Cairo on my mind

admin | March 27th, 2011 – 9:20 am

Il mio piccolo corso di aggiornamento sulla rivoluzione egiziana è finito. Lascio il Cairo dopo aver camminato, ascoltato, visto la città che più amo dopo Piazza Tahrir e nel bel mezzo di una transizione delicata e confusa, come tutte le transizioni che succedono a una rivoluzione così travolgente.

Ascoltare gli uomini e le donne che raccontano cosa facevano il 25 gennaio, e poi il 26 e il 27, il 28, la battaglia dei cammelli, la notte tremenda della difesa di piazza Tahrir, il 10 febbraio e poi finalmente l’11, vuol dire fare un viaggio nelle cesure della Storia. Tutti, al Cairo, si ricorderanno per tutta la vita le singole giornate della Rivoluzione, anche se ora è il tempo dei timori, dei soldi che non ci sono, dell’economia che non riprende e dell’esercito che continua a tenere un comportamento ambiguo.

Cairo è bella e struggente come sempre, graziata da un vento fresco che la rende meno inquinata. Non nasconde, però, i segni di un tempo, quello degli ultimi anni del regime di Mubarak, in cui la città si è degradata, è stata lasciata andare, senza manutenzione, slabbrata, decadente. Al regime e ai suoi  clientes non interessava più di tanto: chiusi nei compouned, nei quartieri attorno alla megalopoli, non avevano grande sentore di come Garden City, Doqqi, Downtown, persino Zamalek, fossero diventati ancor più cadenti. Vecchie signore eleganti, ma con i vestiti lisi.

Se Cairo è diventata così, non è colpa della rivoluzione, ma di ha campato alle spalle dell’Egitto e degli egiziani. Vorrei che anche in Italia ci si rendesse conto di questo, prima di gridare “al lupo, al lupo”. Delle sofferenze del Cairo, della povertà e della sporcizia dei quartieri popolari in pochi si sono interessati, in Italia, mentre il cosiddetto moderato Mubarak era al potere, così come non si sono interessati delle molestie sessuali che le donne egiziani hanno subito negli anni del regime, con un regime culturalmente connivente.

Ma’ssalama Qahira, città amata, e arrivederci a tutti gli amici che, come sempre, mi hanno accolto come una di famiglia.  Agli egiziani che ho incontrato auguro di rimanere forti, vivaci, intelligenti, orgogliosi così come li lascio, ancora sostenuti dal quel vento fresco di una rivoluzione inattesa, ma con radici e ragioni profonde.

A proposito di rivoluzione, e di quella visual art  che cresce nascosta nel mondo arabo, l’illustrazione oggi parla di graffiti. Per una ulteriore spiegazione dei personaggi rappresentati, qui, nel blog di Jano Charbel, c’è scritto tutto.

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