Betlemme e il suo sindaco donna

14 November 2012

Zeina Ayache

“Inshallah, sarò la prima donna sindaco di una comunità conservatrice e patriarcale. Niente però nasce dal momento: se mi guardo indietro, vedo una lunga strada che mi ha condotto sino qua”.

Parla così Vera Baboun, la donna diventata celebre per essere la prima donna Sindaco di una delle città più conosciute al mondo e dalla più alta carica simbolica per la religione cristiana: Betlemme.

Il suo passato e la sua storia l’hanno resa la donna forte e indipendente che è oggi e le hanno permesso di segnare così un importante passo nella storia della città, ma, più in generale, del mondo.

Per conoscere meglio la storia di Vera Baboun, vi invitiamo a seguire QUESTO link.

 http://frammentivocalimo.blogspot.it/2012/11/betlemme-e-il-suo-sindaco-donna.html

ARTICOLO

L’INTERVISTA DOCENTE UNIVERSITARIA, HA COLLABORATO CON IL VOLONTARIATO BRESCIANO E SOSTENUTO IL GEMELLAGGIO FRA LE DUE CITTÀ

«Io, donna e sindaco di Betlemme»

Vera Baboun e la sua storica vittoria: «Userò il dialogo e la forza della verità»

BETLEMME – È notte inoltrata e Vera Baboun siede in un angolo del salone. Il suo viso, illuminato da una luce fioca, è segnato dalla fatica. Il telefono di casa e il cellulare hanno smesso di squillare solo dopo la mezzanotte. Per sfuggire al sonno ha lasciato le finestre di casa spalancate: entra un vento fresco e foriero di pioggia, addolcito dagli ultimi sentori del gelsomino. Vera Baboun è a un passo dal suo ingresso nella storia di Betlemme: il primo sindaco donna della città. Di voti ne ha già presi a sufficienza il 20 ottobre, il giorno delle elezioni municipali in Cisgiordania, ma il tribunale sta ancora trattando i ricorsi presentati dalle opposizioni. Il verdetto è atteso oggi. Pura formalità.

Betlemme. Una cittadina di modeste dimensioni nel mezzo di colline pietrose, ma con un valore simbolico tale da essere divenuta capitale dell’immaginario cristiano. Non a caso, è gemellata con decine di città al mondo, più di 30 solo in Italia. Il sindaco di Betlemme deve essere cristiano per legge («Così decise Arafat nel 1997»), nonostante la popolazione cristiana locale sia da tempo in netta minoranza rispetto a quella musulmana. Se poi il sindaco è cattolico, il vice deve essere ortodosso. E viceversa. Per i musulmani c’è posto solo in giunta (7 seggi su 15). « Inshallah , sarò la prima donna sindaco di una comunità conservatrice e patriarcale. Niente però nasce dal momento: se mi guardo indietro, vedo una lunga strada che mi ha condotto sino qua».

Al principio di questa strada, il padre. «Mi ha insegnato la fiducia in me stessa e mi ha fatto studiare, mentre io volevo fare la segretaria». Lungo il percorso, gli incarichi di responsabilità ricoperti negli anni: l’insegnamento alla scuola primaria («che mi fece capire di essere nata per insegnare») e poi per 21 anni all’università di Betlemme, dove divenne l’assistente del rettore; la direzione di un centro per il supporto famigliare e la presidenza di un rinomato istituto scolastico cristiano ortodosso, che mai aveva accettato una donna laica al vertice.
«Ma sono soprattutto le sfide di questa terra e le sofferenze personali ad avermi preparato a questo incarico». Prima fra tutte, quella del 14 settembre 1990. Quando a mezzanotte bussarono alla sua porta. «Erano i militari israeliani e venivano a prendere mio marito Johnny». Militava nella resistenza armata e lei non ne aveva mai saputo nulla. «Sarò di ritorno fra 24 ore» le disse.

Passarono 50 giorni. Finché di nuovo, la notte, arrivarono i soldati. «Volevano le chiavi della sua officina per cercare le armi che teneva nascoste». Johnny era seduto in una jeep. Quando si trovarono uno di fronte all’altro, tremavano entrambi, nei loro corpi non ancora trentenni. «Era l’uomo dagli occhi blu più belli del creato, ma quella sera erano spenti. Rotti». Si dissero solo: «Abbi cura». Un uomo in alta uniforme la portò via, non senza aggiungere: «Johnny ha una moglie e una famiglia splendida, perché l’ha fatto?». «Per lo stesso motivo per cui tu l’hai arrestato – rispose Vera – per proteggere il suo Paese. E la sua splendida famiglia». L’ufficiale tacque. E il suo silenzio fu un assenso.

Tre bambini. Un marito in carcere. L’insegnamento la mattina. Lo studio il pomeriggio e la sera per conseguire un dottorato in letteratura inglese presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. «Ero la moglie di un militante, ma all’università ebraica non fece alcuna differenza: rispettarono sia il mio diritto di istruirmi, sia quello di mio marito di difendere la patria».
E i suoi voti eccellenti se li guadagnò per davvero. «Lo studio della letteratura inglese femminile mi aprì nuove finestre sulla vita: la tenacia con cui certe donne avevano superato la sofferenza, mi rendeva sempre più forte». Sua eroina divenne Toni Morrison, a cui dedicò la tesi di dottorato.
«Nella mia lista ( Indipendenza e sviluppo , affiliata al partito Fatah, di cui fa parte anche il presidente Abu Mazen) non siamo politici di professione, ma tecnici: medici, ingegneri, insegnanti. Per questo nel nostro nome compare la parola “Sviluppo”». E l’indipendenza? «Quella sta lì perché supportiamo la mozione di Abu Mazen all’Onu per il riconoscimento della Palestina». Vera Baboun è patriottica. Ma non ha mai scelto la via armata.
Nemmeno quando i militari israeliani tornarono una notte (sempre di notte…) per abbattere l’officina del marito: «Secondo loro limitava la visuale delle torrette di avvistamento su Betlemme». Il marito Johnny, la cui salute era ormai compromessa dal carcere, non resse il colpo e si rifugiò in un muto isolamento: «Non uscì di casa per cinque anni». Morì nel 2007. Il funerale fu militare e venne trattato come un martire. «Quel giorno, la piazza della Natività fu gremita di cristiani e musulmani per dargli l’ultimo saluto. I miei figli – Amir, Samer, Nadine, Lordina e Natali – lo ricordano ancora come il momento più toccante della loro vita».

La sicurezza trasmessale dal padre, l’umanità di quell’ufficiale israeliano, il rispetto che le offrì l’università ebraica, la fiducia in lei riposta da studenti e famiglie, la stima della comunità, il dolore per la morte del marito, la lotta patriottica attraverso i gesti e le parole ben spese: sono gli ingredienti che formano la politica del primo sindaco donna della storia di Betlemme, che a Brescia ha molti amici ed estimatori. Fu lei, nel 2003, ad accogliere in università la delegazione di velisti ciechi del progetto Homerus di Gargnano e ad adoperarsi per il gemellaggio Brescia-Betlemme, siglato nel 2007. «Il mio compito è sempre stato servire: gli studenti, la comunità, la famiglia. E ora continuerò a servire come sindaco, con la forza del dialogo e della verità».

MANUEL BONOMO

http://www.corriere.it/«Io, Donna E Sindaco Di Betlemme»

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