Betlemme: il Natale difficile, tra Muri e colonie

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A Palestinian family walk past new graffiti painted on Israel’s controversial separation barrier in the West Bank city of Bethlehem, on May 15, 2017. / AFP PHOTO / THOMAS COEX

 

Malgrado decenni di crisi, a Betlemme cristiani e musulmani vivono in armonia. «Cento anni fa c’erano tre religioni – musulmani, ebrei e cristiani – e vivevano insieme in pace e c’era il sentimento di essere un popolo unico. I problemi sono cominciati con la creazione dello Stato di Israele», dice in questa intervista Anton Salman, neosindaco di Betlemme.

Gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania sono diventati più grandi delle città palestinesi. Il processo di colonizzazione ha fatto sì che il territorio sia oggi frammentato, con una discontinuità fra le città palestinesi che rende sempre più complicati i collegamenti e la comunicazione.

 «Betlemme e il popolo palestinese soffrono da 70 anni una politica di oppressione sotto l’occupazione israeliana. La città in cui è nato Gesù, messaggio di pace per il mondo intero, è assediata dal muro dell’apartheid che si trova a poco più di un chilometro dalla Basilica della Natività».

Anton Salman, sindaco di Betlemme dal 13 maggio scorso, parla in modo asciutto e deciso della crisi “ordinaria” in cui vive la sua gente.

Cristiano, avvocato con tre figli, è consulente legale della Custodia di Terra Santa e durante la seconda Intifada è stato uno dei mediatori protagonisti dell’assedio della Natività (aprile-maggio 2002).

Uomo di sguardi attenti e poche parole, ha rilasciato una intervista per i nostri lettori in occasione del XII Seminario internazionale della Conference Permanente des Villes historiques de la Mediterranée (CPVHM) a Gallipoli (8-9 settembre scorsi), ricordando il gemellaggio con la città salentina che unisce le due sponde del Mare Nostrum.

«Questo Seminario – ha esordito Salman – è una opportunità per rinsaldare le relazioni tra i popoli del Mediterraneo per elaborare una cooperazione mirata. Betlemme, città prigioniera è un simbolo, un antico modello di convivenza tra cristiani e musulmani, ma soprattutto un messaggio per la Regione mediorientale».

Il neosindaco di Betlemme, pochi giorni dopo la sua nomina, ha ricevuto la visita del presidente Donald Trump nel Governatorato di Betlemme sotto l’Autorità palestinese.

Dopo aver incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente degli Stati Uniti si è recato in Cisgiordania per un incontro con il leader Abu Mazen.

Malgrado quest’ultimo abbia sottolineato «l’impegno dichiarato del presidente Usa per raggiungere un accordo di pace israelo-palestinese», non si percepiscono particolari movimenti nella soluzione della crisi palestinese.

Spiega Salman: «Le condizione messe da Trump per il processo di pace sono ripetitive rispetto alle amministrazioni precedenti, non c’è niente di nuovo, anzi. La proposta di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è un segno chiaro contro l’avanzamento del processo di pace».

E la Comunità Europea? «La Ue non ha mai portato avanti una politica chiara di pacificazione in Medio Oriente. In questo scenario lo scontro tra Hamas e al Fatah e l’ombra nera dell’Isis nei Paesi dell’area rendono tutto ancora più difficile.

Come Autorità palestinese condanniamo il terrorismo in tutte le sue forme, senza mezze misure.

Hamas è un partito politico con la sua visione e i suoi interessi nella Regione ma non rappresenta la posizione di tutta la popolazione palestinese.

La posizione ufficiale è quella del presidente Mahmud Abbas».

C’è anche un altro importante attore sulla scena mediorientale da non dimenticare: Putin ha portato finanziamenti russi a Betlemme, è al centro della questione siriana e ha preso posizione per difendere le chiese ortodosse.

«Gli aiuti erogati dalla Federazione russa all’Autorità palestinese, attraverso canali ufficiali e protocolli bilaterali – risponde Salman – confermano il ruolo decisivo della Russia in Medio Oriente, anche se la politica occidentale cerca di limitare questo ruolo».

«Da diversi anni viviamo di fatto un congelamento del processo politico interno e internazionale – spiega Salman – e con il passare del tempo le possibilità di arrivare ad una soluzione politica si affievoliscono. Israele continua con la politica di colonizzare i territori e a creare ostacoli al popolo e alla laedership palestinese.

Ultimamente gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania sono diventati più grandi delle città palestinesi. Il processo di colonizzazione ha fatto sì che il territorio sia oggi frammentato, con una discontinuità fra le città palestinesi che rende sempre più complicati i collegamenti e la comunicazione.

Per quanto riguarda la posizione della comunità internazionale e degli Stati Uniti, tutti stanno a guardare senza fare niente. Tutti dicono che la creazione degli insediamenti è un atto illegale ma nessuno fa nulla per fermare questo processo».

Se alla frammentazione del territorio si aggiungono i numeri dell’esodo di cristiani palestinesi dal Medio Oriente, il quadro della situazione attuale si fa ancora più preoccupante.

«Le guerre, le politiche e le migrazioni degli ultimi decenni della storia palestinese hanno portato importanti cambiamenti demografici con la diminuzione della percentuale dei cattolici dal 90% (nel 1948) al 40% di oggi.

I cristiani sono andati soprattutto verso Paesi europei» ha ricordato il sindaco.

Betlemme soffre dell’occupazione delle terre da parte di ben 23 insediamenti di coloni ed è una delle città con la maggiore densità di popolazione al mondo.

Ma per storia e identità, resta un luogo unico al mondo: eletta capitale della cultura araba per il 2020, la città palestinese vanta un magnifico restauro della Basilica della Natività e grazie alla valorizzazione dei suoi gioielli artistici può diventare un polo di interesse, oltre che religioso anche turistico a livello internazionale.

Spiega il sindaco: «Diventare capitale della cultura araba è un evento che riguarda tutta la Palestina e ci stiamo preparando a livello nazionale e internazionale per rilanciare Betlemme.

Prima dell’ultima escalation contro Gaza, si contavano  1400 all’anno ma nel 2016 ce ne sono stati solo 840mila. Una grande differenza dovuta all’insicurezza della situazione in Siria, Iraq e Yemen».

E allora quale strada è possibile?

Salman guarda in avanti ed esita a rispondere. Poi conclude: «Se non viene presa una decisione chiara nel Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente, tutti gli sforzi sono inutili. Ci sono tante risoluzioni che condannano Israele ma mai nessuna ha avuto seguito».

 

 

 

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