Betlemme, lezioni di cucina dalle donne palestinesi Il progetto Noor Aida è partito da un’idea di una volontari

MERCOLEDI 2 MAGGIO 2012

Il progetto Noor Aida è partito da un’idea di una volontaria brasiliana a sostegno delle famiglie con bambini disabili. Quarantacinque anni di occupazione israeliana hanno innescato un processo di de-sviluppo, che spinge a chiedersi se i soldi investiti in vent’anni di progetti umanitari non abbiano fatto altro che normalizzare l’occupazione

di SILVIA BOARINI

BETLEMME – Nel campo profughi di Aida a Betlemme, un piccolo progetto indipendente lavora da un anno e mezzo a migliorare la situazione di due categorie di persone della società palestinese, che rimangono tuttora altamente marginalizzate: le donne e i profughi. Spesso escluse dal discorso politico nazionale e tradizionalmente relegate a ruoli di allevatrici e casalinghe, le donne palestinesi ogni giorno si misurano con i limiti imposti da una società conservatrice in cui, a livello decisionale, l’asimmetria tra i sessi rimane ancora molto visibile. Ad esacerbare il problema, quarantacinque anni di occupazione israeliana hanno innescato un processo di de-sviluppo, che spinge a chiedersi se i soldi investiti in vent’anni di progetti umanitari non abbiano fatto altro che normalizzare l’occupazione.

La trappola in un contesto repressivo. Per i circa 800.000 profughi palestinesi in Cisgiordania in particolare, il tempo sembra essersi fermato. Discriminati e spesso strumentalizzati dalla classe politica, rimangono intrappolati in un contesto regressivo in cui faticano ad andare avanti mentre pensano a tornare indietro. Nel campo di Aida, a Betlemme, un gruppo di donne profughe ha deciso di prendere in mano la situazione e rendersi protagoniste di una rigenerazione “made in Palestine”. Grazie al progetto Noor Aida, che le vede nel ruolo di “insegnanti di cucina palestinese per stranieri”, si sono create uno spazio in cui non solo essere donne – prima che madri e mogli – ma anche in cui correggere lo status quo in ambito famigliare e locale.
Il 1948 non è solo una data. Islam, 32 anni, siede sul divano nel salotto della casa che divide con marito e sei figli, di cui il più vecchio, 12 anni, è affetto da paralisi cerebrale. Il tema floreale del grembiule da cucina che indossa aggiunge un po’ di colore all’abbigliamento femminile tipico di contesti conservatori: tunica nera e hijab (velo). “Sono nata qui, nel campo di Aida,” esordisce e come tutti i profughi chiarisce immediatamente, “ma la mia famiglia è di Beit Natiff, nel ‘1948’.” Per Islam, per i 5.000 profughi residenti ad Aida e per la maggior parte dei palestinesi, il 1948 non è solamente una data, è anche un luogo che non esiste più, ma in cui l’erba è rimasta più verde. E’ tutto ciò che hanno perso nella Nakba (catastrofe), ovvero con la partizione del 1947 e la successiva guerra con Israele. Nonostante Islam non abbia mai visitato Beit Natiff, potrebbe descrivere alla perfezione il gusto di grappoli d’uva che non ha mai assaggiato o l’ombra di un arancio a cui non a mai seduto. Sono i racconti tramandati da nonni e genitori che tengono viva la memoria di luoghi che non si rassegnano ad aver perduto.
Due sabati al mese, 12 euro. La superficie del campo di Aida è di 0.71 metri quadrati, la disoccupazione è al 70% e un muro di cemento alto 8m constatemente ricorda dove finisce la liberta’. Gli unici squarci di cielo sono ritagliati da viottoli larghi quanto le spalle di un adulto. In queste condizioni, è un sollievo che il pensiero possa volare a Beit Natiff come ad un’oasi a cui si aspetta di tornare. Nonostante il peso del passato sulle spalle, le donne del campo hanno deciso di avventurarsi verso il futuro “un pasto” alla volta. Il progetto Noor Aida è partito da un’idea di Sandra, volontaria brasiliana e chef vegana, che ha voluto contribuire concretamente a migliorare la situazione delle famiglie con bambini disabili – all’interno di cui le donne più che mai risentono della mancanza di assistenza sanitaria ad hoc. Le lezioni di cucina palestinese di Noor Aida, si tengono due sabati al mese e costano 12 Euro. Le insegnati vengono pagate 10 Euro a lezione – un salario medio per una giornata di lavoro in Cisgiordania – mentre il resto dei soldi va a coprire le spese del progetto e ad organizzare attività che coinvolgono bambini disabili e famiglie del campo.
I sospetti dei mariti si dissipano. “All’inizio pensavamo proprio di non farcela,” dice Sandra ripensando ad un anno e mezzo fa. “Le donne non parlavano ed erano gli uomini a prendere tutte le decisioni per loro.” Cita Islam e suo marito come esempio dei drastici cambiamenti avvenuti. “Ora,” spiega, “avere 5 studenti internazionali in casa è diventato normale per entrambi.” A prova, arriva il marito che si ferma a chiaccherare. Se un anno fa aveva dubbi a lasciare la moglie sola con un gruppo di internazionali, ora è convertito. “Basta guardare i risultati,” dice, “per capire che è una cosa positiva.” E’ anche convinto che il continuo sospetto di altri mariti verso questo progetto piano piano si dissiperà. Islam aspetta il suo turno per parlare e aggiunge anche che, grazie a Noor Aida, “siamo più unite tra noi donne e comunichiamo meglio con i nostri mariti.” L’aggiunta all’introito famigliare ha inevitabilmente migliorato anche le condizioni dei fligli.
Un rapporto di fiducia. Da quei primi passi incerti, si è costruito un forte rapporto di fiducia, e nonostante da 15, siano rimaste 5 donne, sono loro che portano avanti il progetto e lo vogliono vedere crescere. Islam ancora non crede di aver contribuito a creare un qualcosa dalle ramificazioni così ampie. Non solo è cambiato il suo ruolo in famiglia ma anche all’interno della comunita’. Le donne sono diventate attrici di cambiamento e un esempio di imprenditoria e sviluppo autofinanziato. Noor Aida ha aperto una una finestra nel claustrofobico campo, non si apre sul giardino di famiglia di Beit Natiff, ma di sicuro offre a queste donne la promessa di un futuro da protagoniste.
 Un ruolo che rende orgogliosi. C’è anche un altro aspetto che rende Islam felice. Dei 150 stranieri che da tutto il mondo nell’arco di un anno e mezzo sono sono entrati nelle case di queste donne per imparare a cucinare piatti palestinesi quali Mujaddara, Makloubeh o Mansaf, la maggior parte aveva visto la Palestina solo in televisione. “Qui la possono conoscere con i loro occhi. E alla fine di ogni lezione fanno cosi’,” spiega Islam alzando il police, “dicono sempre ‘i palestinesi sono ok’.” Il ruolo di ambasciatrice la rende estremamente orgogliosa.

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