Cambia la musica

Le urne sono ancora aperte ma il presidente del consiglio, che ha già fiutato la disfatta, certo non immagina che sarà una slavina ad abbattersi su di lui, perché forse nessuno lo ancora avvisato che gli italiani, in massa, hanno deciso di dire basta, facendogli capire che la sua dittatura è arrivata al capolinea. Ma nello show allestito per firmare l’ennesimo pacchetto di accordi economici con lo stato d’Israele, “l’amico di sempre” Netanyahu scherza e ride con lui sulle disgustose porcate del bunga-bunga. Da poche ore, milioni di italiani avevano inserito nell’urna anche l’intimazione a presentarsi in tribunale, ma il “fedelissimo amico di Israele, che difende sempre la nostra causa in ogni sede internazionale” (Netahyahu) non ha ancora capito che anche l’impunità, come tutti i sistemi oppressivi, prima o poi ha una fine e soprattutto -ecco la notizia- non si è ancora reso conto che arriva il giorno in cui la gente lo capisce e… cambia la musica.

Non c’è allora da stupirsi se proprio mentre Netanyahu approfitta del “my great personal friend Silvio”, facendo sfilare il meglio della tecnologia nella vetrina degli affari della ditta ormai ai saldi di fine stagione, a Milano, proprio in Piazza Duomo, si allestisce una kermesse che punta a far cambiare l’idea che la gente si è fatta da tempo di Israele, cioè quella di uno stato colonizzatore e oppressore. Ma gli organizzatori pensavano che la gente bevesse senza fiatare questa ennesima messinscena e fin dal titolo pensavano di fare una bella fiera che, con uno studiato maquillage, facesse dimenticare il muro dell’apartheid e i check-point, i milioni di profughi e le migliaia di prigionieri palestinesi. La manifestazione già dal suo nome è tutto un programma: “L’Israele che non ti aspetti”. Esattamente: tu leggi Israele ma non devi pensare alla pulizia etnica, leggi Israele ma non pensare all’espropriazione della terra e dei diritti dei palestinesi.

Peccato che la gente si è accorta dell’imbroglio e i milanesi “non tollerano che Milano diventi la passerella per un’operazione di propaganda tanto vergognosa quanto ipocrita. Più di 70 risoluzioni delle Nazioni Unite in difesa dei palestinesi, di condanna delle politiche di Israele sono state ignorate, con l’appoggio determinante degli USA, dell’Unione Europea e in particolare dell’Italia, resasi complice sottoscrivendo numerosi accordi di cooperazione economica, militare e scientifica con Israele”(vedi APPELLI). Ma è da tempo che la musica sta cambiando e dopo il massacro di Piombo Fuso, il vero volto di questo stato responsabile diretto di crimini infiniti, è sempre più chiaro a tutti.

Allo stesso modo, qualche giorno fa, senza volerlo, mezzo occidente si è accorto di un’altra pagina strappata della infinita storia di oppressione che Israele ha inflitto al popolo palestinese. Era il 5 giugno e dalle “colline delle urla” sul Golan fino ai check-point in Cisgiordania, migliaia di donne e uomini hanno sventolato la bandiera palestinese gridando la loro voglia di libertà come eco del potente urlo dei popoli del Magreb. Ricordavano la “Naksa” e per questo sono stati oggetto di una durissima repressione dell’esercito israeliano. La notizia non poteva essere taciuta dai tg e i telespettatori si chiedevano: “ma cos’è sta Naksa?” Ma i megafoni dell’esercito gracchiavano più forte: “chiunque si avvicinerà al confine sarà ucciso”. E hanno mantenuto la promessa: i soldati non hanno esitato a sparare mirando ad altezza d’uomo sulla folla inerme (come abbiamo visto chiaramente nei servizi di RaiNews24): alla fine della giornata il conto del massacro di civili ha registrato oltre duecento feriti e 14 civili uccisi a sangue freddo, mentre sventolavano la bandiera sui prati.
Purtroppo ancora una volta l’esperto Claudio Pagliara ha voluto usare ben altre parole per dirlo ai nostri TG: “Ancora tensione al confine di Israele. Alcuni palestinesi che tentavano di varcare illegalmente il confine sono rimasti uccisi. Ma l’esercito israeliano ha risposto subito ad ogni accusa confermando anche a noi che con precisione i soldati hanno mirato alle gambe”.

Dopo tutto, l’importante è sempre tacere la verità e dare al mondo un’idea diversa dell’oppressore. Continuare a mistificare la realtà, eliminando le voci anti-israeliane, anzi antisemite. Vi ricordate il Patriarca di Gerusalemme Sabbah? Dava tanto fastidio ad Israele proprio per questo suo ostinarsi a smascherare la falsità di uno stato che cercava a tutti i costi di rifarsi la faccia, dimenticando che “non si può confondere l’oppressore dall’oppresso, chi occupa e chi è occupato”.

