Cancellare la Nakba

SATURDAY, 19 MAY 2012 08:55 NEVE GORDON, AL-JAZEERA

 Ho sentito parlare per la prima volta della Nakba alla fine degli anni ’80, quando ero uno studente universitario di filosofia alla Hebrew University. Credo che questo stato molto importante, dato che sin dall’adolescenza sono stato un membro di Peace Now e che sono cresciuto in una casa dalle idee politiche liberali.

Sono cresciuto nella città meridionale di Be’er-Sheva, a pochi chilometri da diversi villaggi beduini non riconosciuti, che sono oggi casa di migliaia di residenti che sono stati espulsi nel 1948. Oggi so che la stragrande maggioranza della popolazione beduina del Negev non è stata così fortunata e che, verso la fine degli anni ’40 e nei primi anni ’50, la maggior parte dei beduini è fuggita o è stata espulsa dalle terre dei loro padri verso la Giordania o Gaza.
Com’è possibile che un adolescente israeliano di sinistra che viveva nel Negev durante i primi anni ’80 (mi sono diplomato al liceo nel 1983) non abbia mai udito la parola “Nakba”? In altre parole, come si è generata l’amnesia collettiva???
Ci sono molte spiegazioni su come le principali narrative vengono create e su come queste mettano a tacere e marginalizzino i resoconti storici. Oltre al lavoro svolto dalle istituzioni e dagli apparati statali, questa minuziosa opera di cancellazione della storia richiede anche la mobilitazione di studiosi, romanzieri ed artisti – così come di altri produttori di cultura pubblica.  Quando andavo a scuola, la storia raccontata nei libri scolastici israeliani, così come la narrativa storica diffusa dai mass media (c’era un solo canale televisivo in Israele a quel tempo ed era gestito dal governo), veniva confermata da famosi scrittori di romanzi e da noti intellettuali noti. Secondo la tesi di dottorato scritta da Alon Gan dell’Università di Tel Aviv, Amos Oz per esempio, intervistò dei soldati dopo la guerra del 1967 e usò i propri libri per omettere descrizioni di abusi con lo scopo di creare un’immagine del virtuoso combattente israeliano. Ripensando ai giorni in cui ero impegnato in Peace Now, realizzo ora che persino per la maggior parte dei pacifisti israeliani a quel tempo, solo dopo il 1967 è emersa una storia che fa riferimento ai conflitti, con l’occupazione del Sinai, della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan. Di conseguenza, la soluzione offerta da Peace Now si è rivolta alle ingiustizie avvenute nel 1967, ma non c’era alcun riferimento al 1948. Infatti nelle loro pubblicazioni non ricordo nessun accenno ai rifugiati palestinesi. La tecnica con cui lo stato era riuscito a nascondere completamente gli avvenimenti del 1948, anche all’interno del processo di pace israeliano, era decisamente notevole.
Sicuramente la Nakba esiste nel paesaggio. Ovunque in Israele, ci sono centinaia di rovine di villaggi palestinesi, ancora circondati da cactus. La Nakba emerge anche alcune opere letterarie. Il romanzo di S Yizhar Khirbet Khizehre racconta, per esempio, come un gruppo di soldati israeliani abbia assediato un villaggio palestinese e di come abbiano seguito meticolosamente “gli ordini” ripulendo la zona dalle “forze ostili”. Il narratore senza nome descrive dettagliatamente che “hanno raggruppato gli abitanti della zona, li hanno caricati su alcuni mezzi di trasporto e li hanno trasferiti”, ed infine, “hanno fatto esplodere le case di pietra e bruciato le capanne”. Pubblicato qualche mese dopo la guerra del 1948, il romanzo ha acceso un forte dibattito pubblico, ma per qualche motivo né il romanzo né il paesaggio sono riusciti ad imprimersi nella memoria della popolazione ebraica.
Molto sono state le tattiche utilizzate per cancellare le tracce della Nakba. In questo contesto molti parlano della pratica ancora in corso piantare foreste sulle rovine dei villaggi palestinesi, ma nella mia visione la fortissima segregazione che caratterizza la società israeliana ha un impatto molto più profondo. Quando ero giovane la distanza geografica vera e propria che mi separava dai beduini è trascurabile, ma gli spazi sociali che occupavamo si trovavano a mondi di distanza. La segregazione era così intensa che non ho mai incontrato o, inutile dirlo, giocato con i bambini beduini. Non ho avuto perciò nessuna opportunità di ascoltare le loro storie.
Dopotutto, la storia emerge spesso dai dettagli quotidiani, ad esempio da dove vengono i nonni. I miei sono emigrati verso la Palestina mandataria dalla Russia e dalla Polonia e quando ero piccolo, durante le vacanze scolastiche, andavo a trovarli nel loro kibbutz. Tuttavia i giovani ebrei e i beduini non hanno mai avuto l’occasione di condividere tali informazioni tra loro.
I diritti dei palestinesi
La Nakba, sia come parola che come fenomeno storico, ha cominciato a diffondersi tra gli ebrei in Israele – e nell’arena internazionale – dopo una serie di pubblicazioni dei “nuovi storici”, i cui scritti hanno scatenato feroci dibattiti sul ruolo che ha svolto Israele nella creazione del problema dei rifugiati palestinesi. Forse quello che ha avuto più influenza è stato ‘La nascita del problema dei rifugiati palestinesi’ di Benny Morris, apparso nel 1987 – quasi quattro decenni dopo il romanzo di Yizhar.
Altri storici come Ilan Pappe, sociologi come Baruch Kimmerling e geografi come Oren Yiftachel hanno preso parte a questo dibattito e, nonostante i duri attacchi, (spesso di natura personale), hanno iniziato a distruggere la principale narrativa israeliana – che, fino ad allora, aveva addossato tutta la colpa ai leader arabi. Questi accademici israeliani hanno seguito i passi di intellettuali palestinesi come Walid Khalidi, Sami Hadawi, Ghassan Kanafani e il libanese Elias Khoury. Ma poiché le rivendicazioni sono state fatte da ebrei israeliani, il loro impatto in Israele e all’estero è stato più grande.
All’incirca nello stesso periodo, è scoppiata la Prima Intifada (dicembre 1987). Le immagini di brutale repressione verso la resistenza non violenta hanno sollevato nella società israeliana una discussione sui diritti umani e nazionali dei palestinesi. Nell’arco di quattro anni (1988-1991), sono state create numerose Ong israeliane per proteggere i diritti dei palestinesi. Gli esperti dei diritti degli ebrei israeliani hanno quindi avuto l’occasione di incontrare migliaia di palestinesi che avevano subito abusi per mano dei soldati israeliani; hanno ascoltato le loro storie sul presente, ma da queste storie, sono emerse anche narrative alternative del passato. A Gaza il 75 per cento dei residenti sono i profughi della guerra del 1948.
Durante gli anni di Oslo, hanno iniziato ad apparire nuovi libri di testo che parlavano del problema dei rifugiati palestinesi e menzionavano, anche se di sfuggita, il ruolo di Israele nella creazione di tale problema. Nel 2002, un gruppo di israeliani ha creato Zochrot (ricordo), un’organizzazione che si proponeva di presentare la questione della Nakba all’opinione pubblica israeliana-ebraica, di spiegare la Nakba in ebraico e di parlare della Nakba nell’ambiente intellettuale. Come ha spiegato uno dei fondatori: “Il fine è promuovere una memoria alternativa all’egemonia della memoria sionista. La Nakba è la catastrofe del popolo palestinese: la distruzione dei villaggi e delle città, l’uccisione, l’espulsione, la cancellazione della cultura palestinese. Ma la Nakba è anche la nostra storia; la storia degli ebrei che vivono in Israele, che godono dei privilegi di essere i ‘vincitori’.”
Questi sviluppi hanno condotto ad un profondo cambiamento nella consapevolezza dell’opinione pubblica israeliana, cosìcché nel corso degli anni sempre più ebrei israeliani hanno preso confidenza con la parola “Nakba” e con gli eventi storici che essa denota. Vedo la differenza nei miei studenti oggi. Quando pronunciavo la parola “Nakba” in classe alla fine degli anni ’90, quasi nessuno sapeva di cosa stavo parlando; mentre se oggi pronunciassi la parola “Nakba” quasi tutti saprebbero a cosa mi riferisco. Tuttavia è importante sottolineare che questa consapevolezza non riflette un cambiamento della visione del conflitto negli israeliani, ma se non altro, la comprensione delle sue origini storiche è un atteggiamento meno ingenuo.
Reazioni alla Nakba

