Bil’in, il villaggio della nonviolenza creativa

gennaio 14, 2014 in Palestina

di Sonia Trovato

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Si chiamava Bassem, che significa sorridere… ed era il modo in cui salutava tutti. Noi però lo chiamavamo “Phil”, elefante, perché aveva il corpo della taglia di un elefante, ma il cuore era di un bambino. In una terra dove perire per morte naturale rischia di diventare una chimera, ognuno ha i propri cari da piangere, i propri martiri da celebrare. Bil’in, villaggio di 1800 anime portato alla ribalta dallo splendido documentario Five broken cameras, non fa eccezione.

Il vostro tour in questo luogo simbolo della resistenza nonviolenta palestinese inizia proprio da questo singolare mausoleo, edificato per un attivista ucciso da una granata lacrimogena. Singolare perché, al posto dei fiori, sulla targa di Bassem vengono regolarmente deposti i lacrimogeni lanciati contro i manifestanti che ogni venerdì, da otto anni, si riuniscono a ridosso del muro per protestare contro la furia occupante israeliana. Otto anni. E non sono i cortei sguaiati e ridanciani dei Forconi. Manifestare a Bil’in significa trovarsi faccia a faccia con militari armati fino ai denti, che non esitano a sparare nel mucchio per sedare le contestazioni.

Ti guardi intorno. Siete a pochi chilometri da Ramallah, eppure lo scempio edilizio è sparito e il tempo sembra essere tornato indietro a quella vostra Italia contadina non ancora toccata dal boom, che hai potuto vedere in qualche cartolina sbiadita o in qualche film del Neorealismo. Ma gli implacabili segni dell’occupazione israeliana ti riportano al presente. Una spianata d’ulivi, un gigantesco insediamento dai tetti rossi, quasi a voler scimmiottare, malamente, le case svizzere, e l’immancabile muro ti ricordano che sei in un territorio occupato e non in quadretto bucolico dell’Arcadia di Sannazaro. Le vostre guide, volti familiari che hai visto nella pellicola di Emad Burnat, non sembrano però portare segni di stanchezza o cedimento e subito vi indicano, inorgogliti, il risultato più tangibile della loro battaglia. Si tratta di una piccola strada dove, secondo il progetto del governo israeliano, sarebbe dovuta sorgere la cosiddetta barriera di protezione. Gli attivisti hanno deciso di fare appello alle stessi leggi israeliane, ottenendo, dopo un’estenuante attesa, che il muro avesse un tracciato alternativo e che qualche centinaio di dunams di terra confiscata tornassero ai legittimi proprietari.

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Ti sembra un’amara consolazione, dato che la schiera di tetti rossi e il filo spinato sono a pochi passi. Ma in Palestina vincere contro “l’unica democrazia del Medio Oriente”, forte dell’appoggio dei principali media e governi del mondo, è un’impresa titanica e questa piccola concessione è sufficiente perché quei pochi metri di terra vengano ribattezzati “strada della libertà”. Abituata, dall’età di sei anni, a sentire la parola “libertà” accostata al triste omuncolo di Arcore, ti sembra di aver capito solo ora, che di anni ne hai ventisei, quale sia il suo significato più autentico.

Mentre percorrete le poche centinaia di metri che vi separano dall’imponente muro, vi fermate per osservare ilparco che gli attivisti hanno faticosamente costruito per togliere i più piccoli dalla strada e dalla distesa di candelotti e recinzioni. È un minuscolo fazzoletto di terra, con qualche giostra e vista sulla barriera di protezione e sugli instancabili cantieri che costruiscono abitazioni per i settlers. I bambini della ricca Europa, avvezzi a parchi divertimento grandi come città, piagnucolerebbero e non saprebbero che farsene, ma per Bil’in è l’emblema di una resistenza creativa e propositiva, che non si rassegna a fare la conta dei morti, dei feriti o dei detenuti.

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La passeggiata si conclude con il primo incontro ravvicinato con il muro. A questo punto vi si prospetta una visione dicotomica, che ti fa quasi girare la testa per la sua schizofrenia. Dietro di voi, una terra viva e timidamente illuminata dal sole crepuscolare che sta scomparendo proprio dietro la barriera di cemento, dando agli ulivi una lucentezza quasi aurea. Olive, O-live!!! – scriveva Vittorio, parlando della pianta simbolo della Terra santa – un’ode alla vita tramandata da generazione in generazione.

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Davanti, uno scenario di odio e di morte, prontamente presidiato da una torre di controllo appena intravedibile. Scenario che gli abitanti di Bil’in sono riusciti a “umanizzare”, recuperando il materiale bellico per farne una mostra nella quale, tra le altre cose, è possibile osservare un piccolo Handala costruito con filo spinato e lacrimogeno.

Al ritorno, due soldati poco più che ventenni salgono sul vostro pullman per i “normali” controlli. Mentre sollevi il passaporto sincronizzi, quasi per sfida, il tuo lettore mp3 su Resto umano dei 99 posse. E ti chiedi se possano riuscire a farlo anche quei due, nonostante l’aria tracotante, gli stivali militari e il mitra appeso al collo.

http://www.gruppo2009.it/bilin-il-villaggio-della-nonviolenza-creativa/

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