B’Tselem accusa Israele di usare la violenza dei coloni come STRUMENTO per cacciare i palestinesi e prendere le loro terre

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Articolo pubblicato originariamento sul sito dell’organizzazione per i diritti umani B’T Selem e tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto per Invicta Palestina.

La violenza dei coloni a volte precede i casi di violenza ufficiale da parte delle autorità israeliane e altre volte vi è coordinata. Come la violenza di Stato, la violenza dei coloni è organizzata, istituzionalizzata, ben attrezzata e attuata al fine di raggiungere un obiettivo strategico definito.

Israele ha costruito più di 280 insediamenti in Cisgiordania, che ospitano più di 440.000 coloni. Di questi insediamenti, 138 sono stati ufficialmente autorizzati e riconosciuti dallo Stato (esclusi i 12 quartieri costruiti da Israele nelle aree che ha annesso a Gerusalemme), e circa 150 sono avamposti non ufficialmente riconosciuti dallo Stato. Negli ultimi dieci anni sono stati costruiti circa un terzo degli avamposti, la maggior parte dei quali denominata “fattorie”.

Gli insediamenti in Cisgiordania occupano centinaia di migliaia di dunam (1 dunam / 1 km2) a cui i palestinesi hanno accesso limitato o non ne hanno affatto. Israele ha preso possesso di alcune di queste aree utilizzando mezzi ufficiali: emettendo ordini militari, dichiarando l’area “terra statale”, “zona di fuoco” o “riserva naturale” ed espropriando la terra. Altre aree sono state effettivamente occupate dai coloni attraverso atti di violenza quotidiani, inclusi attacchi ai palestinesi e alle loro proprietà.

Le due attività sembrano non correlate: lo Stato si impadronisce apertamente della terra, usando metodi ufficiali sanciti da consulenti legali e giudici, mentre i coloni, che allo stesso modo cercano di impadronirsi della terra per promuovere i loro interessi, usano la violenza contro i palestinesi per le proprie ragioni. Eppure, in realtà, servono lo stesso scopo: la violenza dei coloni contro i palestinesi funge da importante strumento informale nelle mani dello Stato per impadronirsi di sempre più terre in Cisgiordania. Lo Stato sostiene e assiste pienamente questi atti di violenza e i suoi agenti talvolta vi partecipano direttamente. In quanto tale, la violenza dei coloni è una forma di politica del governo, aiutata e incoraggiata dalle autorità statali ufficiali con la loro partecipazione attiva.

Lo Stato legittima questa realtà in due modi complementari:

A. Legalizzare l’acquisizione della terra espropriata violentemente ai palestinesi

Decine di avamposti e “fattorie”, insediamenti a tutti gli effetti, che sono stati costruiti senza l’autorizzazione formale del governo e senza piani che ne consentano la costruzione, ricevono sostegno dalle autorità israeliane e persistono. Israele ha ordinato ai militari di difendere gli avamposti o ha pagato per la loro sicurezza, così come le strade asfaltate e le infrastrutture idriche ed elettriche per la maggior parte di essi. Ha fornito supporto attraverso vari ministeri governativi: la Divisione di Insediamento dell’Organizzazione Sionista Mondiale e i consigli regionali in Cisgiordania. Ha anche sovvenzionato gli sforzi finanziari negli avamposti, comprese le strutture agricole, ha fornito sostegno ai nuovi agricoltori e alla pastorizia, ha fornito acqua e difesa legale agli avamposti nelle istanze per la loro rimozione.

In passato, lo Stato aveva annunciato  l’intenzione di far rispettare nel tempo la legge sugli avamposti e aveva anche fornito assicurazioni in tal senso alla comunità internazionale. Nel marzo 2011, lo Stato aveva annunciato che d’allora in poi avrebbe operato una distinzione ufficiale tra avamposti costruiti su terreni riconosciuti come proprietà privata di palestinesi e terreni che Israele considera “terra statale” o “terra di indagine” (terra che può essere dichiarata “terra statale”, anche se la dichiarazione non è stata ancora rilasciata). Lo Stato  aveva affermato   che aveva intenzione di rimuovere solo gli avamposti costruiti su terreni palestinesi di proprietà privata. Questa distinzione, che non ha base legale, era stata accettata dalla Corte Suprema Israeliana. In conclusione, quasi tutti gli avamposti rimangono al loro posto.

B. Legittimazione della violenza fisica contro i palestinesi

La violenza perpetrata dai coloni contro i palestinesi è stata documentata fin dai primi giorni dell’occupazione in innumerevoli documenti e dossier del governo, migliaia di testimonianze di palestinesi e soldati, testi, rapporti di organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali e migliaia di servizi mediatici. Questa ampia e coerente documentazione non ha sortito quasi alcun effetto sulla violenza dei coloni contro i palestinesi, che da tempo è diventata parte integrante della vita sotto l’occupazione in Cisgiordania.

Gli atti violenti includono percosse, lancio di pietre, minacce, incendi di campi, distruzione di alberi e raccolti, furto di raccolti, attacchi con armi da fuoco, danni a case e automobili e, in rari casi, omicidio. Negli ultimi anni, i coloni nelle cosiddette fattorie hanno cacciato violentemente contadini e pastori palestinesi dai loro campi e dai pascoli e dalle fonti d’acqua che usavano da generazioni. Iniziano quotidianamente violenti alterchi e spaventano le greggi di animali appartenenti a palestinesi per disperderli.

