C’è black e black

admin | October 17th, 2011 – 9:35 am

“O la torta è per tutti, oppure non ci sarà nessuna torta.”

Per i più vecchi, tra quelli che conoscono la storia di Israele, questa è una frase storica. La pronunciò agli inizi degli anni Settanta Saa’dia Marciano, figura carismatica e leader indiscusso dei Panterim, le Pantere Nere israeliane. Una frase importante perché – ha scritto Sami Shalom Chetrit, uno di coloro che ha provato a scrivere la storia dei Panterim – “per la prima volta, fu attaccato frontalmente il mito della sicurezza prima di tutto, usata in modo manipolativo, per zittire tutte le proteste”.

La storia delle Black Panthers versione israeliana è un capitolo particolare, della storia del paese. Abbastanza nascosto nella vulgata più diffusa. E invece conosciutissimo tra chi ha frequentato, spesso da giovanissimo e della sinistra estrema, Israele.

Perché i Panterim hanno un posto così singolare? Anzitutto perché è la prima protesta sociale di rilievo, a parte il precedente di Wadi Salib nel 1959, la protesta in uno dei quartieri più degradati di Haifa, abitati in gran parte da immigrati ebrei provenienti dai paesi arabi. Wadi Salib porta in superficie, da subito, quella che poi venne definita la questione delle due Israele. L’Israele sionista, ashkenazita, pioneristica, e dell’establishment. E l’altra Israele, dei mizrahim, gli immigrati che a cominciare dalla fine degli anni Quaranta, ma soprattutto dopo il 1955, cominciarono ad arrivare dal Maghreb, dal Levante, dai paesi arabi, dall’Iran. Immigrati diversi, tra di loro: i ricchi commercianti e gli intellettuali del Cairo, di Teheran, di Baghdad, di Tripoli. E gli artigiani di Fez. Per lo stereotipo israeliano, però, erano tutti raccolti sotto un’unica definizione. I marocchini.

I sociologi, le studiose di genere, gli intellettuali mizrahim hanno scritto fiumi di parole su quell’essere cittadini di serie B che ha segnato la loro infanzia, adolescenza, formazione. Immigrati portati nel Negev, nelle città da fondare e popolare, nei campi di transito troppo poco temporanei. Col tempo, con gli anni, i mizrahim divennero una delle basi di consenso della destra israeliana, uno zoccolo duro su cui Menachem Begin, per esempio, costruì la sua sorprendente vittoria del 1977, quando per la prima volta il paese assistette alla sconfitta laburista e all’ascesa del Likud al potere. Non è un caso, dunque, se uno dei primi atti del governo Begin, appena un mese dopo dalle elezioni, fu il lancio di un enorme progetto di riqualificazione delle cittadine e dei quartieri più degradati. Quelli abitati, nella stragrande maggioranza, proprio dall’immigrazione sefardita. Begin, in questo modo, ricompensava una delle sue basi di consenso più importante,  e allo stesso tempo confermava – nella sua politica di governo – che le due Israele c’erano veramente.

Prima del 1977, i problemi dei sefarditi erano stati sottovalutati dall’establishment del paese. Con una semplificazione grossolana – la stessa, però, usata da molti mizrahim ancora oggi – ashkenazita e laburista. Li aveva sottovalutati anche Golda Meir, che non riuscì a comprendere, infatti, quei ragazzi del sottoproletariato di Gerusalemme che a un certo punto – nella primavera del 1971 – cominciarono a scendere per strada. Erano, appunto, i Panterim. Ragazzi arrivati bambini in Israele, dai paesi arabi. Oppure già la seconda generazione: nati in Israele, nei quartieri degradati. I Panterim erano sottoproletariato, vivevano in un quartiere – Musrara – che avevano in sostanza occupato da squatter dopo il 1948, quando i borghesi palestinesi che l’abitavano furono costretti alla fuga dalla guerra. Quel quartiere per 19 anni fu sulla linea del fronte, a tiro dei cecchini giordani. E nelle case arabe, una volta belle, ci vivevano in più famiglie, in situazioni estremamente precarie.

Microcriminalità, abbandono scolastico, analfabetismo, disagio sociale, riformatorio, assistenti sociali, furti e lavori precari. I Panterim portavano su se stessi il marchio di una vita difficile. Sino a che non incontrarono i “bianchi”: gli ashkenaziti dell’estrema sinistra, che parlarono loro dei miti degli anni Sessanta. Black Panthers comprese. Sono loro stessi, le pantere nere israeliane, ormai in là con gli anni, a raccontare la storia in questo modo. Il mito dei Black Panthers non poteva non colpirli, perché “neri”, nella società israeliana, si sentivano anche loro.

Cominciarono, allora, la protesta. Compresa quella – storica – di rubare latte nel quartiere impiegatizio e borghese di Rehavia, non molto distante dalla degradata Musrara. Manifestazioni, espropri proletari, proteste. Per il governo di Golda Meir era troppo. I ragazzi mizrahi di Musrara osavano sfidare una delle leader più importanti, nella storia di Israele, praticamente all’indomani del 1967, della conquista di Gerusalemme est, di Cisgiordania e Gaza. Ne bruciarono anche un’effigie, in piazza Sion, a Gerusalemme. Il governo israeliano usò le maniere forti, ma le cause che avevano originato la protesta c’erano tutte. Non era, insomma, solo un gioco da ragazzi. La commissione d’inchiesta istituita per capire le ragioni della protesta – che durò almeno due anni, tra alti e bassi – non fece altro che confermare quello che i Panterim avevano fatto arrivare in tv, nelle piazze, con metodi sicuramente poco ortodossi.

Su tutto, però, calò una guerra. La Guerra dello Yom Kippur, ottobre 1973. Di loro, dei Panterim, si sentì parlare poco, dopo il conflitto. Cercarono di presentarsi alle elezioni, alcuni di loro iniziarono una carriera politica. Altri, come Reuven Abergil o lo stesso Saadia Marciano (scomparso a 57 anni, nel 2007) continuarono a fare attività o attivismo sociale. Niente, però, fu più come in quell’inizio di anni Settanta.

Un risultato ci fu, a dire il vero. Non aver affrontato il caso delle due Israele aiutò l’ascesa al potere del Likud. L’ennesima lezione della Storia.

Nella foto, Saadia Marciano.

 

Il brano della playlist l’ho scelto leggendo i ricordi di Reuven Abergil, uno dei panterim. Tra i furti che commise, poco più che bambino, ci fu quello in un negozio di dischi. Prese anche un disco di Joan Baez. E allora, Where have all the flowers gone. E’ una Joan Baez con i capelli grigi, in un concerto contro la guerra in Iraq. Voce forse più bella di quella che aveva in gioventù.

Come avete capito, non è casuale né la scelta musicale, né la scelta della storia da raccontare. La mia personale opinione è che piazza Tahrir è stato ed è un modello vincente. Non solo perché è un modello nonviolento. Ma anche perché dietro quel modello nonviolento ci sono molte idee. Condivise.

http://invisiblearabs.com/?p=3722

 

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