CASO KHASHOGGI/ Il pasticcio di bin Salman che può causare una nuova Siria

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La sparizione del giornalista Jamal Khashoggi mette ulteriormente a rischio la credibilità dell’Arabia Saudita, con pericolose conseguenze per un già sconvolto Medio Oriente. CALEB J. WULFF

LaPresse

La scomparsa, o la probabile uccisione, del giornalista saudita Jamal Khashoggi potrebbe sembrare uno dei purtroppo tanti “incidenti” che capitano a oppositori o giornalisti scomodi in vari Paesi del mondo. Eventi sempre più numerosi, sì da far dichiarare al segretario dell’Onu la sua preoccupazione per una “nuova normalità”, dove è diventata normale la sparizione dei dissidenti. E i due Stati coinvolti, Arabia Saudita e Turchia, non sono certo dei novellini in materia. Tuttavia, il caso del giornalista saudita sta avendo una risonanza mondiale fuori dell’usuale.

In effetti, le modalità della sparizione di Khashoggi sono piuttosto particolari e lo sono le versioni che circolano sull’accaduto: si va dal Grand Guignol dell’uccisione e smembramento del giornalista, versione sostenuta dai turchi, alla pochade di una fuga dal consolato per evitare il matrimonio con la fidanzata turca che lo aspetta fuori, versione fatta circolare da fonti saudite. Da parte turca, si citano video e testimonianze che proverebbero l’uccisione di Khashoggi, prove però ancora non rese pubbliche per coprire l’opera di intelligence dei servizi turchi nei consolati. Poi si è invece parlato di una registrazione fatta dall’orologio dello stesso giornalista, collegato con il cellulare lasciato alla fidanzata.

In attesa che si faccia piena luce sull’accaduto, se mai verrà fatta, molte sono le domande ancora senza risposta, a partire dal perché il giornalista si sia recato al consolato saudita di Istanbul. Khashoggi si era autoesiliato negli Stati Uniti per timore delle rappresaglie del regime ed era ben conscio che una volta nel consolato avrebbe potuto essere deportato nel suo Paese. Rimane altresì incomprensibile che un governo non sappia dare risposte concrete alla sparizione di un suo cittadino all’interno di un suo consolato.

Rimane da capire chi da questa tragica sceneggiata viene danneggiato e chi, invece, ne trae vantaggio. Non vi è dubbio che il maggior danneggiato sia il principe ereditario Mohammed bin Salman, detto MBS, uomo forte del regime saudita, e ha probabilmente ragione Fausto Biloslavo quando definisce l’accaduto “un grande trappolone” per bin Salman. I nemici di MBS sono numerosi: il suo programma riformatore sta deludendo i “progressisti” per la lentezza degli sviluppi, mentre gli estremisti wahabiti sono scandalizzati perfino dalla recente autorizzazione alle donne di guidare l’automobile. Senza dimenticare quella parte della estesa famiglia reale saudita colpita dalle recenti epurazioni condotte da MBS.

Al di là di eventuali responsabilità dirette, per la posizione che occupa MBS non può non essere coinvolto e questa vicenda rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi, cominciando dal sequestro del Primo ministro libanese Saad Hariri. La vicenda destò molte critiche a livello internazionale ed ebbe come esito il riavvicinamento di Hezbollah alle altre formazioni politiche in nome dell’indipendenza nazionale minacciata dai sauditi: esattamente l’opposto dell’obiettivo di MBS. Né ha contribuito positivamente alla sua immagine l’arresto di una dozzina di attiviste per i diritti della donna, che ha portato nello scorso agosto a un pesante confronto diplomatico con il Canada.

Lo scacco principale rimane però la guerra nello Yemen, dove la potenza militare saudita, aiutata da una coalizione internazionale e dalle armi vendute da vari Stati occidentali, non è riuscita a reprimere la rivolta degli Houthi sciiti. La guerra ha trasformato lo Yemen in quella che l’Onu ha definito la peggiore catastrofe umanitaria degli ultimi tempi. Una sconfitta che, come il caso Khashoggi, compromette a fondo l’immagine dell’Arabia Saudita in quanto tale, non solo del principe.

Anche Donald Trump viene a trovarsi in una situazione critica, perché ha trasformato la tradizionale stretta vicinanza degli Usa all’Arabia Saudita in un’alleanza quasi esclusiva, rifiutando quel tentativo, pur cauto, di Barack Obama di riequilibrare i rapporti statunitensi nella regione. Trump non ha potuto evitare di deprecare quanto avvenuto a Istanbul, ma si è subito premurato di riassicurare i sauditi. Con la franchezza che ogni tanto contraddistingue le sue uscite, ha fatto presente ai suoi compatrioti che l’Arabia Saudita rappresenta miliardi di dollari in vendita di armi e in altre operazioni finanziarie, miliardi che altrimenti andrebbero ad altri, vedi Russia e Cina.

Al contrario, diversi esponenti economici statunitensi hanno subito prese misure contro Riyadh, come il Virgin Group di Richard Branson che ha sospeso le discussioni in corso con i sauditi per un consistente programma di investimenti. Molti altri importanti operatori hanno sospeso la loro partecipazione all’incontro previsto per la fine di ottobre a Riyadh sulla Future Investment Initiative, un evento centrale nel programma di rilancio dell’economia saudita voluto da MBS.

Questa situazione non si presenta molto positiva neanche per Israele, che rischia di veder compromessa la distensione in atto con i sauditi. Questa distensione, raggiunta in particolare grazie all’operato del genero di Trump, Jared Kushner, era rilevante sia per Tel Aviv che per Riyadh di fronte al comune nemico: Teheran.

L’Iran, invece, ha comunque da guadagnare dalla crisi che ha colpito l’Arabia Saudita, in un momento in cui anch’esso deve affrontare problemi non indifferenti sia all’interno che all’esterno. Trump a novembre dovrebbe lanciare un’altra serie di sanzioni, ma vista la situazione potrebbe anche cambiare idea, o così possono sperare a Teheran.

La crisi in atto per l’Arabia Saudita può essere vantaggiosa per Erdogan, che infatti sembra deciso a cavalcarla, anche se sarebbe opportuna una certa prudenza, dato che il suo regime potrebbe trovarsi a sua volta nell’occhio del ciclone. Anche Mosca ricava qualche soddisfazione dalle attuali difficoltà di Trump, ma anche in questo caso c’è da sperare che non voglia approfittarne più che tanto. Se in Arabia Saudita si creasse una situazione di estrema instabilità, le conseguenze sarebbero pesanti per tutto il Medio Oriente, soprattutto se Turchia e Iran ritenessero giunto il momento per risolvere a proprio vantaggio le numerose questioni aperte. Il rischio sarebbe di estendere a tutta la regione la tragedia siriana e la situazione diverrebbe incontrollabile.

Ancora una volta, anzi più che mai, è indispensabile che Stati Uniti e Russia trovino un accordo per intervenire sui propri alleati e avviare così una almeno decente stabilizzazione della regione. Forse questa è l’ultima occasione.

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