Berlino, capitale araba

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Articolo pubblicato originariamente su Orient XXI

Capitale culturale europea per eccellenza, Berlino ospita anche un’intensa attività artistica e intellettuale araba. Diventata per questo meta privilegiata e luogo di incontro per cittadini arabi di diverse nazionalità, la creatività qui prende forma dall’esilio.

Di SARRA GRIRA

“La cosa buona di Berlino è che quando hai nostalgia di casa, puoi sempre andare a litigare con un israeliano”, dice con un sorriso malizioso, Mohamed Badarneh, 45 anni, prima di addentare il suo shawarma1. È da 11 anni che questo fotografo palestinese di Haifa si è stabilito nella capitale tedesca, che ospita anche una grande comunità israeliana. Se questa scelta, nel suo caso, è stata guidata dall’amore – sua moglie, conosciuta ad Haifa, è d’origine tedesca – trasferirsi a Berlino gli ha permesso di dedicarsi alla sua recente passione per la fotografia.

“Ci sono più attività culturali arabe a Berlino che in qualsiasi città del mondo arabo”, dice Mohamed. Lui stesso espone in un piccolo spazio lungo la Sonnenallee, un tempo passaggio di confine tra Berlino Est e Berlino Ovest, soprannominata “Arabische Straße”, ossia la “strada araba”. Non c’è negozio, caffè, ristorante o manifesto che non ricordi i nomi e i volti dei prigionieri politici palestinesi in Israele o lo sciopero della fame di Alaa Abdel Fattah. Qui tutto rimanda a Damasco, Gerusalemme, Baghdad o al Cairo. Lunga 5 chilometri, la Sonnenallee attraversa la parte sud del quartiere di Neükolln, che storicamente ospita l’immigrazione siriano-libanese, ma anche l’immigrazione palestinese. La loro presenza risale alla seconda metà degli anni 1970, dopo l’inizio della guerra civile in Libano, favorita dagli stretti rapporti tra sinistra palestinese ed estrema sinistra tedesca. L’azione più eclatante fu l’Operazione Entebbe2, quando, nel giugno 1976, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e le Revolutionäre Zellen3 (RZ) dirottarono un aereo della Air France, proveniente da Tel Aviv, decollato dall’aeroporto di Atene e diretto a Parigi.

Sonnenallee. Un uomo passa davanti a manifesti che chiedono il rilascio dei prigionieri politici palestinesi.
Sonnenallee. Un manifesto che pubblicizza il concerto di capodanno del cantante libanese Fares Karam, non lontano da un ristorante di kebab.

È difficile calcolare il numero esatto di palestinesi che vivono a Berlino, considerando i clandestini e chi ha con uno status giuridico complicato (c’è chi viene da Gerusalemme, dai campi profughi o dall’interno). Ma tutti concordano nel dire che la capitale tedesca ospita il maggior numero di palestinesi in Europa.

«BERLINO NON È LA GERMANIA»

A metà d’ottobre, la città era piena di eventi culturali arabi. Una grande offerta resa possibile grazie allo spirito della città, improntato a un dinamismo artistico e culturale che non accenna a calare dai tempi della riunificazione. “Berlino non è la Germania”, dice Inès Lamari, artista visiva nata a Stoccarda da genitori tunisini. Il clima è particolarmente mite in questa serata, e Inès coglie l’occasione per ammirare il tramonto con i suoi amici a Tempelhofer Feld4, un ex aeroporto convertito nel 2010 nel più grande parco della città. Bici, rollerblade, musica che si ascolta dagli altoparlanti e spinelli che passano di mano in mano, in giro c’è un’atmosfera festosa e rilassata, e si possono incontrare degli amici senza fissare alcun appuntamento. Ahmed Eid, musicista e produttore musicale di Ramallah, aggiunge: “Se Berlino non fosse in Germania, non credo che vivrei in Europa”.