È precisamente all’interno di questo contesto che si dovrebbe cercare di capire la decisione dello stato di riaffermare se stesso all’interno del tentativo di far tacere la discussione sulla Nakba, ancora una volta. Una strategia che Israele ha preso è stata l’approvazione della ‘Legge sulla Nakba’, approvata dalla Knesset nel marzo 2011. La legge è in realtà un emendamento della Budget Foundation Law e stabilisce che il ministero della finanza è incaricato di ridurre i fondi a qualsiasi istituzione pubblica, come la scuola o l’università, che commemori “il giorno dell’indipendenza o il giorno della fondazione come giorno di lutto…”
I media stessi hanno parlato molto di questa legge, provocando una vivace discussione, che in effetti ha reso visibile la Nakba ad un vasto pubblico. Inoltre, l’associazione per i diritti civili in Israele e Adalah (il Centro Legale per la Minoranza Araba in Israele) hanno immediatamente ordinato una petizione alla corte suprema, sostenendo che la nuova legge costituiva una grave violazione della libertà di parola e che era parte di “una campagna di persecuzione politica che mirava a delegittimare un’intera popolazione di cittadinanza israeliana”. Le due associazioni hanno reclamato che la commemorazione del Giorno della Nakba non nega in nessun modo l’esistenza dello stato di Israele, come sembra insinuare il linguaggio utilizzato nel disegno di legge. Inoltre, il disegno di legge viola palesemente i diritti di una minoranza di conservare la sua storia e la sua cultura e la possibilità di decidere le storie che vuole raccontare su se stessa. Le due associazioni hanno inoltre argomentato che il disegno di legge cerca di bollare i cittadini arabi di Israele come pericolosi e infedeli allo stato e che con ciò cercano di esprimere la loro personale narrativa ed interpretazione dei fatti storici (giorno dell’indipendenza/giorno della Nakba), una narrativa alimentata da certi gruppi politici nel paese. Questo è un chiaro esempio di “tirannia della maggioranza”, dove la maggioranza politica viola i diritti fondamentali della minoranza – in questo caso la libertà di parola – e di conseguenza la libertà culturale e la libertà di interpretare la storia in modi che offendono la maggioranza.
Il 5 gennaio 2012, la Corte Suprema ha pubblicato la sua sentenza, bocciando l’appello e confermando la Legge sulla Nakba. Il presidente Dorit Beinisch e i giudici Eliezer Rivlin e Miriam Naor hanno così concluso: “Il livello dichiarativo della legge solleva questioni difficili e complesse. Tuttavia, la costituzionalità della legge dipende largamente dall’interpretazione data alle direttive della legge.” In altre parole, la corte si astiene dal giudicare la costituzionalità della legge fino a quando non verrà applicata ad un caso concreto.
In questa maniera, come dichiara Dan Yakir dell’ Associazione per i Diritti Civili: “La corte ha completamente ignorato i riferimenti riguardanti gli effetti di questa legge, che forza le entità appoggiate dallo stato a fare una riduzione significante nel loro budget prima che venga presa in considerazione una revisione giudiziaria. In questo, limita la libertà di parola.” Il concetto di Yakir era che la legge nuoce sia alla libertà di espressione che ai diritti civili dei cittadini arabi persino prima della sua attuazione, dato che la formulazione della legge è così ampia e vaga che molte istituzioni hanno già iniziato ad auto censurarsi per non rischiare di incorrere in sanzioni. La verità va in entrambe le direzioni

