C’è qualcosa nell’acqua: l’avvelenamento della vita nella Striscia di Gaza.

Migliaia di palestinesi affollano le spiagge di Gaza nonostante sappiano che il mare è fortemente inquinato. Privati della possibilità di muoversi al di là della stretta zona costiera, il mare – con il quale gli abitanti di Gaza hanno un profondo legame culturale – spesso rappresenta l’unica occasione per evadere dall’oppressione psicologica dell’occupazione

I cartelli che punteggiano la spiaggia del litorale di Gaza City sono chiari, su di essi c’è scritto: “QUESTA SPIAGGIA E’ INQUINATA”, eppure sembra che vengano interpretati solo come ostacoli con i quali si vuole impedire le corse dei bambini verso il mare, piuttosto che un avvertimento da tener di conto di gravi rischi per la salute connessi con la balneazione in questa zona. Per coloro che accampano dubbi sulla veridicità dei cartelli, dovrebbero solo fare una passeggiata per un paio di centinaia di metri lungo la spiaggia verso nord per vedere liquame non depurato che viene riversato direttamente nel mar Mediterraneo da una delle sedici discariche lungo la costa.
Malgrado tutto ciò a migliaia riempiono le spiagge e il mare di Gaza in barba agli evidenti pericoli.
Per 1,5 milioni di palestinesi intrappolati nella Striscia di Gaza, privati della loro libertà di movimento, sfiniti dagli effetti del blocco imposto da Israele che pervadono ogni aspetto della quotidianità, il mare rappresenta una delle poche fonti di respiro disponibili per la loro vita, e per un popolo al quale sono stati negati tutti i mezzi per il proprio sostentamento economico, questa è una di quelle attività che risultano accessibili a loro disposizione. Il mare gioca un ruolo integrante nella vita di queste comunità sparse lungo la costa: è il luogo dove pescare, dove giocare e dove radunarsi con la famiglia. L’importanza del mare per il popolo di Gaza non può essere compreso: “Senza il mare, Gaza non esiste,” spiega Abdel Haleem Abu Samra, funzionario delle Pubbliche Relazioni del Centro Palestinese per i Diritti Umani della sezione di Khan Younis.