Tre sere fa, tutte queste persone erano all’AL.Festival di Berlino, dove sembrava essersi data appuntamento tutta la gioventù araba della capitale. L’evento si è tenuto a Festsaal, una grande sala da concerto dove per entrare bisogna fare una fila di più di un’ora. Erano stati allestiti tre palchi con programmi in contemporanea, mentre nel cortile esterno, c’erano alcuni designer arabi che esponevano vestiti, gioielli e accessori. Un programma in cartellone da sogno, perché è raro vedere in uno stesso evento tanti nomi della scena araba alternativa – anche qui con una scelta al 100% femminile: la palestinese di Haifa – berlinese d’adozione – Rasha Nahas, la saharawi Aziza Ibrahim, l’egiziana Maryam Saleh o la marocchina Oum, per non parlare della scena electro ben rappresentata da Makimakkuk, Taxi Kebab o DJ Sama’ Abdulhadi, per citare solo i nomi più noti. La capitale tedesca è ormai un must per gli artisti arabi in tournée europea, come lo sarà a fine novembre per il gruppo rock egiziano Cairokee.

La cantante sahrawi Aziza Obrahim sul palco del festival AL.Berlin
Pubblico del festival AL.Berlin
La cantante egiziana Maryam Saleh sul palco del festival AL.Berlin

Iniziata alle 19, la serata è proseguita, com’è consuetudine a Berlino, fino alle 6 del mattino. Il pubblico? Molto ampio e variegato. Persone queer accanto a giovani donne con il velo, e anche se la presenza era in maggioranza araba, la notorietà del luogo ha attirato anche un pubblico tedesco curioso di scoprire una musica a lui sconosciuta. Un pubblico eterogeneo che ricorda quello abituato a questo genere di concerti a Parigi. Se esiste una certa forma di settarismo per gli eventi organizzati a Berlino da arabi per arabi, siamo molto lontani dalla ghettizzazione che c’è a Parigi. Anche nei quartieri popolari della città, c’è una forma d’integrazione sociale, e non è raro incontrare donne col velo nei quartieri più trendy della città, come Prenzlauer Berg o Mitte.

MISURE DI SOSTEGNO PUBBLICO

La comunità artistica araba ha beneficiato di un ambiente istituzionale favorevole alla produzione culturale, in primis attraverso una politica dei permessi di soggiorno più flessibile rispetto agli altri paesi europei. Abdallah Al-Khatib, palestinese siriano, regista del documentario Little Palestine, Diary of a Siege racconta in esso la storia dell’assedio del 2013, da lui stesso vissuto, nell’ex campo profughi siriano di Yarmouk, alla periferia di Damasco. Dopo essere stati sfollata dal regime nel nord della Siria, la famiglia del regista insieme ad alcuni amici sono stati costretti a partire per la Turchia, dove hanno cercato di raggiungere l’Europa. “Ho approfittato del mio privilegio di regista per portarli con me”. Prima ci sono i tentativi con il consolato francese, poi quello britannico, che gli chiudono le porte. Solo Berlino gli riconosce quel “privilegio”, e oggi è qui che vive, dal 2019, con la sua famiglia.

La politica culturale della città sostiene anche gli artisti arabi nei loro progetti, sia attraverso finanziamenti, sia mettendo a loro disposizione edifici pubblici. Questo è particolarmente vero per Oyoun5, uno spazio culturale che realizza progetti artistici attraverso prospettive decoloniali, queer, femministe e migranti. In questo mese di novembre, il luogo ospiterà la mostra Moujahidate (Resistenti), “Donne, resistenza, alleanza queer”, in occasione del 60° anniversario dell’indipendenza algerina, oltre ad organizzare workshop a tema, come quello dedicato ai/lle musulmani/e queer.

È all’interno del centro Oyoun che il caffè Bulbul ha scelto di aprire il suo terzo punto vendita a Berlino da quando è nato il progetto. Il caffè deve il suo nome al suo fondatore, Nidal Bulbul, un palestinese di Gaza che gestisce il bar con la moglie Nayar, una palestinese di Gerusalemme. Anche qui la clientela è mista, ma i versi in arabo di Mahmoud Darwish che si leggono sopra il bancone “Ho nostalgia del pane di mia madre/ e del caffè di mia madre”6 danno subito idea della forte identità del locale. Appeso al muro c’è un piccolo dipinto con la bandiera della Palestina, la mappa storica del paese e una miniatura della Cupola della Roccia, simbolo della città di Gerusalemme. Qua e là si vede qualche calligrafia e delle lampade arabe, come quelle che si trovano nelle città mediorientali alla viglia del Ramadan, che decorano questo luogo caldo, fatto di comodi divanetti e sedie con schienale per chi deve studiare, e dove si viene anche per sgranocchiare qualcosa con gli amici o sorseggiare un caffè mentre si lavora.

