Black out

“Hai sentito? Finalmente buone notizie; ci sono spiragli a Gaza! Israele ha generosamente deciso di allentare l’embargo!” La soddisfazione generale arriva nelle chiacchiere al caffè e in treno. Ma ancora una volta, tragicamente, non corrisponde assolutamente alla realtà. Davvero non c’è nemmeno uno spiraglio di luce, nella tenebra di un assedio che continua a schiacciare la popolazione civile. Ma nessuno vi dice che sono solo i nostri media a “farci pensare così”. L’organizzazione israeliana B’Tselem dichiara: “Non è vero che è un gesto di generosità. Non c’entra la generosità quando si tratta di giustizia e di una illegale e inaccettabile punizione collettiva. Non è “un primo passo” perché l’unico passo giusto sarebbe togliere subito il blocco. Gaza non ha bisogno di più beni ma dei beni essenziali per la ricostruzione!” E ancora più pesantemente l’agenzia ONU per i rifugiati: “Il blocco imposto a Gaza è sempre più un blocco imposto all’Onu.
Non hanno senso gli allentamenti: è il blocco che va rimosso in toto. Israele non può pretendere di misurare sulla bilancia quanti sacchi di farina concedere. Non si tratta di migliorare la “situazione umanitaria”! Gaza deve avere le sue attività economiche, ha diritto ad organizzare liberamente le relazioni economiche con l’esterno”. Insomma deve poter vivere.
Anche se si volesse ridurre la gravità di un crimine al numero di camion che entrano nella Striscia, non si potrebbe che smentire la soddisfatta dichiarazione del Primo ministro Netanyahu , secondo cui “stiamo già assistendo ad un aumento significativo dei beni civili che entrano a Gaza. Ora Hamas non avrà altri motivi per protestare”. In realtà non c’è stato alcun aumento significativo del numero di camion che entrano a Gaza. La settimana scorsa, per esempio, ne sono passati 654 mentre questa settimana 567, ma sono solo il 25% di quello che i residenti di Gaza avrebbero bisogno per non piombare nell’abisso della catastrofe umanitaria. Nel frattempo, spenti rapidamente i riflettori sul massacro nelle navi dei pacifisti, veniamo a sapere che gli aiuti della Flotilla (carrozzelle elettriche, giocattoli, cibo, oltre agli effetti personali dei partecipanti che sono stati rubati dai militari) sono stati in gran parte distrutti e gettati in una fossa. Ma non bisogna stupirsi più di nulla. In questi giorni, mentre Pagliara annuncia che a Gaza è arrivata perfino la Coca Cola (e cosa pretendono ancora!), proseguono numerosi gli attacchi dell’aviazione israeliana sulla Striscia. Quasi ogni giorno Israele continua nell’opera di distruzione dal cielo di abitazioni (ben 4.000 solo durante i 22 giorni di Piombo Fuso) strutture civili, aziende economiche e centrali elettriche. Notizie oscurate, ovviamente.
D’altra parte non ha attirato più di tanto l’attenzione dei media nemmeno la denuncia forte della Croce Rossa internazionale: “L’assedio imposto da Israele a Gaza è illegale in quanto viola il diritto umanitario internazionale. Esso è chiaramente una punizione collettiva ai danni di un milione e mezzo di persone, quindi in flagrante violazione di tutte le Convenzioni internazionali”.
Mentre i nostri giornali festeggiano l’arrivo delle… patatine fritte a Gaza, nell’indifferenza del mondo muoiono i malati senza permesso di uscire per essere operati e le mamme contagiano i loro piccoli con l’acqua inquinata (l’unica a disposizione). Gli uomini non riescono più a lavorare perché non ci sono le materie prime, e continuano a mancare la benzina, l’elettricità e l’acqua. Insomma, tutto quello che permetterebbe di sopravvivere. Non si può commerciare, i giovani non possono uscire neanche per studiare e per i piccoli non possono passare libri, quaderni e penne.
Gaza è un’umiliazione quotidiana. Totale.
Per questo meritava una più grande considerazione la denuncia così precisa della Croce Rossa. Si contano sulle dita di due man, i report della Croce Rossa in oltre quarant’anni di occupazione. Una parola della Croce Rossa in materia di diritto umanitario vale oro; in un certo senso sono loro i guardiani delle Convenzioni di Ginevra, la loro interpretazione è massimamente autorevole. Per questo normalmente la Croce Rossa tace, per preservare la sua neutralità, proteggere i suoi contatti con entrambe le parti del conflitto, mantenere il dialogo aperto nello sforzo di ottenere ciò che poche altre organizzazioni riescono ad avere: contatti privilegiati e documenti confidenziali. Ma ora quello che a livello locale già veniva denunciato da anni è stato finalmente autorevolmente confermato. Non solo che il blocco di Gaza è illegale e rappresenta una forma di punizione collettiva della popolazione civile, ma anche che gli Stati e la comunità internazionale devono collaborare e prendere concrete misure per porvi definitivamente fine. Non c’è alleggerimento del blocco che tenga. Il report della Croce Rossa è chiaro: il blocco va eliminato in toto. Non si può avere una violazione “parziale” del diritto, non ci sono mezze misure ammissibili.
