Betlemme-Betlemme

Quando in queste settimane giravamo per i mercatini di Natale e sui sagrati delle chiese con Mohannad e Ibrahim, che cercavano di vendere i loro oggetti in legno d’ulivo, la gente spalancava gli occhi incredula appena loro dicevano ‘veniamo da Betlemme’. Non ci credeva proprio subito. In fondo loro avevano la faccia da immigrati qualsiasi. Arabi per giunta.

In fondo anche a noi capita quando diciamo “vengo da Venezia” che ci chiedano subito… ma… Venezia-Venezia?

Betlemme-Betlemme? E quando rispondevamo per loro “veramente vengono da Beit Shaour”, se le vecchine ci rimanevano un po‟ male, avevamo imparato in fretta con loro ad aggiungere “è il biblico Campo dei pastori, fuori Betlemme appena appena”, e allora i piccoli presepi le crocette e le stelle di legno godevano subito dell’aura rassicurante di cui a Natale sembriamo aver tutti particolarmente bisogno.

E allora sì, venivano tutti da Betlemme, doni e persone. Erano buoni, erano doc. E sorrisi si spalancavano. Le vecchine abbracciavano questi Gesù bambini cresciuti, gli sguardi si riempivano di nostalgia per il paesaggio dell‟anima che ciascuno si porta dentro a Natale.

Betlemme Betlemme. Anche padre Pizzaballa, il giorno di Natale, si è premurato di rassicurare tutti, dalle nostre reti nazionali: tutto a posto, tutto tranquillo. Turisti sereni. Betlemme è proprio la nostra Betlemme. Ma, come ci ricordava Michele Giorgio qualche giorno dopo, “Anche le pietre a Betlemme sanno che la città non potrà sfruttare le sue potenzialità finché esisterà il Muro israeliano che la circonda, non terminerà l’occupazione militare e la città potrà ricevere liberamente, senza limitazioni, il flusso di turisti e pellegrini”.

Perché è proprio questo il punto. Betlemme esiste oggi. Ma come lì, ancora, la Basilica della Natività testimonia l’amore del Dio con noi per tutte le persone, altre costruzioni testimoniano che a Betlemme le persone sono sopraffatte da altre persone.

Betlemme oggi è soffocata dal muro e la sua popolazione umiliata ai checkpoint. A Betlemme il lavoro che non c’è. Perché è una città sotto occupazione. A Betlemme gli aerei da guerra volano e sorvolano il cielo stellato, come nei giorni dei bombardamenti a Gaza.

Betlemme è circondata da colonie illegali. Colonie che si espandono a partire proprio da questi giorni: “Dopo aver fatto gli auguri ai cristiani palestinesi per il Natale – ai quali ora vuole strappare terreni (proprietà sia di 58 famiglie e delle Chiese) nella valle tra gli insediamenti colonici di Gilo e Har Gilo – Netanyahu ha dato il via libera alla costruzione di 1200 nuove case, sempre a Gilo. In quella stessa zona si espanderà anche Givat Hamatos. Un progetto di colonizzazione addolcito dal proposito di costruire case anche per i palestinesi a Beit Safafa” (Michele Giorgio).

Betlemme Betlemme, è la città che inglobiamo automaticamente nei nostri jingle natalizi.

Noi vogliamo avere davanti agli occhi la Betlemme e basta, cari amici di Bocchescucite. Quella che c’è oggi, la città reale, è proprio una città-fuori, una città ai margini della giustizia. La città degli ultimi, come ai tempi di Gesù. In fondo anche lui è nato fuori. Fuori dalle case normali, fuori dalla città stessa, vicino a quei pastori che nessuno voleva.

Mohannad e Ibrahim sono tornati a casa, nella loro Betlemme quasi Betlemme. Qui abbiamo già archiviato i loro doni di legno.

Nessuno tra i compratori di presepe forse sa che ci hanno messo un giorno intero per tornare dalle loro famiglie. L‟aeroporto israeliano a loro è vietato. Nessuno forse ha colto il fatto che magari avrebbero potuto vendere i loro oggetti a casa loro. O magari esportarli. Per guadagnare un po’ di euro hanno dovuto lasciare Betlemme perché per loro, a casa loro non c’era posto.

Betta Tusset per BoccheScucite

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