Benvenuta, Palestina!

admin | November 30th, 2012 – 8:57 am

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È un grande portone d’acciaio lo schermo improvvisato su cui è proiettata la faccia di Mahmoud Abbas che parla dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, al Palazzo di Vetro di New York. Uno schermo d’acciaio che è più di un simbolo. È uno scandalo. È il portone che chiude il muro di cemento armato alto nove metri a Betlemme, altezza Tomba di Rachele. I pellegrini italiani che a Betlemme sono andati, superando – spesso – la ritrosia di qualche agenzia di viaggi, conoscono bene quella torretta e quel portone.
Sta tutto lì, in quel portone, in quel Muro dello scandalo, in quella torretta e in quel gruppo di persone il significato del voto di ieri notte all’Onu. 138 sì, 41 astenuti, 9 no, e la Palestina è il 194esimo stato dell’Onu. Stato osservatore, non più di questo. Piccolo traguardo diplomatico raggiunto, dopo aver fallito l’ingresso pieno nelle Nazioni Unite, l’anno scorso a settembre. Passo piccolo, se si vuole disperato, da parte di Mahmoud Abbas, leader debolissimo prima di tutto di fronte ai palestinesi. Leader che non è il padre della patria, non è Yasser Arafat ritornato pochi giorni fa sulle pagine della cronaca. Leader controverso e osteggiato, soprattutto dopo l’ultima intervista rilasciata, in cui dichiarava che non sarebbe mai tornato a vivere a Safed, in Galilea, il paese in cui è nato: a molti era apparsa una svendita del ‘diritto al ritorno’ dei palestinesi cacciati nel 1948…
Eppure, nonostante questo e nonostante tutto, la piccola vittoria di Abu Mazen, ieri, riesce a conquistare i palestinesi. Che ben sanno, comunque, quanto questa vittoria è solo simbolica, per nulla pratica, e per niente inciderà sulla loro vita quotidiana. Per i palestinesi tutti, fuori e dentro Cigiordania, Gaza e Gerusalemme est, l’essere considerati uno Stato dà una cosa che gli arabi, nel 2011, hanno richiesto a gran voce, nelle piazze. Karama, dignità. Dignità. Ci sono, esistono, non sono figurine, non sono pedine don un risiko astratto. Non sono numeri in una piccola guerra veloce e sanguinosa, in cui in pochi giorni ne ha uccisi 162, a Gaza: morti a cui ieri Abu Mazen ha pagato il tributo.
Dignità, esistenza. Quei palestinesi che ascoltano Abu Mazen applaudito all’Onu lo fanno dietro un Muro alto nove metri. Sono invisibili agli israeliani e al mondo. Eppure esistono, ci sono, dietro quel Muro. E nasconderli non risolve il conflitto. Semmai lo peggiora, lo rende – se possibile – ancor più astioso.
Il mondo, il resto del mondo che è vasto e va oltre noi occidentali, ha dato ieri uno schiaffo alla vecchia Europa e agli Stati Uniti. Ha detto “basta con questa farsa. Per noi la Palestina esiste. Se volete, vi accoderete alla nostra decisione”. E noi, per una volta tanto, ci siamo accodati, e abbiamo seguito il mondo. Finalmente senza guidarlo. È la prima di una lunga serie di lezioni.
Sono molto contenta che il nostro Paese, alla fine, abbia votato sì, per render un po’ di giustizia. Anche se dal punto di vista pratica non cambierà ancora nulla. E sono contenta per i miei amici, tra i palestinesi, che potranno finalmente dire “Palestina”. Infine, sono contenta per i miei amici italiani che non ci sono più, che sono morti prima di vedere il voto di ieri. Sarebbe stato, per loro che in Terrasanta avevano lavorato e che per la gente dolente avevano dato tanta passione e cuore, di grande consolazione vedere ieri quel voto, e quel grande abbraccio, al Palazzo di Vetro.

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