Calcio sotto occupazione

La retorica e’ a buon mercato per chi vuole essere incoronato come “messaggero di pace”. Il riconoscimento dei diritti dei palestinesi è un’altra cosa, scrive Flavia Lepre

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mercoledì 18 settembre 2013 10:39

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di Flavia Lepre

Roma, 18 settembre 2013, Nena News – Diversi paesi arabi si rifiutano di giocare in Palestina a causa del fatto che Israele decide se possono entrare oppure no. Nella prima settimana di ottobre, si dovranno tenere il campionato Under 21 della WAFF in Cisgiordania e c’è incertezza sul comportamento delle autorità di occupazione.

Ad agosto, i rappresentati della Federazione dell’Asia dell’Ovest (WAFF) e le squadre che dolevano recarsi nei Territori Palestinesi Occupati per i campionati regionali degli Under 17, che quest’anno si tengono lì, ne sono stati impediti dalle autorità israeliane. Queste solo dietro pesanti pressioni della UEFA hanno poi consentito il passaggio alle squadre giovanili ospiti, dell’Iraq, della Giordania e degli Emirati. I campionati che dovevano iniziare giovedì 15 agosto sono potuti cominciare solo domenica 18.

A seguito di questo episodio, che conferma quanto sia impossibile una vita sportiva “normale” per i Palestinesi sotto occupazione, il Presidente della Federazione palestinese Jibril al-Rajoub ha chiesto a Blatter di sospendere Israele dalla FIFA e di bandirla dalle competizioni internazionali come la Coppa del Mondo.

Blatter ha risposto convocando per il 3 settembre un incontro per predisporre una task force sulle limitazioni del movimento dei calciatori palestinesi da parte d’Israele, secondo l’intenzione già dichiarata il 10 luglio scorso.

La riunione si è tenuta nella sede FIFA a Zurigo e vi hanno partecipato, con quelli della FIFA, i rappresentati delle federazioni israeliana (IFA), palestinese (PFA), dell’Asian Football Confederation (AFC), della UEFA. Obiettivo: analizzare come facilitare la mobilità di calciatori, arbitri ed attrezzature in uscita e in entrata in Palestina, per migliorare la situazione del calcio nella regione. In questo modo la FIFA penserebbe di attuare il suo compito di sviluppo e promozione del gioco in accordo con il proprio Statuto.

Molto diverse le valutazioni dell’incontro e non si sa se si terrà quello successivo tra le due Federazioni Palestinese ed Israeliana, annunciato da Blatter e che dovrebbe tenersi in Giordania, dovrebbe concordare un memorandum per confrontarsi nella prospettiva di facilitare la mobilità per il calcio all’interno ed all’esterno della Palestina. Il primo rapporto della task force sarà presentato al Comitato Esecutivo FIFA del 3 e 4 ottobre.

Blatter parla della riunione del 3 settembre come di un “incontro storico” tra i dirigenti delle associazioni calcistiche d’Israele e Palestinese e dell’avvio d’impegni bilaterali.

Che non sia così lo so comprende dalle conclusioni sull’incontro tratte dal responsabile palestinese Rajoub. Pur accogliendo come un passo importante quello compiuto dalla FIFA, perché ha permesso di esporre gli ostacoli che impediscono lo sport in Palestina, egli ha denunciato la poca credibilità d’Israele finché non si adeguerà allo statuto FIFA e riconoscerà piena libertà di movimento ai calciatori palestinesi nei Territori Occupati. Per questo, ha dichiarato di non essere disponibile ad un impegno bilaterale con il dirigente israeliano, i cui pretesi motivi di sicurezza ritiene essere solo uno stratagemma e chiede alla FIFA dei passi concreti: garantire egualmente entrambe le associazioni, a cui dovrebbe essere permesso di funzionare in modo indipendente. Altrimenti, dichiara, si fa solo della retorica.

La retorica, d’altra parte, sembra essere a buon mercato per politici e per squadre alla ricerca di facili allori che li incoronino messaggeri di “pace”. Il riconoscimento dei diritti dei Palestinesi è un’altra cosa. La vicenda del Barcellona è esemplare.

Il Barcellona ha provato a ripetere, con giocatori adulti, l’operazione “di pace” che aveva realizzato nell’ottobre 2011, quando per l’inaugurazione del proprio Centro di Formazione Oriol Tort di La Masia aveva fatto giocare 16 ragazzini palestinesi e 15 israeliani insieme con quelli residenti nel Centro.

Nonostante che segnali di rifiuto nei confronti di questi tentativi calcistici di “normalizzare” dove non c’è e non c’era niente di “normale” li avesse ricevuti, oltre che da pressioni del movimento BDS, anche dall’ex calciatore della nazionale palestinese Mahamod Sarsak. Questi rifiutò l’invito del club catalano, per “riequilibrare” quello fatto al soldato israeliano Shalit ad assistere il 7 ottobre 2012 al derby contro il Real Madrid.

Mahmoud Sarsak, che grazie ad uno sciopero della fame di 96 giorni era riuscito ad avere l’appoggio internazionale e dello stesso mondo del calcio ed essere liberato dalla prigione israeliana dov’era stato senza capo d’accusa per tre anni, sottolineò che non c’erano paragoni da fare tra lui, giocatore sequestrato dalle forze israeliane mentre cercava di raggiungere la propria nuova squadra e giocare in Cisgiordania, e Shalit, soldato israeliano con armi e divisa militare in dosso e in un carro armato a Gaza.