Interno del caffè Bulbul
Sopra il bancone, i versi in arabo del poeta Mahmoud Darwish “Ho nostalgia del pane di mia madre/ e del caffè di mia madre”

UN RITROVO ACCOGLIENTE

Vai al caffè Bulbul quando vuoi sentirti al sicuro. La playlist va da Mashrou‘ Leila a Souad Massi passando per Ziad Rahbani o BiGSaM, e tutto il personale, dalla cucina al bar, è palestinese o siriano. Quasi ti dimentichi di essere a Berlino. Nidal si siede sul divano, con le gambe distese, prima che la sua cagnetta Samra arrivi a saltare tra le sue braccia. “È sorda”, avverte chiunque provi a chiamarla. Un particolare che fa sorridere l’ex corrispondente della Reuters, a cui è stata amputata la gamba destra dopo che un raid israeliano ha sganciato una bomba sul pick-up dove si trovava con i suoi colleghi durante l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza nel 2008.

Il suo lavoro per un’agenzia internazionale gli permette di essere evacuato per essere curato a Gerusalemme. Da lì, ottiene un visto per la Germania all’interno di un programma per giornalisti palestinesi. “Sono sempre stato attratto da Berlino, forse a causa del muro…”, dice, riferendosi alla barriera di separazione costruita da Israele. Ma l’ex corrispondente di guerra alla fine si stanca presto della routine tedesca e decide, nel 2016, di lanciare il suo progetto Café Bulbul. Un luogo che sogna di far diventare “come il salotto di casa”, un ritrovo accogliente per gli arabi di Berlino che vogliono andare lì per rilassarsi, “un luogo dove si ritrova tutta la comunità araba” e non ci si pensa due volte prima di mettersi a chiacchierare con il proprio vicino.

È il caso di Reham Maslmani, graphic designer siriana, arrivata da Aleppo nel 2014 e che oggi si occupa di organizzare eventi culturali arabi a Berlino, con la sua società Eventat Berlin7. Ha scoperto questo luogo per caso dopo un primo anno a Berlino un po’ duro tra lezioni di tedesco e il lavoro come cameriera in un caffè: “A 30 anni, ho dovuto ricominciare tutto da capo. Le mie lauree siriane erano inutili qui e la mia esperienza professionale non era riconosciuta”. Fatica a trattenere le lacrime quando parla del suo paese. Così il giorno in cui capita per caso da Bulbul per vedere la mostra di un pittore siriano, è al settimo cielo: “Per la prima volta da quando ero in Germania, mi trovavo in un luogo dove potevo parlare la mia lingua madre e dove non dovevo pensare a dove va il verbo all’interno della frase”, ricorda con un sorriso. “Mi precipitavo lì non appena finivo il mio orario di lavoro e ci rimanevo fino alla chiusura. A volte ho persino aiutato quelli del locale a metter a posto tavoli e sedie. Era casa nostra”.

Oggi polo d’attrazione per la diaspora, Berlino agevola la realizzazione di progetti transnazionali, o più precisamente panarabi. Per Ayham Majid Agha, regista di Deir el-Zor, una città nella Siria orientale, l’ambiente berlinese è un’opportunità unica in Europa. A Berlino dal 2014, il regista ha messo in scena al Teatro Maxim Gorki il progetto “Exil Ensemble” nel 2017, mettendo insieme diversi attori e attrici provenienti da Siria, Palestina e Afghanistan. Oggi risiede presso la “Berliner Union Film” (BUFA), e ha dato vita al festival “The Hanging Gardens of Oberlandstrasse”, che ha come tema principale “a casa” e che si è tenuto dal 4 al 12 novembre in uno spazio di quasi 2.500 mq: “Dopo il progetto “Exil Together” e tutti gli anni trascorsi a Berlino, ormai la città è diventata casa mia. Oggi sono sposato, e i miei figli vivono qui”. Ma per il festival, si è ispirato alla storia della sua regione d’origine, situata sulle rive del fiume Eufrate:

Parlo e leggo il siriaco. Mi sono ispirato alle antiche leggende mesopotamiche, in particolare quella dei giardini pensili di Babilonia: è la storia della moglie persiana del re di Babilonia, che aveva nostalgia del suo paese. Per consolarla, il re le fece costruire dei giardini pensili che le ricordassero la sua terra. Così ho chiesto a tutti gli artisti che partecipavano a questo festival di collegare a loro volta un’opera alla propria terra.

