Campi profughi palestinesi: situazione disperata oggi in Cisgiordania

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Articolo pubblicato originariamente su Osservatorio Diritti

Di Graziano Masperi

La tensione con Israele cresce da settimane e sono sempre più frequenti le incursioni delle forze di sicurezza nei Territori palestinesi occupati, dove si vive senza acqua ed elettricità. Ecco qual è la situazione oggi nei campi profughi in Cisgiordania

Mancanza di acqua e di elettricità, rifiuti ovunque che rendono precarie le condizioni di vita. E uno stato di perenne insicurezza nei campi profughi palestinesi dettato dalle frequenti incursioni della polizia israeliana con arresti e scontri spesso violenti. Una situazione che genera ansia e preoccupazione negli abitanti.

Negli ultimi mesi la tensione è aumentata al punto che, per motivi ufficiali di sicurezza, le autorità israeliane hanno disposto che l’area attorno alla Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme venisse interdetta ai non musulmani prima, durante e anche dopo la festività di Id al Adha, quella del Sacrificio islamico, che si è svolta sabato 9 luglio.

Alla vigilia di quella festività la polizia e l’esercito israeliano erano in stato di massima allerta. Due giovani palestinesi sono stati arrestati proprio nei pressi della moschea di Al Aqsa. Il volto dei due giovani accompagnati dai soldati dell’esercito era quello tipico della sfida. Sorridevano compiaciuti, mentre ai bordi delle piccole vie del quartiere arabo vicino ad Al Aqsa qualcuno li incitava, ma la maggior parte osservava in silenzio per evitare reazioni da parte dell’esercito.

Gerusalemme il clima di tensione è quotidiano. Sono decine e decine le ragazze e i ragazzi, soldati di leva delle forze di difesa israeliane (Idf) che imbracciano i fucili d’assalto in dotazione.

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Checkpoint a Betlemme – Foto: © Graziano Masperi

Campi profughi palestinesi: testimonianze dalla Cisgiordania

Mentre nei campi profughi della Cisgiordania, a pochi chilometri da Gerusalemme, la vita non è per nulla semplice e si deve fare i conti con la mancanza dei beni di prima necessità per poter vivere. Al campo di Al Arroub, lungo la strada che porta ad Hebrom, circa 30 chilometri da Gerusalemme, Ahmed, gestore di una drogheria, racconta:

«Spesso non abbiamo acqua, non possiamo lavarci e nemmeno fare da mangiare. Se esce acqua è sporca, imbevibile. Guarda, ti faccio vedere quello che scende dai rubinetti. E poi manca l’elettricità per buona parte della giornata. Come posso mandare avanti la mia attività in queste condizioni?».

Ci sono due scuole ad Arroub, uno dei 19 campi profughi in Cisgiordania sorti dopo la guerra arabo palestinese, per dare riparo a chi non aveva più nulla. Una per i maschi e una per le femmine.

Amr Essa Annaija è un giovane palestinese di Hebrom che ha ottenuto il visto per recarsi a Tel Aviv. «Cerco lavoro al porto vecchio di Jaffa. Non siamo in molti a spostarci e non sempre riusciamo a lavorare».

Nasser fa il tassista e vive a Gerusalemme est. Ha moglie e cinque figli, tre sono donne. «Mi ritengo uno dei fortunati, noi possiamo circolare per lavoro. Quando percorro la strada che costeggia il muro con il filo spinato provo una sensazione di dolore e un dispiacere profondo per le famiglie che vivono nei campi sorvegliati».

La situazione oggi nel campo profughi palestinese di Gerusalemme est

Anche a Gerusalemme esiste un campo profughi. È quello nella parte est e si trova nel quartiere di Shu’fat istituito dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (Unrwa) nel 1965 per fornire alloggi migliori alle circa 500 famiglie di rifugiati che vivono nel campo di Mu’askar nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Con il trascorrere degli anni si è trasformato in un ingorgo caotico di abitazioni, un luogo che soffre il sovraffollamento, l’assenza di reti fognarie adeguate e la mala gestione dei rifiuti. La prima cosa che balza all’occhio sono proprio le montagne di rifiuti ai lati della strada con i bambini che ci giocano in mezzo.

