Betlemme, Natale 2010. Niente pastori nel presepio di quest’anno

A Natale è sempre più difficile nascondere al mondo la brutalità della violenza che distrugge e uccide. Due anni fa il Natale del massacro di Gaza non poteva non insanguinare le nostre vetrine luccicanti, mentre si riversava sulla popolazione civile come un torrente il “Piombo Fuso” delle micidiali armi israeliane. Come dimenticare qualche titolo di giornale che alle foto raccapriccianti di corpi di bambini bruciati dal fosforo accostava il racconto evangelico della strage degli innocenti per le mani di Erode… E in quegli stessi giorni di “feste natalizie”, in tantissime chiese, preparando la festa dell’Epifania, parroco e parrocchiani salivano con la scala sulla facciata della chiesa per listare a lutto la stella cometa di lampadine ad intermittenza, per non dimenticare i più di 1400 palestinesi uccisi e il buio di dolore che spegneva ogni speranza nelle famiglie degli oltre 5000 feriti…

Ma nemmeno quest’anno il presepio può evitare di… essere circondato dal muro!
Ci dispiace rovinare ancora una volta le melodie del Natale con il frastuono delle ruspe dell’esercito, ma anche in questi giorni si continua a costruire il muro, a Betlemme!

E non c’è posto per i pastori di Betlemme quest’anno nel nostro presepe.
Nel piccolo villaggio sulla collina di Beit Jala -quella che nel presepio tradizionale i bambini spolverano di farina per non far mancare la neve su questa “sacra rappresentazione”- le case dei contadini sono state ormai separate dai campi di ulivi e dopo quattro diverse mappe consegnate dal 2007 agli abitanti dall’esercito, il piano attuale prevede l’intera area circondata dal muro da tutti i lati, con una solo punto di accesso per entrare e uscire dal villaggio, sotto completo controllo delle forze armate israeliane: i residenti si vedranno così definitivamente isolati sia da Gerusalemme che da Betlemme e dalle loro terre, quasi 5000 dunam. Già metà della terra agricola di Al Walajah è stata confiscata negli anni per l’espansione delle colonie illegali di Gilo e Har Gilo. Quest’anno i quasi duemila abitanti del sobborgo di Al Walajah faticheranno ad intonare il Gloria alla Messa di mezzanotte. E se Mitri Ghneim, proprietario della sua casa che qualche mese fa è stata interamente demolita dall’esercito, continuerà a cantare con gli angeli sopra la grotta alla “Gloria di Dio nell’alto dei cieli”, i pastori di Al Walajah vorrebbero fare un unico coro di supplica con tutti i credenti del mondo, almeno il giorno di Natale, per invocare la “pace in terra agli uomini amati dal Signore”.
Certo, non manca del tutto questa solidarietà. Anche qui, come in sempre più numerosi villaggi dei territori occupati, sta crescendo il numero di internazionali, di palestinesi e israeliani, che vengono a manifestare ogni settimana. Mahmoud Al-Araj, del comitato popolare di Al Walajah, -come riporta l’agenzia Nenanews- ci ha spiegato perchè tutta la zona sia considerata “area militare chiusa”: un escamotage che l’esercito israeliano utilizza per evitare la presenza di attivisti internazionali, che ogni fine settimana arrivano sul luogo per protestare contro la costruzione del muro, la requisizione di terra agricola e l’espansione delle colonie.

Questa presenza di solidarietà è una piccola buona notizia in questa disastrosa situazione della quale non possiamo non dar conto con la più pesante “brutta notizia” di questi giorni: l’8 dicembre l’amministrazione americana ha dichiarato ufficialmente la sua resa all’espansione degli insediamenti. Il negoziato è ufficialmente fallito, colpito a morte dalla indiscutibile fermezza di Netanyahu: sulla colonizzazione non si discute, né ora ne mai. E’ l’ammissione del fallimento della strategia di Obama in Medio Oriente. Rabbia e delusione tra i palestinesi. Debolissima condanna dell’Unione Europea. E come sempre assistiamo al “taglio basso” dato dai media a questa notizia, proprio nei giorni in cui tutti i giornali dedicavano pagine intere alla cronaca del più grave incendio mai accaduto in Israele. Fuori dal coro e acutissime, come sempre, le osservazioni di alcuni giornalisti israeliani, come Akiva Eldar : “L’incendio non ha solo distrutto il Carmelo; ha distrutto un altro mito: che lo Stato degli ebrei è una superpotenza militare-tecnologica su cui non si deve mai discutere. Nessuno ha ricordato in questi giorni che se un incendio può scatenarsi da solo, l’occupazione non è una calamità naturale, perché dipende totalmente dalle scelte degli uomini. Verrà istituita prontamente una commissione d’inchiesta per le responsabilità del grande incendio del Carmelo. Ma ben altre commissioni dovrebbero giudicare i quotidiani crimini dell’esercito di occupazione sulla popolazione civile palestinese. E ci dobbiamo preparare ad un incendio molto più grande che scoppierà a causa di una mancanza di progettualità politica che dura nel nostro Paese da troppo tempo. E constatiamo ancora una volta che il nostro destino è nelle mani di leader che non sono nemmeno in grado di spegnere gli incendi. Coloro che sono già stati bruciati una prima volta, guardino di non scherzare col fuoco”(Haaretz, 6 dicembre).

“Venite! Andiamo a Betlemme per vedere quello che sta accadendo!” Il Vangelo, “buona notizia” per la liberazione degli oppressi di ogni Betlemme della storia, ricorda al mondo la caparbia volontà di Dio che non accetta di veder stravolta l’immagine sua in ogni uomo e per questo si fa lui stesso uomo e ultimo tra gli ultimi.

Ma ad un Dio che in questi giorni “prende casa” tra noi, corrisponde in questi stessi giorni e su questa stessa terra, un numero sempre crescente di figli di Dio costretti a veder demolita la loro casa, oppure scandalosamente a vederla…venduta, come sta accadendo a Gerusalemme, ad ebrei per iniziativa di alcuni capi della chiesa ortodossa.
E non scandalizza più di tanto la lettera di più di 250 rabbini contro l’affitto di immobili ai “non ebrei”. Una condanna esplicita per “chiunque affitti case o terreni della terra di Israele a non ebrei”. Abbondanti citazioni della Torah per sostenere ciò che perfino lo Yed Vashem, il Museo dell’Olocausto, ha criticato, paragonando il contenuto del manifesto rabbinico ai proclami nazisti che vietavano agli ebrei di affittare case.

Insomma, avremmo voluto offrirvi questo numero di BoccheScucite che leggerete a Natale, pieno solo di buone notizie. Per una gran parte ce l’abbiamo fatta: Luisa Morgantini, già vicepresidente del parlamento europeo, ci ha concesso un’intervista esclusiva per delle “buone notizie” davvero poco conosciute, Jeff Halper trae dalla catastrofe in atto una speranza di “rottura” e Moni Ovadia coglie altri due “segnali di speranza dalla palude” del conflitto.

Per questo vi abbracciamo in un unico augurio di pace per la terra di Palestina, con Mitri, Mahmoud e tutti gli abitanti di Betlemme. Con tutti i cristiani che hanno scritto con la loro resistenza quotidiana le pagine più belle, le buone notizie di “un resistere all’occupazione facendo leva sulla determinazione di tanti che, in Palestina in Israele e nel mondo, anche se finora non sono stati in grado di trasformare le situazioni di ingiustizia, hanno però la loro influenza e possono abbreviare il tempo della sofferenza e affrettare il tempo della riconciliazione” (Kairos Palestina).

BoccheScucite

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