La stretta relazione che i palestinesi di Gaza condividono con il mare, a maggior ragione, rende così sconfortante e sconcertante lo stato attuale delle spiagge di Gaza. A causa degli effetti dovuti alla chiusura totale imposta da Israele nel 2007 – e tra questi, in primo luogo, una totale carenza di materiali da costruzione per realizzare nuovi impianti per il trattamento dei liquami o la mancanza di pezzi per riparare quelli esistenti, come pure una penuria estrema di carburante e di elettricità necessari per gestire i necessari cicli di trattamento delle scorie – Monther Shoblak, Direttore generale del servizio idrico del litorale della municipalità ritiene che vengano riversati ogni giorno direttamente nel Mar Mediterraneo una media di 20.000 metri cubi di liquame non trattato, sebbene in alcune aree queste cifre raggiungano i 70.000-80.000 metri cubi al giorno.
Oltre a sporcare le rive di Gaza una volta pulite, le conseguenze dannose del deterioramento delle operazioni di trattamento dei liquami causate dalla chiusura comportano ben più gravi implicazioni: la Striscia di Gaza sta venendo letteralmente avvelenata. Il 90% dell’acqua disponibile a Gaza proveniente esclusivamente dalla propria sorgente – la falda acquifera costiera – è imbevibile, e il livello dei nitrati e dei cloruri raggiunge un livello sei/sette volte gli standard internazionali di sicurezza fissati dall’Organizzazione Mondiale per la Salute (WHO). In quanto direttore dell’operazione che ha lo scopo di rendere pulita l’acqua a Gaza, Monther avrebbe il compito di porre rimedio a questo avvelenamento, ma, come un medico senza medicine, c’è poco che esso possa fare finché gli strumenti necessari gli vengono negati e si vanifica ogni suo intervento a seguito delle condizioni di blocco che sono state messe in atto, sotto varie forme, a Gaza da Israele fin dal 1991.
Come tutti i palestinesi di Gaza, Monther e il suo gruppo di lavoro presso i Servizi Idrici delle Municipalità della Costa, sono costretti a improvvisare, per riuscire a fare con molto poco; pochi altri, forse, devono fare così tanto con così tanto poco. Non ha solo il compito di disfarsi dei liquami prodotti in tutta questa stretta striscia di terra da 1,5 milioni di persone, ma anche a accertarsi che abbiano accesso ad acqua pulita sicura. Quella è la più piccola tra le preoccupazioni di Monther, circa l’80% della popolazione di Gaza vive in campi profughi che sono aree che hanno una densità tra le più elevate sulla terra, laddove un impianto adeguato è raro e sono diffuse le condizioni per malattie trasportate dall’acqua: per più di tre anni fino ad ora, Monther è stato costretto a dirigere i suoi lavori, mentre veniva privato delle risorse necessarie per poterlo fare, con l’ostinazione al posto del cemento e l’ingegnosità invece dell’approvvigionamento di acqua pura. Monther fa analogie tra la difficile condizione a Gaza degli impianti per il trattamento dei liquami, con quella di un vecchio carro che è costretto ad un uso continuo nonostante vengano negate le parti di ricambio che sono necessarie per la manutenzione: alla fine il mezzo va in rovina e comincia a sputare spruzzi di fumo nero, altamente inquinato – un’immagine particolarmente pertinente a Gaza, dove benzina adulterata rappresenta la normale alimentazione delle auto a causa del marcato blocco del carburante imposto dalla chiusura israeliana.
Ad aggravare la sfida che Monther e il suo gruppo di lavoro devono affrontare sta il fatto ch’essi devono adeguare anche gli impianti per il trattamento dei liquami a Gaza, che si stanno deteriorando, a una popolazione in rapida crescita che, conseguentemente, produce un rapido incremento del volume delle acque di scolo. Gli impianti attuali per il trattamento dei liquami a Gaza erano stati costruiti per una capacità operativa di 32.000 metri cubi di acque reflue al giorno. Con un tasso di crescita che è uno dei più alti al mondo – stimato essere annualmente del 3,6% – la popolazione di Gaza in aumento ha sopraffatto la capienza degli impianti per il trattamento delle acque reflue, e Monther valuta che al momento essi stiano ricevendo giornalmente almeno 65.000 metri cubi di acque di scarico. Impossibilitati ad accogliere più della metà dell’immissione di queste, una gran quantità di liquame viene riversato direttamente in mare, dove viene scaricato del tutto non trattato. Gran parte di queste acque di scolo rifluisce indietro verso le rive di Gaza, inquinando le spiagge e creando condizioni di tossicità per il nuoto per gli innumerevoli bambini ed adulti in cerca di una via di fuga dall’intensa calura estiva.
Da nessuna parte lo stato di deterioramento del funzionamento degli impianti per le acque reflue di Gaza è più evidente che a Beit Lahia, nella regione settentrionale della Striscia. Uno dei tre impianti per il trattamento dei liquami della Striscia di Gaza, la stazione di Beit Lahia riceve più di 25.000 metri cubi al giorno, quasi il doppio della sua capacità operativa. Esacerbando il problema, l’impianto è tagliato fuori dall’accesso al mare, per cui le acque reflue non trattate si riversano direttamente nell’area circostante, creando un pozzo nero – letteralmente un lago di liquami – che attualmente si estende su circa 450 dunum [1 dunum è pari a 0,5 acri]. La stazione di Bei Lahia si pone come uno degli esempi tra i più estremi di disastro ambientale e sanitario che la politica di chiusura israeliana ha prodotto nella Striscia di Gaza. Le conseguenze del lago di liquami sono state fatali non solo perché, nel 2007, si ruppe l’argine del lago e il successivo allagamento uccise cinque persone: la contaminazione delle acque sotterranee nel nord della Striscia di Gaza, causata dall’inquinamento, ha comportato un conseguente innalzamento del livello dei nitrati, in alcune zone, a sette volte oltre gli standard internazionali per la salute del WHO.