Quando Israele cominciò la costruzione della barriera di separazione con la Cisgiordania a Gerusalemme est, l’ha realizzata in modo che il campo di Shu’fat e le aree circostanti finissero sul lato della Cisgiordania della barriera, tagliando fuori i residenti di Shu’fat da Gerusalemme est. Oggi i residenti se devono accedere a Gerusalemme devono passare attraverso un posto di blocco affollato.

Lungo la strada che porta a Ramallah, di fatto la capitale della Palestina, c’è il campo profughi di Kalandia. Lo si incontra dopo avere costeggiato la barriera per 5 chilometri circa. A Kalandia sono tantissimi i giovani che si incontrano per la strada. Bambini che giocano con le mitragliette giocattolo capaci di simulare, in maniera terribile, quello che vedono nella realtà con i loro occhi e i ragazzi più grandi che appaiono infastiditi dalla presenza di occidentali. Una rarità, perché qui non ci viene nessuno e i controlli serrati impediscono ogni accesso.

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Il muro di seperazione tra Israele e Territori Palestinesi – Foto: © Graziano Masperi

Come si vive nei campi profughi tra incursioni israeliane e violenza

Venerdì 8 luglio i soldati israeliani che presidiano il posto di blocco di Kalandia hanno fermato e arrestato un attivista di Fatah del campo profughi di Shu’fat. A dirlo è l’agenzia di stampa palestinese Wafa, che aggiunge: «Le forze israeliane fanno spesso irruzione nelle case palestinesi, quasi quotidianamente, in tutta la Cisgiordania, con il pretesto di cercare i palestinesi ricercati, innescando scontri con i residenti. Questi raid, che si svolgono anche in aree sotto il pieno controllo dell’autorità Palestinese, sono condotti senza bisogno di un mandato di perquisizione. L’esercito, in tali situazioni, gode di ampi poteri arbitrari. Secondo la legge militare israeliana, i comandanti dell’esercito hanno piena autorità esecutiva, legislativa e giudiziaria su oltre 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. I palestinesi non hanno voce in capitolo su come viene esercitata questa autorità».

Oltre 4 mila prigionieri politici palestinesi nei centri di detenzione israeliani

Secondo gli ultimi dati di Addameer, l’Associazione palestinese per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani, ci sono attualmente 4.450 prigionieri politici palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani.

Questo numero include circa 530 palestinesi posti in detenzione amministrativa, che consente la detenzione di palestinesi senza accusa o processo per intervalli rinnovabili compresi tra tre e sei mesi sulla base di prove non divulgate, da cui anche l’avvocato di un detenuto non sa nulla.

Il clima di alta tensione di queste ultime settimane è aumentato dopo la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa nel campo di Jenin. Per lei è stato realizzato, nei giorni scorsi, un murales lungo il muro di separazione nella città di Betlemme che inneggia alla richiesta di verità.

Turisti passati per la Cisgiordania sottoposti a interrogatorio

Quello che si vive a Gerusalemme e in Cisgiordania è un clima di tensione che contrasta totalmente con quanto si incontra a soli 80 chilometri di distanza, nella città di Tel Aviv. Dove alle abitazioni fatiscenti si sostituiscono i grattacieli, alle discariche di rifiuti le piste ciclopedonali e le strade ben tenute, e ai bambini in strada che giocano alla guerra in mezzo ai rifiuti i giovani che fanno surf sulle onde del mar Mediterraneo. Nessun militare e nessun checkpoint per una città che somiglia molto alle grandi megalopoli americane in un’area dove si soffre e si continua a morire.

La polizia israeliana indaga a fondo sui palestinesi sospetti e non tralascia alcun particolare, anche quello che potrebbe apparire più insignificante. Anche i turisti sono sottoposti a veri e propri interrogatori all’aeroporto di Ben Gurion se gli incaricati della sicurezza scoprono che il viaggiatore si è recato nei territori palestinesi. Le domande sono insistenti e gli agenti vogliono capire se lo straniero conosce qualcuno in Palestina e che genere di rapporti mantiene con quelle persone.

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