Da sinistra a destra: il regista e curatore Ayham Majid Agha, l’artista visiva Inès Lamari e il regista e musicista Najib Abidi, che partecipa al festival con una proiezione video. Sono davanti allo Studio 1 della BUFA.

Foto, calligrafie, installazioni, video, concerti… Ayham ha inizia a radunare i suoi amici e conoscenti che a loro volta lo hanno presentato ad altri artisti. A parte un artista tedesco, tutti gli altri partecipanti sono stranieri che vivono a Berlino: “Il progetto difficilmente avrebbe potuto vedere la luce in un altro luogo”, continua il curatore del festival, “perché sarebbe stato molto più costoso. Qui, la maggior parte degli artisti sono del posto, e posso contare su spazi che sono a mia disposizione gratuitamente”.

GLI ESULI DELLE RIVOLUZIONI

Questa serie di progetti sottolinea l’opportunità che Berlino offre di incontrare cittadini arabi che finora sono stati prigionieri dei loro passaporti: “Ora possiamo frequentare persone che la politica coloniale e le frontiere ci hanno impedito di incontrare”, dice Bulbul. Una frase che riassume al meglio la nascita della libreria “Khan Aljanub” (La Casa del Sud), fondata da tre soci: Fadi Abdennour, un palestinese di Ramallah, Rasha Hilwi, una palestinese di Acri che oggi vive ad Amsterdam, e lo scrittore egiziano Mohamed Rabie.

Interno della libreria Kahn Aljanub

“Quest’idea è nata da una reale necessità”, dice Fadi, che vive in Germania da 20 anni ed è anche uno dei co-fondatori del Festival del cinema arabo di Berlino (“Al Film”). È proprio il festival che lo porta nel 2009 da Lipsia alla capitale tedesca, progetto però che, nel 2020, ha abbandonato per dedicarsi alla libreria, che oggi conta tra i suoi scaffali più di 4.000 titoli. Malgrado sia nel cortile interno di una palazzina, il passaparola sta funzionando e il pubblico accorre puntuale ad ogni appuntamento. Lo scorso sabato sera, si è tenuto un incontro nel cortile – per ragioni di spazio – con Khaled Fahmy, storico egiziano ed esperto del XIX secolo. C’erano almeno 70 persone – molte in piedi, nel freddo, mentre calava la sera – che ascoltavano lo studioso in religioso silenzio prima che il dibattito si prolungava. Tra i presenti c’era anche Saleh Dabbah, farmacista di Acri nella vita civile e critico cinematografico nel tempo libero: “Sono venuto qui per incontrare il mondo arabo”, dice parlando di Berlino. Parlando con Mayssoun, una palestinese d’origine giordana che lavora in libreria, scopriamo di avere alcune conoscenze un comune, tra Haifa, Beirut, Parigi e Tunisi. “Non ci credo che veniamo da paesi diversi!”, dice sorridendo.

Una fortunata coincidenza di microcosmi transnazionali? Non è solo questo. Perché più che lo spazio geografico, esiste un vero e proprio terreno politico e culturale comune tra questa generazione di trentenni o appena quarantenni, che affonda le sue radici nel momento cruciale delle rivolte arabe del 2011. Un legame incarnato dal progetto “Febrayer Network”, che dal 2020 riunisce i membri di quattro media indipendenti: Mada Masr (Egitto), Megaphone (Libano), Al Jomhouriya (siriani di base a Berlino) e Sout (Giordania). Insieme, discutono delle dinamiche che stanno attraversando il mondo arabo sulle orme del 2011 e sulla produzione giornalistica e intellettuale che ne deriva. “Vivevamo la stessa realtà, e così abbiamo voluto superare questa sensazione di solitudine indotta dalle circostanze politiche ed economiche”, chiarisce Yasmine Daher, una palestinese di Nazareth che dirige la fondazione e ne rivendica l’orientamento progressista e di sinistra. Da Berlino, Febrayer Network sostiene progetti o iniziative che nascono nel mondo arabo, anche attraverso corsi di formazione online.

