“Call me” o la guerra perfetta – di Ugo Tramballi

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 17 maggio 2019

 Ugo Tramballi

Notizie dal fronte della sempre meno ipotetica IV Guerra del Golfo. Quarta perché la prima fu quella fra Iran e Iraq, 1980-88; la seconda la liberazione del Kuwait, 1990-91; la terza l’invasione dell’Iraq, iniziata nel 2003 e non ancora finita del tutto.

Si potrebbe convenire che gli avvenimenti di queste settimane siano più la continuazione della terza guerra che un nuovo conflitto. Ma sono considerazioni che lasciamo agli storici del futuro. Oggi prevale con urgenza la cronaca. Gli americani e i loro inaffidabili alleati del Golfo, sauditi ed emiratini, si stanno mobilitando; così pure i duri di Teheran.

Al generale Qassem Soleiman, il vecchio falco al comando delle truppe d’élite dei Pasdaran, l’uomo che sta guidando sul campo l’espansionismo geo-politico iraniano nella regione, non sembra vero che i suoi nemici gli stiano offrendo l’opportunità di una guerra perfetta. La guerra che Jihad e Hamas palestinesi combatteranno alla frontiera di Gaza, Hezbollah alle pendici del Golan controllato dagli israeliani, Bashar Assad in ciò che resta della Siria orientale, le milizie sciite nel vuoto lasciato dall’Isis nel Nord dell’Iraq, la marina di Teheran davanti alle coste saudite e nello stretto do Hormuz dal quale passa 1/5 del petrolio mondiale. E naturalmente in Iran che i B52 americani bombarderanno, contro i 120mila uomini pensati da Bolton per un’invasione terrestre.  E’ un prezzo che il generale Soleiman è disposto a pagare per il grande disegno che lui e gli estremisti di Teheran hanno in mente.

In tutto questo, mentre i collaboratori gli stanno preparando sotto il naso una ripetizione su scala più vasta del disastro iracheno del 2003, la dichiarazione più pregante di Donald Trump è stata: “Call me”. Se gli iraniani sono intenzionati a fermare tutto questo, se vogliono trattare, gli diano un colpo di telefono. Niente di più facile.

Nella sua visione del mondo – che è quella della gran parte degli americani – l’universo umano fuori dagli Stati Uniti è tutto uguale e nutre la stessa aspirazione: essere in qualche modo liberato dagli americani e imitare il loro modo di vita. Ne esiste forse uno migliore? Così Donald Trump pensa di applicare all’Iran e al Medio Oriente la formula Corea che sta avendo un moderato successo.

A dire il vero anche con la Corea del Nord l’amministrazione americana sta sbagliando. E’ lodevole l’impegno profuso per abbassare la tensione ma è velleitario pensare che Kim rinunci al suo piccolo arsenale nucleare. Russi e cinesi stanno facendo notare che la bomba è la garanzia irrinunciabile di quel regime per la sua sopravvivenza: più logico puntare sul congelamento del programma nucleare Nord-coreano.

Ma questo è un altro tema del quale riparleremo. Oggi la questione è l’Iran. Le differenze con la Corea sono tante quanto le miglia che separano le due aree geografiche.  Nella difficile trattativa con Kim, gli alleati degli Usa sono completamente allineati. Moon Jae-in, il presidente Sud coreano è stato fondamentale nel far prevalere la diplomazia. Russia e Cina, gli autorevoli vicini, hanno compiuto un utile lavoro per moderare i coreani del Nord.

Guardate il Medio Oriente e trovate, se potete, una similitudine. Gli alleati occidentali si oppongono al militarismo crescente americano. Un punto di partenza concreto per far prevalere la diplomazia, c’era: l’accordo sul nucleare che Trump ha cancellato. Da oltre un anno la sua amministrazione rende sempre più insopportabili le sanzioni economiche, afferma di voler cambiare il regime a Teheran con le armi o l’implosione del sistema politico, senza offrire un solo segnale di dialogo. “Con il nostro sconsiderato militarismo stiamo anche erodendo l’utilità a lungo termine delle sanzioni”, dice il presidente di Carnegie, William Burns.

Anziché lavorare per la moderazione come quelli in Estremo Oriente, gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente sono i peggiori istigatori. Arab News, il giornale di proprietà del fratello del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (l’anima nera di una regione già sufficientemente nera), invita gli americani a compiere “un attacco chirurgico” contro gli iraniani. Non c’è da stupirsi se il sempre più soddisfatto generale dei Pasdaran mobilita le sue milizie in Iraq, manda missili sofisticati al siriano Assad e all’Hezbollah libanese.

Ciò che tuttavia rende ancor più diverso e intrattabile il Medio dall’Estremo Oriente è che nel primo anche Dio è parte in causa, arruolato e in armi. Quando la religione è lo strumento politico più utilizzato, non basta una telefonata per riempire la profondità del fossato che divide da centinaia di anni sette ed etnie.

Nel 1980, quando Saddam Hussein invase l’Iran con il silenzioso consenso di molti occidentali, il regime degli ayatollah stava crollando: la gente era sempre più stanca della brutalità medievale di Khomeini. L’aggressione straniera strinse la popolazione attorno al sistema che sopravvisse e alla fine si rafforzò. E’ probabile che anche oggi accadrebbe la stessa cosa se prevalessero le malate convinzioni di John Bolton e dei giovani principi del Golfo.

 

 

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“Call me” o la guerra perfetta

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