Bibi incontra un Obama arreso

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Dopo anni di screzi, il premier israeliano vola a Washington per farsi risarcire dopo l’accordo con l’Iran. E in casa segna la sconfitta della Casa Bianca sul fronte palestinese

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della redazione Roma, 9 novembre 2015, Nena News – Di nuovo faccia a faccia, dopo 13 mesi. Oggi il presidente statunitense Obama incontra a Washington il premier israeliano Netanyahu. Sullo sfondo i seri screzi che hanno caratterizzato l’amministrazione Obama (dall’Iran alle colonie israeliane nei Territori Palestinesi fino all’evaporata soluzione a due Stati) e l’ultima uscita dell’inquilino della Casa Bianca che ha ammesso candidamente il proprio fallimento nel processo di pace tra Tel Aviv e Ramallah.

Al centro dell’incontro ci sarà Teheran e l’accordo che la Repubblica Islamica ha firmato con il 5+1 a giugno, stravolgendo la politica della paura e della sicurezza su cui Netanyahu ha costruito la rielezione. Una rielezione in parte conquistata a marzo quando il premier israeliano sfidò apertamente Obama con il noto discorso al Congresso Usa, su invito del partito repubblicano e a “insaputa” della Casa Bianca.

Per Netanyahu l’accordo sul nucleare è stato probabilmente una delle peggiori sconfitte subite nell’arena internazionale. Un colpo duro: sul nemico esterno Israele fonda la sua propaganda interna. Oggi ne è privato: l’Iran viene invitato ai tavoli del negoziato sulla Siria, torna nell’arena internazionale e nei mercati globali, mentre Hezbollah è troppo preso dalla battaglia contro gli islamisti in Siria per pensare a Israele e Hamas è talmente debole da non poter rappresentare nemmeno una minaccia fittizia.

In un sol colpo Netanyahu ha assistito al riconoscimento dello Stato avversario da parte del mondo, all’apertura del suo ricco mercato all’esterno e quindi alla perdita del nemico di sempre, contro le quali fantomatiche minacce Tel Aviv ha costruito il mito dell’assedio esterno contro lo Stato ebraico. Ma soprattutto con cui ha costruito il muro degli aiuti militari internazionali al proprio sistema militare.

Ed ecco che quel duro colpo subito con l’accordo potrebbe trasfromarsi nell’ennesima conquista: Israele vuole un risarcimento, lo ha detto apertamente. A Washington si parlerà della richiesta israeliana: incrementare il pacchetto di aiuti annuali da 3 miliardi di dollari l’anno a 5, per i prossimi 10 anni.

Obama potrebbe così comprarsi un po’ di quiete, riaccesa dalla sollevazione in corso in tutta la Palestina storica, tra Stato di Israele e Territori Occupati. Una sollevazione figlia dell’occupazione, che Israele non tenta affatto di placare ma di infiammare con esecuzioni illegali dei presunti aggressori palestinesi, la chiusura delle città della Cisgiordania e dei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, i controlli pervasivi sugli attivisti palestinesi cittadini israeliani.

I due parleranno della situazione palestinese, alla luce del fallimento del processo di pace guidato dal segretario di Stato Kerry lo scorso anno, prima dell’attacco israeliano contro Gaza. Ieri Netanyahu ha parlato della questione pubblicamente ma in maniera molto vaga: si discuterà di “possibili progressi con i palestinesi o, almeno, della stabilizzazione della situazione”. Ma Obama è ben consapevole che a far fallire quel dialogo fu proprio l’ostinazione israeliana a non cedere di un passo sulle posizioni che da decenni Tel Aviv mantiene: Israele non era affatto interessato al dialogo, come non lo è oggi, forte del potere derivatogli dall’essere l’occupante e non l’occupato e dall’assenza di pressioni internazionali.

In attesa dei risultati dell’incontro Obama-Netanyahu, quel che è certo è che la Casa Bianca – ad un anno dalle presidenziali – non intende scalfire la posizione israeliana nella comunità internazionale. Washington e il partito democratico sanno bene quanto fondamentale sia il sostegno israeliano per eleggere la candidata Clinton, sia in termini finanziari (la potente lobby ebraica americana) sia in termini politici. Al di là delle diverse visioni di Obama e Netanyahu, il presidente Usa ha aperto ad un ruolo defilato quando, pochi giorni fa, ha dichiarato di non volersi impegnare nella soluzione della questione israelo-palestinese: carta bianca al governo di Tel Aviv. Dopotutto in 7 anni di presidenza su quel fronte non ha ottenuto che schiaffi in faccia: chi non ricorda l’umiliazione riservata al vice presidente Biden nel 2010, quando Netanyahu annunciò un’ulteriore espansione coloniale durante la visita nel paese?

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