È Yasmine, che ha sostenuto una tesi in filosofia politica a Montreal prima di trasferirsi a Berlino, a spiegare questa scelta strategica: “Qui si è formata una nuova diaspora. Si è creato un dialogo positivo tra gli esuli e i loro paesi d’origine”. Anche lei fa parte del collettivo “Palästina Spricht” (La Palestina parla), una causa difficile da difendere in Germania. Ricorda le pressioni subite dalle autorità locali per aver organizzato un presidio di solidarietà in seguito all’omicidio della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh: “È davvero paradossale una democrazia dove è possibile criticare il governo tedesco, ma non quello israeliano!”. Mohamed Jebali, palestinese e uno dei gestori del bar “Al Berlin” (Gente di Berlino), nonché organizzatore dell’omonimo festival, ride: “A volte, è più difficile qui che a Tel Aviv!”.

Parlando di questi progetti collettivi – Febrayer Network e Khan Aljanub –, Salma Mostafa Khalil, antropologa egiziana che vive a Londra ma che studia la Berlino araba, sottolinea il fortissimo legame che mantengono con il mondo arabo, malgrado la distanza geografica:

Tutti parlano o scrivono del mondo arabo di oggi, e tutti sono fortemente radicati nel periodo delle rivolte del 2011. È stato allora che d’improvviso ci siamo scoperti l’un l’altro/a come individui arabi che condividono le stesse aspirazioni, in costante dialogo. Non eravamo più confinati all’interno dei nostri governi, ma avevamo delle cause comuni.

Cortile del bar AL.Berlin. Graffiti in omaggio a Sarah Hegazi, una giovane donna egiziana imprigionata e torturata per aver esposto una bandiera arcobaleno. È morta a giugno 2020.

IL 2015, UN MOMENTO CHIAVE

“Chi è arrivato nel 2015 ha una coscienza politica che si è formata nel 2011”, ricorda Salma, riferendosi all’ondata siriana. La politica di accoglienza tedesca nei confronti dei siriani – motivo che ha fatto guadagnare ad Angela Merkel il soprannome di “Mutti” (Madre) – creerebbe più di un imbarazzo oltre Reno. “Wir schaffen das!” (“Ce la faremo!”) disse la cancelliera nel 2015. Risultato: circa 790.000 siriani sono stati regolarizzati in Germania tra il 2013 e il 2019. In Francia, solo 10.000 hanno ottenuto lo status di rifugiato tra il 2011 e il 2016. La foto del piccolo Aylan, un bimbo curdo siriano di 3 anni, trovato annegato su una spiaggia turca è diventata l’immagine tipica della vittima innocente. Mohannad, uno dei co-fondatori della biblioteca associativa Baynatna (Tra di noi), che mette a disposizione dei lettori dei libri in lingua araba, ricorda:

L’immagine è rimasta impressa nelle mente di tutti gli arabi, anche di quelli che non erano rifugiati o erano arrivati tempo prima. I tedeschi hanno dimostravano grande empatia per noi quando abbiamo detto di essere arrivati via mare, mentre nessuno ci aveva calcolato quando cadevano le bombe in Siria! Tutti volevano fare qualcosa per i rifugiati – e ricevere i tanti finanziamenti che stavano arrivando.

Una politica che ha contribuito a far emergere un vero pubblico per le attività culturali arabe. “10 anni fa, un progetto come Khan Aljanub non sarebbe stato concepibile”, riconosce Fadi. Tuttavia, Salma Khalil relativizza quest’immagine di Berlino come città dell’accoglienza: “Non dobbiamo perdere di vista la logica della forza lavoro e della produzione che prevale in qualsiasi politica migratoria. A Berlino, la produzione è tipo culturale. E la produzione artistica araba può portare fondi e turismo”.

Una logica che alcuni come Mohamed Badarneh cercano di superare, lavorando in modo indipendente. È vero che il fotografo quarantenne sta preparando un libro sulle strade arabe in Europa, tra le quali spetta un posto d’onore alla Sonnenallee, ma rifiuta di farsi rinchiudere in un contesto identitario, come dimostra la sua ultima mostra, The Forgotten Team, dedicata ai operai nepalesi che lavorano nei cantieri dei Mondiali di calcio in Qatar. Per lui, è importante che un palestinese, un arabo, per iniziativa di questo progetto, possa esprimere una solidarietà tra i cittadini del Sud del mondo.