Come definire i giornalisti che in questi giorni ci intrattengono scrivendo che “probabilmente nella nuova lista sarà permesso il ketchup anche se non il cioccolato”. La tragedia non è “umanitaria”, come se ci fosse stata una catastrofe, un terremoto o una carestia! La gente di Gaza non vuole interventi caritativi ma il diritto a vivere una vita dignitosa, a lavorare e guadagnarsi da vivere. I giovani vogliono studiare e magari completare la loro formazione all’estero, per poi andare a lavorare. Se proprio si vuole parlare di beni che necessitano a Gaza, questi sono il cemento, la benzina, i materiali da costruzione, le materie prime per la produzione. Tutto quello che non può entrare. Per non parlare del blocco delle esportazioni, totalmente vietate ormai da più di tre anni, ad eccezione, letteralmente: “di limitate quantità di fiori e fragole”… Ma poi, soprattutto, nulla si dice del diritto alla libertà di movimento, e quindi di tutta la serie di diritti umani fondamentali che ne conseguono, per più di un milione e mezzo di persone imprigionate a Gaza.
La dignità di questi esseri umani non interessa a nessuno. E mentre si spengono i riflettori su Gaza, si accendono quelli dell’indignazione per la sorte del soldato israeliano Shalit.
A Roma, lo spettacolo deve conquistare tutti e si è usato il Colosseo e l’effetto scenografico dello spegnere tutte le luci. Peccato che alcuni, nei pressi del Colosseo, semplicemente hanno acceso alcuni lumini per non dimenticare altre migliaia di prigionieri che attendono come Shalit la liberazione. Ma siccome questi detenuti sono palestinesi, appartengono per natura ad una categoria umana inferiore. E di conseguenza chi si è permesso di accendere quei lumini per ricordare 11.000 prigionieri palestinesi insieme a quel singolo prigioniero israeliano, si meritano un’aggressione in piena regola.
Era davvero impressionante vedere fior di politici e amministratori commuoversi a Roma mentre si spegnevano le luci del Colosseo per ricordare il dovere delle liberazione del soldato Shalit, mentre nessuno veniva invitato a commuoversi per almeno uno degli undicimila (11.000!) prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane. Occhi lucidi nella capitale, per l’effetto scenografico del buio che avvolge di ipocrisia tutto e tutti…
E mentre con un gioco di luci si compie l’ennesimo stravolgimento della realtà, una notizia arriva da Gaza: l’ing. Kan’an Abid, ha dichiarato che la centrale elettrica di Gaza è stata costretta a spegnere i generatori, cosa che priverà gli abitanti dell’elettricità per almeno 16 ore al giorno. Nessuno sa che la centrale di Tawlid era stata bombardata da Israele. Quanti di quegli sguardi commossi sono disposti a riflettere sull’effetto tutt’altro che teatrale, che nelle stesse ore ha fatto piombare l’intera Striscia di Gaza nel buio totale a causa dell’esaurimento del diesel industriale utilizzato per il funzionamento dell’unica centrale elettrica della regione?
Tra l’altro, come ha notato l’israeliano Ury Avnery, sembra incredibile che tutto il mondo assista alla performance per la liberazione di Shalit mentre tutti sanno che Israele il sistema per liberare Shalit ce l’avrebbe, ma che rifiuta di attivarlo: liberare prigionieri palestinesi.
Scende la notte sulla verità.
“Le migliaia di prigionieri palestinesi hanno famiglie, padri, madri, mogli, figli, fratelli e sorelle, esattamente come Gilad Shalit. Anche loro chiedono con forza la liberazione”. Così commenta il giornalista israeliano, lucignolo che resiste come resistono a Gerusalemme i pochi che si denunciano la pratica illegale delle demolizioni delle case palestinesi. Un pallido barlume di legalità ancora scuote qualche istituzione internazionale che cerca di fermare questa macchina di distruzione. B’Tselem usa la stessa pesantissima accusa: gli ordini di demolizione sono “punizione collettiva” e Amnesty International ha diffuso in questi giorni un articolato e fortissimo rapporto. Il simbolo di Amnesty è una piccola candela accesa, per rompere il buio della disperazione e accendere un po’ di speranza…
Ma per il vice primo ministro israeliano Dan Meridor, è inutile perdersi in secolari discussioni: “Gerusalemme è santa per cristiani e musulmani ma è stata promessa da Dio solo agli ebrei”…

Lasciamo che Vittorio Arrigoni, dal buio fitto di Gaza, ci raccomandi ancora di “restare umani”:

Mi riferiscono che i telegiornali nazionali in questi giorni intasano l’etere illuminando i riflettori sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, unico prigioniero israeliano nelle mani dei palestinesi, prigioniero di guerra. Ben inteso, illuminare Shalit oscurando le migliaia di prigionieri politici sepolti vivi nelle prigioni sparse in Israele, le quali sorti pare proprio non interessi a nessuno. persone soggette ai più atroci supplizi in una pseudo-democrazia dove la tortura è una prassi consolidata. Milano, Torino e Roma hanno spento i loro caratteristici monumenti per accendere l’ipocrisia di un messaggio secondo il quale la libertà di un soldato vale più di quella di centinaia di minori palestinesi reclusi senza regolare processo e abitualmente abusati sessualmente nelle 25 prigioni e centri di detenzione israeliani. Il mondo ha spento le luci per Shalit: qui a Gaza abbiamo a malapena 6 ore di elettricità al giorno”.

Chi alimenterà ancora la fiammella della speranza?

BoccheScucite

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