Caro Pacifici, lasci perdere le liste dei cattivi

Desk venerdì 23 novembre 2012 14:20

La richiesta del presidente della Comunità ebraica romana di mandare via un giornalista Rai da Israele non ci piace. Non si cerca la verità con il tifo. [Tancredi Omodei].

di Tancredi Omodei

Credevo, e mi sforzo di continuare a credere, che Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma abbia i brividi all’idea che si possa stilare una “lista”. Lui ha un motivo in più per respingere la stessa idea della “lista”. In genere, si comincia sempre con la lista dei “buoni” e quella dei “cattivi”. Magari la prima la si fa con riferimento all’adesione indiscussa a un capo, per esempio in un ambito lavorativo. Seguono le altre, legittimate dalla prima. E non si sa dove si va a finire. E quando si entra in una “lista” che marchia, è difficile uscirne, e uscirne senza danno. Basta con i “giornalisti faziosi”, chiede Riccardo Pacifici.

Siamo i primi a dirlo, la faziosità è uno dei mali endemici del giornalismo italiano, che ha sempre considerato, purtroppo, l’appartenenza un fondamento della pratica giornalistica. E questo lo ha distanziato e lo distanzia dal giornalismo di grande respiro europeo e americano, capaci di non guardare in faccia nessuno ma anche di mettersi continuamente in discussione. Quindi, può ben immaginare Pacifici quanto ci stia a cuore l’imparzialità.

A Pacifici, dunque, hanno bene risposto il presidente della Fnsi e il segretario dell’Usigrai, due dirigenti dei giornalisti che sono costretti quotidianamente, nei giornali e alla Rai, a fare i conti con “liste” di proscrizione: ”Comprendiamo il coinvolgimento umano del presidente della Comunità ebraica romana, ma consideriamo inaccettabile ed intimidatoria la sua richiesta di mandare via un giornalista Rai da Israele”, ricorda il presidente della Fnsi Roberto Natale. E il segretario dell’Usigrai, Carlo Verna, aggiunge: ”Non c’è bisogno di allungare ulteriormente la lista, già fitta di personaggi pubblici che si esercitano a praticare editti. Ringraziamo i colleghi per il lavoro che stanno facendo e chiediamo alla Rai di valorizzarne l’apporto”.

Pacifici, con un tempismo che appare legato soprattutto all’esigenza di difendere un”modello” (indifendibile) che fa acqua (oltre che scandalo), non fa nomi ma pare indicare in Filippo Landi il “giornalista fazioso”. Certo, se Pacifici nel giudizio parte dal “modello Pagliara”, l’idea di un giornalista che dice di cosa sono morti i bambini di Gaza è scomoda. Perché rende evidenti le plateali e un po’ buffe “distrazioni” dell’altro corrispondente, quello che anziché mostrare i morti e la distruzione, si sofferma sulle occhiaie dei palestinesi e ci porta nelle case l’immagine aulica di due palestinesi al sole a sorseggiare un caffè.

Andare al funerale di un piccolo palestinese? Mai, troppo pathos. Andare davanti ad una camera mortuaria dove si contano le vittime innocenti dei bombardamenti chirurgici? Mai, insopportabile l’odore di morte. Andare in un interno di famiglia per capire se si mangia? Mai, passerebbe l’appetito? In un ospedale? Anche il sangue ha un odore e può far star male. Ecco, se il modello è questo, Pacifici ha una buona ragione per non digerire Landi che, fra l’altro, è costretto a restare seduto nell’ufficio di corrispondenza di Gerusalemme perché Pagliara ha il mandato del pieno controllo della situazione. Solo lui sul campo, Landi in ufficio e un continuo e secco NO all’idea che da Roma possa arrivare un inviato di stomaco forte che vada in ospedale, e alla camera mortuaria,magari dopo essere passato da un corteo funebre.

La verità non si cerca con il “tifo”, e nelle guerre – lo ripetiamo – la ragione non sta, per esclusiva divina, solo da una parte. La guerra – lo ripetiamo – sporca le mani di entrambi i contendenti. E al giornalista spetta raccontare quel che accade, contare i morti da una parte e dall’altra. E non dire che gli uni sono morti violentemente e per mano terroristica e gli altri sterminati, chissà, forse da una indigestione di funghi. E farlo in tv rende il compito più facile: si lasci parlare l’immagine, si taccia per far sentire una sirena ma anche il pianto di una madre, non si rincorrano le versioni ufficiali dettate al telefono da un portavoce che, per la stessa funzione che ricopre, “portavoce” appunto, è di parte. Ricordo ancora, qualche giorno fa, a “Radioanchio” sentire Pagliara che smentiva le agenzie più autorevoli solo perché aveva telefonato ai vertici militari israeliani. Caro Pacifici, comprendiamo la sua partecipazione emotiva -ha detto Globalist – ma se il suo modello è quello delineato in questi giorni di monopolistica presenza da Pagliara a Gaza, ci lasci dubitare.

Caro Pacifici, la sua richiesta di “Mandare via” il mite Filippo Landi per lasciare all’agguerrito Pagliara libero campo, non ci piace. Noi non diciamo di mandare via Pagliara, e ne avremmo diritto, ma solo come abbonati del servizio pubblico. Ci limitiamo a seguirne le gesta e a criticarlo. E la critica non è stata ancora messa al bando. Diciamo anzi che accanto a l’uno e all’altro, con pari libertà di “azione”, ci siano altri occhi, altre sensibilità giornalistiche, per entrare nelle ferite di quell’angolo del mondo, per raccontarle.

Caro Pacifici, a sua era una “manifestazione per la verità”. Bene, quale migliore strada per la verità se non quella di sentire più voci (non “portavoce”) da uno scenario complesso e drammatico come Gaza e dintorni?

 

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=36342

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