  Nonostante la battuta d’arresto legale per quanto riguarda la Legge sulla Nakba e l’attacco ben orchestrato contro organizzazioni come Zochrot, i tentativi di Israele di ricominciare un’amnesia nazionale sono futili. Come ha affermato la grande filosofa politica ebrea Hannah Arendt, il fatto che Leon Trotsky non appaia nei libri di storia della Russia Sovietica non significa che non esista. “Il problema con la bugia e l’inganno,” spiega la Arendt, “è che la loro efficienza dipende interamente da una chiara nozione di verità che il bugiardo e l’ingannatore desiderano nascondere. In questo senso, la verità, anche se non prevale in pubblico, possiede un inestirpabile primato sopra tutte le falsità.”
La Nakba è una verità, e sebbene ci siano stati tentativi anche legali per negarla, il suo primato sopra le falsità garantisce che prevarrà. La società ebraica israeliana ha bisogno di confrontarsi con la Nakba per ciò che è stata, così come con le sue ramificazioni in corso. E ha bisogno del confronto con i campi profughi in tutto il Medio Oriente e nelle colline a sud di Hebron, dove i palestinesi vivono sotto la costante minaccia dell’espulsione. Abbiamo bisogno di riconoscere che i palestinesi hanno sofferto – e che stanno tuttora soffrendo – e che sono stati privati dei diritti fondamentali dai vari governi israeliani per più di mezzo secolo. Questo riconoscimento è la condizione possibile per un futuro migliore.
Ma se mai ci sarà speranza per questa regione, il riconoscimento deve essere reciproco. I palestinesi, che hanno senza dubbio subito un torto, devono riconoscere, come sollecitò Edward Said, che due torti non fanno una ragione. Solo una volta avvenuto il riconoscimento reciproco delle due narrative storiche ci sarà l’opportunità per una vera riconciliazione..

Neve Gordon è l’autore di ‘L’occupazione israeliana’, ha un proprio sito web

Questo articolo è apparso per la prima volta su Al Jazeera.

Tradotto da Rossella Del Fiore (Alternative Information Center)

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/28-news/3598-cancellare-la-nakba

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