Bombe, omicidi mirati e geopolitica…

admin | November 14th, 2012 – 10:51 pm

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E ora parliamo di Hamas, di Israele, di elezioni, di Egitto e di geopolitica, mentre si susseguono raid e cannoneggiamenti dal mare, tutti verso Gaza. Lo sguardo – quello intimo – è puntato sulle persone, sulle case, sulla lunga spiaggia di Shati, sul popolo che al buio sente le esplosioni, sulla mancanza di un qualsiasi rifugio in un posto che è una lunga e stretta lingua di terra dove le case sono le une sopra le altre. Lo sguardo è sulle persone senza nome, sul pianto dei bambini che sentono i caccia passare sopra le proprie teste, e su quel buio che chi è stato anche soltanto una volta a Gaza conosce bene. Il buio dell’insicurezza, della solitudine, e della prigione.

Parliamo, però, di geopolitica, visto che la politica delle cancellerie non si fa su quelle sofferenze, bensì sulla grande strategia. Bene, cominciamo. E cominciano con il ritiro dell’ambasciatore egiziano da Tel Aviv, per consultazioni. Il presidente Mohammed Morsy non ha aspettato neanche 24 ore per richiamare l’ambasciatore. Se anche la reazione egiziana si limitasse a questo, sarebbe già di per sé un cambio di passo, sia per il gesto, e sia – soprattutto – per il tempismo. Il gesto e il tempismo dicono che non siamo più al 2008, alla fine del 2008, quando Hosni Mubarak stringeva la mano del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni davanti alle telecamere, alla vigilia dell’Operazione Piombo Fuso.

La reazione dell’Egitto, d’altro canto, non poteva essere di tono minore. Non solo perché presidente, governo e parlamento egiziani sono sotto il controllo della Fratellanza Musulmana, il brodo di coltura dal quale è nato Hamas. Non solo perché al Cairo risiede il numero 2 del politburo di Hamas, Moussa Abu Marzouq, l’uomo dei tavoli negoziali presieduti (anche nei tempi di Mubarak) dall’Egitto, l’uomo che era anche al tavolo negoziale sullo scambio dei prigionieri tra Hamas e Israele a cui partecipò anche Ahmed al Jabari, il capo delle Brigate al Qassam ucciso oggi in un omicidio mirato. Morsy ha richiamato l’ambasciatore anche per il proprio consenso interno, popolare, tanto islamista quanto nazionalista, di sinistra, laico. Dopo la caduta del regime di Mubarak, la questione palestinese è un nodo sempre più sensibile, sul quale Morsy rischia l’impopolarità, o peggio ancora di essere appaiato al presidente che lo ha preceduto. Al regime contro il quale è stata fatta una rivoluzione. e a conferma di questo, sui social network Morsy viene già descritto come troppo morbido verso Israele, una riedizione in salsa islamista di Mubarak.

L’Egitto, in ogni caso, non è più quello di prima. Anche se non è ancora quello futuro. Morsy e il suo governo non potranno fare più di tanto, dal punto di vista politico e militare. La Fratellanza Musulmana egiziana e il Partito Giustizia e Libertà potranno, per esempio, giocare il gioco delle parti con il presidente e il governo: più liberi dal punto di vista delle alleanze internazionali, l’Ikhwan e il partito islamista di maggioranza relativa potranno alzare i toni verso Israele e gli Stati Uniti, consentendo a Morsy un atteggiamento più  moderato. Israele, insomma, non si trova più davanti Mubarak, e cioè un presidente che non aveva bisogno di voti e consenso. Si trova davanti una presidenza e un parlamento votati dagli elettori egiziani, e questo fa la differenza.

Il richiamo dell’ambasciatore egiziano, dunque, non è solo un messaggio a Israele. È anche un messaggio agli Stati Uniti, a una seconda amministrazione Obama che – come la prima, tra 2008 e 2009 – si trova a dover affrontare, appena insediata, la questione di Gaza e di Hamas. Obama non potrà non appoggiare Israele, come ha sempre fatto, sostenendo il diritto di Israele di difendere i suoi cittadini del sud, colpiti dai razzi sparati dalle fazioni armate palestinesi di Gaza. E probabilmente non dirà nulla sulla sproporzione tra i raid aerei e i cannoneggiamenti via mare che stanno colpendo la popolazione civile.

Sullo sfondo – è evidente – non c’è solo una necessità preelettorale, per Netanyahu: necessità che sembra aver spinto tutti gli altri oppositori a sostenere il premier nella decisione di assassinare Ahmed al Jabari e partire all’attacco di Gaza. Netanyahu, già considerato vincitore delle prossime elezioni del 22 gennaio, pensa di guadagnare un po’ da un’operazione che, però, deve avere tempi brevi, se non vuole trasformarsi nel boomerang che fece perdere le elezioni a Tzipi Livni e a Kadima, nel 2009. E’ un’operazione militare che avviene, tanto per parlare di tempi e tempistica, all’indomani della rielezione di Obama, un candidato a cui Netanyahu non aveva fatto tema di preferire Mitt Romney. Avviene anche dopo un periodo in cui la frizione tra Israele e Stati Uniti era stata evidente e chiara, sulla questione del nucleare iraniano. Avviene anche proprio negli stessi giorni in cui il sistema dell’intelligence americano è scosso dallo scandalo Petraeus, ed è dunque più fragile. Avviene, infine, in una fase di  interregno dell’amministrazione americana, quando nel toto-ministri di Washington si continua a dire che Hillary Clinton sarà sostituita alla segreteria di Stato. E uno dei nomi papabili è quel John Kerry che, nelle sue visite all’estero, era anche stato a Gaza all’indomani dell’Operazione Piombo Fuso. A vedere con i suoi occhi le macerie.

Un ultimo addendum su Netanyahu: l’omicidio mirato di Ahmed al Jabari è nello stile dell’attuale premier israeliano nei confronti di Hamas, così come aveva fatto Ariel Sharon, decapitando, soprattutto nel 2004, il vertice politico del movimento islamista palestinese. Suo, di Netanyahu allora premier, l’ordine di tentare di avvelenare Kahled Meshaal nel 1997. Suo l’ordine di uccidere Mahmoud al Mabhouh a Dubai. Entrambi i casi si rivelarono un boomerang politico. L’uccisione di Jabari, però, pone domande ulteriori. Perché lui e perché ora?

Al prossimo post. Domani.

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