Il fotografo Mohamed Badarneh tiene in mano una maglia da calcio realizzata appositamente per la mostra. La maglia riporta il nome di un operaio nepalese con la scritta «morto in Qatar».

Rifugiati o semplici immigrati, tutti sognano di ricreare un mondo arabo che non esiste in nessuna altra parte se non qui. “Un mondo arabo parallelo, dove ognuno può essere sé stesso”, riassume Salma. Una casa comune che cercano di ricostruire attingendo dai rispettivi territori d’origine, come Reham che a volte si esibisce in pubblico per cantare dei classici arabi. Dal 2017, non ha più fatto ritorno ad Aleppo: “Che mi piaccia o no, la vita di Berlino mi ha cambiata. E ora non ce la faccio più a sopportare la miseria e la sofferenza che vedo lì”. Anche altri non rivedranno mai più il loro paese, come Nidal Bulbul, a cui le autorità israeliane impediscono di tornare a Gaza, malgrado abbia la nazionalità tedesca.

Nonostante questa distanza incolmabile, alcuni cercano di concentrarsi su ciò che Berlino offre loro. Hiba Obeid, una palestinese-siriana che lavora alla radio culturale tedesca e collabora con il network panarabo Raseef 228, dice: “Quando vivevo in Siria, non mi sentivo così libera nel mio modo di scrivere. Berlino mi ha dato l’opportunità di adottare un approccio femminista nei miei articoli. Neppure le mie sorelle che vivono in Olanda hanno una tale libertà”. Sono proprio questi margini di libertà che i gestori della libreria Khan Aljanub stanno cercando di sfruttare. Quest’anno inizieranno a pubblicare libri con un mantra: pubblicare a Berlino ciò che non può essere pubblicato nel mondo arabo, per motivi politici, sociali o di stampo religioso.

Fino a quando potrà durare questo fiorire di eventi culturali? La crescente gentrificazione della capitale e un potere attrattivo in calo rispetto al 2011 rappresentano oggi una minaccia. “Per dirla in parole povere: i siriani sono una moda che rischia di passare rapidamente”, secondo la previsione di Salma Mostafa Khalil. Già nel 2017, c’è stato un calo significativo dei nuovi arrivi in Germania, con un inasprimento delle leggi sull’asilo. La ricercatrice mette in guardia sul fatto che molte di queste iniziative dipendono dai finanziatori e dalla loro mancanza di autonomia. Una modalità di finanziamento che può influenzare o limitare le tematiche che gli artisti arabi vogliono affrontare, privilegiando quelle legate alle libertà individuali o alla condizione di rifugiati, piuttosto che su altri temi di taglio più politico, spesso assegnando agli artisti il ruolo di vittima. Un rischio ancora più imminente in un momento in cui la guerra in Ucraina e il conseguente arrivo di nuovi rifugiati rischiano di ridurre i finanziamenti per gli eventi culturali.

Primo pomeriggio. Al caffè Bulbul, mentre alcuni clienti stanno chiacchierando e altri lavorano al computer, un uomo si siede al pianoforte e comincia a suonare una canzone di Abdelhalim HafezAhwak. Guardo Nayar, la moglie di Nidal, con tono interrogativo: “È Shadi, un palestinese di Yarmouk. Tiene dei seminari nel centro culturale Oyoun, e viene spesso qui per un caffè, per cercare un po’ di compagnia. La guerra lo ha molto scosso, bisogna evitargli ulteriori traumi”. Shadi continua a suonare. Sorride a chi riesce a riconoscere il motivo di una canzone di Fairuz che ha appena accennato al piano, poi si diverte a fare il jukebox: “Cosa vuoi ascoltare? Shireen? Majida El-Roumi? George Wassouf?”. Quando qualcuno indovina il titolo, i suoi occhi sembrano illuminarsi. Come se negli occhi dell’altro, ritrovasse un po’ di casa sua, anche qui a Berlino.

SARRA GRIRA

Giornalista e dottore di ricerca in letteratura francese. È responsabile della versione araba di Orient XXI.

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