I dirigenti del Barcellona hanno dovuto incassare la valanga di pressioni contrarie spagnole ed internazionali ed il rifiuto del responsabile palestinese Rajoub. I Palestinesi non avevano nessuna intenzione di far finta che con una partitella si potesse passare sopra 45 anni di occupazione, la prosecuzione di una colonizzazione illegale e selvaggia ed una pesantissima discriminazione dei cittadini israeliani palestinesi (cosiddetti “arabi israeliani”). Il Barca ha così rinunciato all’annunciata “partita della pace” propostagli dal Centro Peres per la pace ed in cui Palestinesi ed Israeliani avrebbero dovuto giocare contro il Barcellona il 31 luglio 2013 a Tel Aviv, ed a maggio ha modificato la propria strategia.

Il Centro Peres, a quanto l’israeliano Meron Benvenisti, ex vice-sindaco di Gerusalemme tra il 1971 e il 1978, scrisse sul quotidiano israeliano Haaretz, “addestra i Palestinesi ad accettare la propria inferiorità e li prepara a sopravvivere sotto le costrizioni imposte da Israele per garantire la superiorità etnica degli ebrei”.

Alexandre Rosell si è rivolto nuovamente ai bambini, ma nella logica di fare due misure uguali per diseguali: a ciascuna delle parti sarebbe stato dedicato un giorno. Il 3 agosto il Barca ha tenuto un football clinic in Cisgiordania ed il 4 uno in Israele. Anche questa volta sollecita è stata l’organizzazione del presidente israeliano Peres, oltre che del primo ministro israeliano e di Mahmoud Abbas dell’ANP.

Perché gli sforzi volenterosi del Barcellona hanno ricevuto una durissima risposta di alcuni abitanti di Bil’in, località nota per aver dato inizio nel 2005 alla protesta nonviolenta di ogni venerdì in risposta alla sottrazione del 60% delle proprie terre da parte d’Israele per la costruzione del muro, condannato nel 2004 dalla Corte Internazionale dell’Aja? In un video, essi si mostrano mentre, tolte di dosso le magliette del Barcellona, le depongono sul ferro spinato che sta davanti al muro di separazione e danno loro fuoco.

Perché la campagna Cartellino Rosso all’Apartheid Israeliana chiedeva che non si tenessero in Israele le finali della UEFA Under 21?

La campagna, che è parte di quella più generale di Boicottaggio Disinvestimenti e Sanzioni, lanciata nel 2005 dalla società civile palestinese, ha avuto una significativa partecipazione ed una piuttosto vasta eco non solo nel mondo del calcio. Manifestazioni si sono tenute numerose in moltissimi paesi europei, ma anche negli USA, in Egitto. nei campi di calcio ed in quelli di basket e rubgy, nelle strade e nei luoghi d’incontro. Il 24 maggio a Londra davanti all’hotel in cui era riunito il Congresso UEFA la manifestazione sotto una gelida pioggia era internazionale.

87 le Risoluzioni ONU che impongono ad Israele di ritirarsi dai Territori Palestinesi che occupa dal 1967 mai onorate da Israele, che viola sistematicamente anche diversi articoli della IV Convenzione di Ginevra, in particolare proseguendo nella realizzazione ed ampliamento di colonie, del tutto illegali per il diritto internazionale, e nella politica di espulsione della popolazione autoctona palestinese. Negli ultimi anni e persino nelle ultime settimane le aggressioni sono sempre più focalizzate su Gerusalemme Est, dove bersaglio “privilegiato” sono i minori, frequentemente sequestrati, e sempre più violenti sono gli attacchi sferrati contro i fedeli nella spianata delle moschee.

La UEFA non ha avuto il coraggio di affermare fino in fondo i valori che proclama né di sostenere la legalità internazionale ed in Israele si sono giocate le finali Under 21.

La vita quotidiana dei ragazzi continua ad essere messa a repentaglio da sempre incombenti bombardamenti o da retate notturne che li prelevano dalle loro case per imprigionarli senza accusa formale e trattenerli senza limiti di tempo, sottoporli a trattamenti umilianti, spesso torture. Infrastrutture sportive bombardate ed i movimenti impediti. In questa situazione lo sport che vuole promuovere i suoi valori di solidarietà, rispetto degli altri, democrazia e cittadinanza deve saper denunciare l’oppressione invece che contribuire a nasconderla.

Mentre assumono nette posizioni per punire senza equivoci il razzismo dei tifosi, le federazioni internazionali, e quella italiana, non sembrano capaci di essere egualmente coerenti nei confronti del razzismo profondo e strutturale subito dai Palestinesi.

La FIFA o la UEFA proporrebbero mai di risolvere l’incivile atteggiamento verso giocatori di colore che talvolta è manifestato da parte di gruppi tifosi con “pacificanti” partite tra questi ed i giocatori da loro offesi?

Ben altro che la “normalizzazione” si propose e riuscì ad ottenere lo sport quando aderì al movimento internazionale nonviolento di lotta all’apartheid del Sud Africa. Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=86615&typeb=0&Calcio-sotto-occupazione

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