I militari evitano di affrontare i coloni violenti come una questione di politica, sebbene i soldati abbiano l’autorità e il dovere di fermarli e arrestarli. Di norma, i militari preferiscono allontanare i palestinesi dai propri terreni agricoli o pascoli piuttosto che affrontare i coloni, usando varie tattiche come l’emissione di ordini di zona militare chiusa che si applicano solo ai palestinesi, o sparare gas lacrimogeni, granate stordenti, proiettili di gomma e persino munizioni letali. A volte, i soldati partecipano attivamente agli attacchi dei coloni o assistono in disparte.

L’inazione di Israele continua dopo gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, con le autorità competenti che fanno del loro meglio per evitare di contrastare questi attacchi. Le denunce sono difficili da presentare e nei pochissimi casi in cui vengono effettivamente aperte le indagini, il sistema le archivia rapidamente. Difficilmente vengono presentate incriminazioni contro i coloni che danneggiano i palestinesi e, quando lo fanno, di solito citano reati minori, con sanzioni simboliche da abbinare nel raro caso di una condanna.

Il rapporto presenta cinque casi di studio che illustrano come la violenza continua e sistemica inflitta dai coloni sia parte della politica ufficiale di Israele, che guida la massiccia acquisizione di terreni agricoli e pascoli palestinesi. Nelle testimonianze raccolte nell’ambito della ricerca, i palestinesi descrivono come questa violenza mina il fondamento della vita delle comunità palestinesi e diminuisca il loro reddito. I residenti descrivono come senza protezione, sotto la pressione della violenza e della paura e senza altra scelta, le comunità palestinesi abbandonano o ridimensionano le vocazioni tradizionali come l’allevamento di pecore e capre o varie colture stagionali, che hanno permesso loro di vivere dignitosamente e tranquillamente per generazioni. I residenti palestinesi stanno lontani dai pascoli e dalle fonti d’acqua che un tempo servivano le loro comunità e limitano la coltivazione dei terreni agricoli. A quel punto, lo Stato può impadronirsi della loro terra per i propri scopi.

La violenza di Stato, ufficiale e non, è parte integrante del regime segregazionista israeliano, che mira a creare uno spazio esclusivamente ebraico tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il regime tratta la terra come una risorsa progettata per servire la popolazione ebraica, e di conseguenza la usa quasi esclusivamente per sviluppare ed espandere le comunità residenziali ebraiche esistenti e per costruirne di nuove. Allo stesso tempo, il regime frammenta lo spazio palestinese, espropria i palestinesi della loro terra e li relega a vivere in piccole enclavi sovrappopolate.

LA FATTORIA DI UM ZUQA È UNA DELLE SEI “FATTORIE” ISTITUITE DAI COLONI NELLA VALLE DEL NORD GIORDANIA NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI. LA FATTORIA E’ STATA COSTRUITA NEL 2016 SU UN TERRITORIO CHE OSPITAVA IL VILLAGGIO PALESTINESE DI KHIRBET AL-MZOQAH, CHE ISRAELE HA DEMOLITO DOPO AVER OCCUPATO LA WEST BANK SECONDO UN CALCOLO PREPARATO DA KEREM NAVOT SU RICHIESTA DI B’TSELEM, COLONI DI “FARMQA” HANNO PRESO 14.979 DUNAMS – CIRCA I DUE TERZI DELLA RISERVA NATURALE. I COLONI DELLA FATTORIA STANNO GIÀ COLTIVANDO 99 DUNAMS DI QUESTA TERRA. FOTO DI EYAL HAREUVENI, B’TSELEM.

Il regime di apartheid  si basa sulla violenza organizzata e sistemica contro i palestinesi, condotta da numerose istituzioni: il governo, i militari, l’Amministrazione Civile, la Corte Suprema, la polizia israeliana, l’Agenzia di Sicurezza Israeliana, il Servizio Carcerario Israeliano, Autorità Israeliana per la Natura e i Parchi, e altre. I coloni sono un altro elemento di questa lista e lo Stato incorpora la loro violenza nei propri atti ufficiali di violenza. La violenza dei coloni a volte precede i casi di violenza ufficiale da parte delle autorità israeliane e altre volte vi è coordinata. Come la violenza di Stato, la violenza dei coloni è organizzata, istituzionalizzata, ben attrezzata e attuata al fine di raggiungere un obiettivo strategico definito.

La combinazione di violenza di Stato e violenza nominalmente non ufficiale consente a Israele di fare entrambe le cose: mantenere una negabilità plausibile e la colpa della violenza sui coloni, piuttosto che sui militari, i tribunali o l’Amministrazione Civile mentre avanzano l’espropriazione palestinese. I fatti, tuttavia, escludono la negabilità plausibile: quando le violenze avvengono con il permesso e l’assistenza delle autorità israeliane e sotto i suoi auspici, è violenza di Stato. I coloni non stanno sfidando lo Stato; stanno eseguendo i suoi ordini.

 

 

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