Casa Palestina

Mai si era registrato un tale sussulto di dignità politica dal premio nobel Europa e dalla maggioranza dei Paesi del mondo, abituati a difendere sempre e comunque l’impunità di Israele. Il 29 novembre 2012 passerà alla storia. Finalmente un primo passo per un riconoscimento tanto atteso.
La Palestina ha diritto ad avere una sua casa.

A dir la verità la notizia in queste settimane era un’altra: ancora una volta la potentissima aviazione israeliana ha squarciato con più di mille raid il cielo di Gaza e la casa del popolo palestinese è stata messa a ferro e fuoco. Quel piccolo presidente del piccolo ma ostinato paese finalmente scritto con la maiuscola, non poteva infatti non iniziare il suo discorso all’Onu ricordando quel sangue ancora fresco: “Oggi la Palestina giunge all’Assemblea generale delle Nazioni Unite mentre sta ancora curando i suoi feriti e seppellendo i suoi morti: bambini, donne e uomini che sono stati uccisi nell’ultima aggressione israeliana; ancora stiamo ricomponendo i pezzi della nostra vita quotidiana tra le rovine delle nostre case distrutte dalle bombe nella striscia di Gaza. Hanno distrutto intere famiglie, uomini, donne e bambini, uccisi insieme ai loro sogni, alle loro speranze, al loro futuro e al loro desiderio di vivere una vita normale, in pace e libertà”.
Casa Palestina continua ad essere attaccata, bombardata, umiliata.

C’è un solo Stato “democratico” che da sessant’anni se ne frega della legalità internazionale e impone al mondo la sua arroganza. La rappresaglia per la decisione dell’Onu scatta immediatamente: se il mondo intero riconosce che anche la Palestina ha diritto ad una casa, Israele non esita un istante e accende i motori delle gru che nella Gerusalemme palestinese continuano l’incessante e soprattutto illegale costruzione di colonie. Nuove case, appartamenti e palazzi; centri commerciali, scuole e industrie, città insomma, tutte dentro la terra palestinese, tutte in casa loro. Ma stavolta sarà una tragedia senza fine se il piano E1 verrà realizzato: L’Europa e gli Usa sanno bene che dietro a quella misteriosa formula si nasconde l’obiettivo più ambizioso dello stato occupante: rendere impossibile per sempre la formazione di uno stato palestinese. Costruire dentro la cosiddetta zona E1 significa spaccare del tutto la Cisgiordania in due cantoni, uno a nord (Ramallah-Nablus) e uno a sud (Betlemme-Hebron). Da quel giorno nessuno avrà più il coraggio di parlare della soluzione dei due stati.
La casa della Palestina è in pericolo. Mai come ora.

E inoltre -prosegue Israele- continuiamo a demolire casa Palestina mettendo a dieta forzata i suoi abitanti.
Israele deve trasferire (girare cioè soldi non suoi) alla Palestina le tasse pagate dai palestinesi e raccolte da Israele. Una cifra considerevole per un paese soffocato: cento milioni di dollari al mese. “I palestinesi quei soldi se li possono dimenticare, non avranno un solo centesimo”-ha dichiarato il ministro Lieberman.
In casa Palestina, si sa, comanda sempre e comunque l’occupante Israele.

E non dimentichiamo che nelle stesse ore la macchina oppressiva dell’occupazione non ha smesso di funzionare da nord a sud del paese. A Hebron un ragazzo di 17 anni è stato ucciso dai soldati israeliani. A Ramallah, invece, l’esercito ha fatto irruzione in piena notte negli uffici di alcune Ong impegnate nei diritti umani, per distruggere tutto. A Gaza i soldati hanno sparato a contadini palestinesi e ad internazionali che insieme lavoravano la terra. Per chi vuole entrare in casa Palestina le restrizioni sono sempre più pesanti e al Ben Gurion, per nessun motivo, è stato ancora una volta bloccato e rimandato in Italia, un giovane volontario di Operazione Colomba.
In casa Palestina, il terrorismo di stato può entrare e distruggere senza scandalo alcuno.

Ma allora, per non impazzire, impotenti di fronte a una tale ingiustizia, tutti ci chiediamo cosa possiamo fare. Diciamolo a tutti, nelle scuole e nelle comunità: Stavolta anche tu puoi fare pubblicamente la tua denuncia anche solo facendoti una foto. La Campagna “Non alberi stranieri ma cartelli stradali” è appena cominciata e già si diffonde come un gesto semplice e forte: Restituiamo un po’ di dignità a quei cittadini israeliani che, essendo beduini palestinesi, resistono come fantasmi sulla loro terra. Nel Neghev, invece di chiedere il riconoscimento dei villaggi beduini, molti di noi occidentali collaborano con chi li distrugge e ci pianta alberelli stranieri.
Alzare la voce – mettendoci la testa, la nostra – è facile: scatta una foto tenendo due cartelli: il nome del villaggio beduino di WADI AL NA’AAM e un altro con la tua CITTA’. Invia le foto al sito www.giornataonu.it nella sezione IN ACTION. Invieremo anche le tue foto a quell’organizzazione che collabora non a “far fiorire il deserto” ma a distruggere i villaggi beduini.
Anche solo una foto (le tue che farai scattare a più persone possibili) può sostenere e difendere Casa Palestina.

BoccheScucite

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