E questa “operazione verità”, che richiede il coraggio della denuncia, ci sembra di vederla crescere un po’ dovunque. Lo si capisce al volo quando, per esempio, il documento dei cristiani di terra santa Kairos Palestina viene osteggiato da tutti, la sua edizione italiana minacciata di censura e la sua presentazione al Sinodo dei vescovi ostacolata direttamente dall’ambasciata di Israele a Roma! In effetti, aprendo quelle pagine, vi si trova tutta la parresia cristiana che sa dire “Tutto ciò che l’occupazione della nostra terra produce sul nostro popolo, tutte le ingiustizie e tutti i tentativi per fermarle, noi le denunciamo. E ringraziamo Dio che la nostra chiesa alza la voce contro l’ingiustizia nonostante che alcuni la vorrebbero silente, chiusa nelle sue devozioni religiose”. E quando l’ingiustizia subìta raggiunge il culmine, la gente non ne può più: “Vi chiediamo di sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. E facciamo appello a voi affinché parliate nella verità e prendiate posizione nella verità riguardo l’occupazione di Israele in terra palestinese. (…) Come abbiamo già detto, riteniamo che il boicottaggio e il disinvestimento siano mezzi nonviolenti di giustizia, pace e sicurezza per tutti. (…) Vi chiediamo: siete disposti a non tacere e per aiutarci a denunciare il peccato dell’occupazione militare?”(Kairos Palestina)

Per questo è da tempo che abbiamo imparato a distinguere gli israeliani che veramente vogliono la pace dai cosiddetti “pacifisti” come Grossman o la cantante Noa. Per anni ce li hanno indicati come la faccia presentabile di uno stato impresentabile, ma da tempo ormai è cambiata la musica.
E chi si lascia conquistare e convincere dalle melodie della cantante pacifista, dovrebbe leggere la risposta che il filmmaker israeliano Udi Aloni ha scritto alla lettera aperta di Noa rivolta agli abitanti di Gaza:

Cara Achinoam Nini, (Noa)
Tu alzi gli occhi, usi le tue parole d’amore al servizio del tuo popolo conquistatore e, con voce suadente, inviti i palestinesi ad arrendersi. Tu concedi ad Israele il ruolo di liberatore. A Israele – che da oltre 60 anni, li occupa e umilia. “Io so dov’è il tuo cuore! E’ proprio dove il mio è, con i miei figli, con la terra, con il cielo, con la musica, con la speranza!” così scrivi, ma Achinoam, noi abbiamo preso il loro paese e li abbiamo imprigionati nel ghetto chiamato Gaza.
Abbiamo riempito i loro cieli con aerei da combattimento, svettanti come angeli dell’inferno che disperdono morte sugli innocenti. Di quale speranza stai parlando? Abbiamo distrutto ogni possibilità di vita il momento in cui, mentre sedevamo con loro al tavolo delle trattative, saccheggiavamo la palestina. Dalle nostre labbra usciva la parola “pace” ma con le nostre mani stavamo derubando la loro terra. (…) Tu scrivi “Io so che nel profondo del vostro cuore voi desiderate la fine di questa bestia chiamata Hamas che vi ha terrorizzato e ucciso, che ha trasformato Gaza in un cumulo di spazzatura di povertà, malattia e miseria”. Ma Hamas non è il mostro, mia cara Achinoam. E’ casomai il figlio del mostro. L’occupazione israeliana è il mostro.
Questa e solo questa è responsabile della distruzione e della povertà, dell’orrore e dell’oppressione. Siamo stati così spaventati dalla loro leadership laica, che minacciava la nostra fantasia della Terra d’Israele, che abbiamo scelto di finanziare e sostenere Hamas, nella speranza che con una politica di dividi et impera si sarebbe potuto continuare con l’occupazione per sempre, ma quando sono cambiate le carte in tavola, voi sceglieste d’incolpare l’effetto invece della causa. Tu scrivi: “Posso soltanto augurarmi per voi che Israele faccia il lavoro che tutti sappiamo deve essere fatto, e finalmente vi liberi da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, che oggi si chiama Hamas. E che questi assassini trovino quel po’ di compassione che può ancora esistere nei loro cuori e smettano di usare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro viltà e crimine “.
Cara Noa, invece di dare ordini a un popolo a cui abbiamo eliminato chirurgicamente ogni barlume di speranza, potresti aiutare i tuoi fratelli e sorelle in Palestina a lottare contro l’occupazione, l’oppressione e l’arrogante colonialismo inflitto dal nostro paese. Solo allora potrai condividere Israele con i fratelli in Palestina e – alla pari – la gioia della terra, il cielo e la musica, solo allora potremo lottare insieme per la parità, per ogni uomo e donna che vivono nella nostra terra santa”.

E noi di BoccheScucite, chiudiamo la lettera… Cara Noa, l’invito è preciso: se veramente ti sta a cuore il futuro dei cittadini israeliani, cambia musica e comincia a denunciare con maggior coraggio i crimini del tuo stato. Anzi, stavolta siamo noi ad avvisare tutti i presunti “amici d’Israele” che anche nel nostro Paese finalmente è cambiata la musica: dopo decenni di connivente silenzio per coprire apartheid e colonizzazione, la gente ha aperto gli occhi e forse, per l’ingiustizia, siamo al capolinea.

Bocchescucite

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