“I nitrati sono un assassino silenzioso,” dice Monther: sono incolori, inodori e insapori, ma quando vengono consumati a livelli persino molto più bassi di quelli presenti a Gaza, con la continua ingestione di nitrati si determina una riduzione nella provvista di ossigeno in tessuti vitali quali quelli del cervello. L’ingestione di nitrati è particolarmente pericolosa nei bambini per i quali si possono verificare danni al cervello ed eventualmente la morte. Informazioni relative alle conseguenze a lungo termine al riguardo per la gente di Gaza non se ne hanno ancora, tuttavia, poiché, come ha affermato un donatore: “In nessun’altra parte del mondo c’è una quantità di persone talmente grande che è esposta a livelli di nitrati così elevati per un periodo di tempo così lungo. Non ci sono precedenti e nessun tipo di studio che ci possa aiutare a capire che cosa succederà alla gente nel corso degli anni a causa dell’avvelenamento da nitrati.”
Le implicazioni della popolazione di Gaza in ascesa rappresentano perciò anche serie preoccupazioni per l’altro aspetto del compito di Monther, il quale consiste nel fornire acqua da bere pura e pulita alla popolazione della Striscia di Gaza. La falda acquifera costiera, che scorre sottoterra lungo gran parte della Striscia, è l’unica fonte di acqua potabile di Gaza e la sua risorsa naturale più importante. Storicamente, questa falda acquifera ha funzionato da linfa vitale per la popolazione di Gaza e ha dato adito alla crescita dell’agricoltura, in particolar modo a coltivazioni di agrumi per i quali è famosa la Striscia di Gaza. Nel passato, prima dell’imposizione della politica di chiusura da parte di Israele nei primi anni 1990, si sarebbe potuto scavare un buco entro 100 metri dalla spiaggia e trovare acqua potabile, dice Monther; ora, precisa, il CMWU [Coastal Municipalities Water Utility] è stato costretto a emettere un avviso contro la perforazione di pozzi entro due chilometri dalla riva, il quale, formulato in concomitanza con l’imposizione unilaterale della “zona cuscinetto” da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) sul confine di Gaza con Israele – dichiarato tacitamente a 300 metri, ma applicato talvolta fino a distanze molto maggiori – ha fatto sì che resti poco spazio per l’estrazione dell’acqua.
Per quanto possa sembrare un intralcio, la ragione che sta dietro la disposizione è perfino più preoccupante: la falda acquifera è inquinata, avvelenata dai liquami ed esaurita dall’incremento della popolazione, e non può più rifornirsi ulteriormente. Solo il 10% dell’acqua della falda al momento corrisponde agli standard internazionali per il consumo e, se non ci saranno dei cambiamenti, Monther teme che tale valore possa scendere presto allo 0%. Un rapporto dell’UNEP [United Nations Environment Programme] pubblicato nel settembre del 2009 ha precisato che l’estrazione dell’acqua è approssimativamente il doppio della capacità della falda. Di conseguenza, spiega Monther, la gente di Gaza sta scavando pozzi in maggior numero e a maggiore profondità, inquinando ulteriormente la falda con acqua proveniente dalla falda idrica salina a est di Rafah, nella zona meridionale della Striscia di Gaza, e con quella proveniente dal mare.
Di fronte a questo rapido deterioramento della situazione, e negate da Israele le risorse con le quali affrontarlo, Monther e il suo gruppo sono stati costretti ad adottare mezzi non convenzionali per affrontare il problema delle acque reflue di Gaza. Nelle città meridionali di Gaza, Rafah e Khan Younis, spiega Monther, la situazione delle acque reflue aveva raggiunto un livello critico: come a Beit Hanoun, gli escrementi stavano venendo gettati direttamente nel terreno che circonda le città, in quanto la zona è priva sia di un impianto adeguato per il trattamento degli escrementi, che dei materiali che necessiterebbero per costruirli. In risposta alla crisi, che ha minacciato di impedire la possibilità di accedere all’acqua da bere sicura per una popolazione complessiva di 350.000 persone, Monther e il suo gruppo si sono rivolti a una pratica impiegata da molti palestinesi in una Gaza attorniata da macerie lasciate dall’ultima offensiva di Israele: hanno cominciato a raccogliere aggregati dai vicini resti della Philadelphia Route, il confine tra Gaza e l’Egitto che era stato parzialmente distrutto nel 2008 quando migliaia di palestinesi erano fluiti in Egitto alla ricerca di cibo e di provviste. Con queste risorse di seconda mano, il CMWU era stato in grado di costruire ciò che Monther riporta come un “impianto quasi all’avanguardia.” Sebbene i cloruri – l’altro aspetto del problema dell’inquinamento che avvelena l’acqua di Gaza – nella zona meridionale siano ad un livello sei volte lo standard internazionale, Monther ritiene che “stanno salvando la città di Khan Younis con l’affrontare i livelli in crescita dei nitrati e rimuovere i liquami non trattati dalle aree urbane densamente popolate.”
In tal modo, Monther e il suo gruppo di lavoro al CMWU danno continuità ai loro sforzi per purificare l’acqua di Gaza, ma, egli ammette, “sappiamo che non sono sufficienti: l’acqua a Gaza si deteriora rapidamente. Fintantoché non troviamo un’altra fonte di acqua, la popolazione di Gaza resta a un alto livello di rischio.” Per ora, l’avvelenamento della Striscia di Gaza continua, e, fintantoché continua il blocco, c’è poco da fare per fermarlo nonostante tutti gli sforzi e l’uso dell’ingegno. Il trattamento delle acque reflue di Gaza non può progredire finché Israele pone restrizioni ai materiali di base per le costruzioni e a congrui livelli di carburante e di elettricità, e, con una popolazione in crescita che sovraccarica la capacità degli impianti attuali, le operazioni di trattamento delle acque reflue di Gaza possono solo deteriorarsi. Come ha concluso nella relazione alla missione Desmond Travers, un membro della missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza: “Se questi problemi non dovessero essere presi in considerazione, Gaza potrebbe divenire perfino non abitabile secondo gli standard del WHO,” e il rapporto di settembre dell’UNEP ha avvertito che il danno che si sta provocando ora “ potrebbe richiedere secoli per essere annullato”. Finché continua il blocco, tuttavia, la popolazione di Gaza resta incapace di combattere questi problemi; non ha altra scelta che aspettare, trascorrendo il tempo sulla spiaggia, cercando di ignorare l’inquinamento che si accumula attorno.

The Palestinian Centre for Human Rights (PCHR)

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