di dimenticare. Ed è ancora più miracoloso che la testimonianza di un giorno che i libanesi avevano cercato di eliminare dal calendario, sia stata trasformata in un simbolo di quotidiana pietà umana.

Quando era costretto a ricordare l’omicidio del fratello John, Bob Kennedy diceva «Gli avvenimenti del novembre 1963». Per anni anche i libanesi hanno chiamato la loro guerra civile «les événements», come fosse stato un incidente stradale, sia pure di una certa gravità. Era una reazione umana comprensibile: per ricominciare era necessario dimenticare di aver ucciso il vicino di casa, l’ambulante che all’angolo della strada ti vendeva focaccia e timo, il collega d’ufficio. Fino al marzo del 2011, quando in Siria è scoppiata la guerra civile: davanti a quel nuovo massacro, ricordare era d’improvviso diventato necessario per non esserne risucchiati. Al regime siriano e agli israeliani – i vecchi mestatori del Libano – non sarebbe dispiaciuto. Hezbollah, il movimento fondamentalista sciita libanese ci ha provato concretamente, mandando i suoi miliziani a combattere in Siria.

Così ricordare, riscoprire, scovare ricordi fra le macerie e nelle coscienze, è diventato il nuovo antidoto dei libanesi. È stato interamente riaperto il Musée du Liban sulla vecchia Linea Verde che divideva Beirut Est cristiana dall’Ovest musulmano; l’inizio della guerra è ricordato dai giornali ogni 13 aprile; L’insulto, il film di Ziad Doueiri presentato a Venezia. Questa primavera la scultrice Katya Traboulsi ha inaugurato una mostra intitolata «Identità perpetue». Le 46 sculture sono bombe di mortaio e ogive d’artiglieria rimodellate, intagliate o dipinte. «Ai libanesi attorno a me – spiega l’artista – chiedevo quale fosse la nostra identità. Tabbuleh, hummus? mi rispondevano. Davvero non abbiamo un’identità: dopo quasi 30 anni, dentro e fuori siamo definiti dalla guerra».

Era dal 1994 che l’architetta e attivista Mona El Hallak, cercava di salvare la casa che la famiglia Barakat si era fatta costruire nel 1924 sulla Via di Damasco. La strada è sempre trafficata, è un’arteria di commerci. Ma nel 1975 la Linea Verde corrispondeva alla Via di Damasco. Casa Barakat era sul lato cristiano, alla fine del quartiere di Ashrafieh e davanti a Basta, musulmana sunnita. Faceva angolo e la visione per i cecchini cristiani era ideale. Più volte dall’altra parte cercarono di conquistarla senza riuscirci. Nella guerra libanese non c’erano l’aviazione di Assad e quella russa che radono al suolo intere città siriane. I miliziani avevano armi meno potenti. Il risultato finale fu Casa Barakat come per decenni dopo il conflitto gli automobilisti avrebbero visto, fingendo di guardare altrove: mangiata, rosa da migliaia di proiettili; scavata da ordigni capaci di bucare un muro, non di distruggere irrimediabilmente, sempre più coperta dalla vegetazione.

Solo qualche anno fa Mona è riuscita a convincere le autorità locali del suo progetto: trasformare lo scheletro Barakat in Beit Beirut, la casa di Beirut, il Museo della memoria della città. Sono stati necessari 23 anni di pressioni e di lavori. “Mi manchi amore mio”, aveva scritto sul muro un cecchino in attesa di un nemico cui sparare. “Aljahim!”, inferno, aveva inciso un altro, al primo piano dove c’erano i posti di combattimento. I restauratori hanno trattato quelle scritte come fossero geroglifici del loro stesso passato. Ma la scoperta più commovente, sono stati 10mila negativi trovati fra le macerie dello studio fotografico al piano terra. Nel 1957 lo avevano preso in affitto Samuel e Manuel Ajamian. “Capsule del tempo” chiama Mona i negativi ritrovati. Foto tessera e di famiglia, matrimoni, ritratti, istantanee degli ambulanti e dei commercianti del quartiere. Tutte le immagini sono marcate “Photo Mario”, probabilmente l’artista dello studio. I visitatori sono esortati a rovistare nell’archivio e riconoscere amici perduti e nemici accanto ai quali si era vissuto prima che quel Fargo rosso e bianco passasse per Ein Rommaneh, 43 anni fa, distruggendo il loro mondo. «E se questo 13 aprile non fosse mai esistito?», scrive Gilles Khouri de «L’Orient-Le Jour», in un articolo rievocativo.

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Beirut e le capsule del tempo

https://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2018-08-20/beirut-e-capsule-tempo-131000.shtml?uuid=AE5u3TUF

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