C’è uno tsunami che sta per arrivare in Israele? di Immanuel Wallerstein

In autunno i palestinesi chiederanno alle Nazioni unite «disponibili» il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il «no» al processo di pace di Netanyahu sarà alle strette, tra la destra interna xenofoba e i paesi arabi in rivolta.
I palestinesi perseguono il progetto di ottenere il riconoscimento del loro stato da parte delle Nazioni unite in occasione dell’Assemblea Generale dell’autunno prossimo. È loro intenzione richiedere una dichiarazione della loro esistenza all’interno dei confini del 1967 prima della guerra israelo-palestinese. È quasi certo che il voto sarà favorevole. L’unico interrogativo al momento è quanto favorevole.
La leadership politica di Israele è perfettamente consapevole di questo. Ci sono tre diverse reazioni in discussione al momento. La posizione dominante sembra essere quella del primo ministro Netanyahu. La sua proposta è di ignorare totalmente tale risoluzione e continuare con le attuali politiche del governo israeliano. Netanyahu ritiene che, poiché si sono già verificate in passato risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sfavorevoli a Israele e sono state tranquillamente ignorate, non ci sarebbe motivo di regolarsi diversamente in questo caso.
Alcuni uomini politici dell’estrema destra (ebbene sì, esiste una destra ancora più estrema delle posizioni di Netanyahu) sostengono che, in segno di rappresaglia, Israele dovrebbe annettere formalmente tutti i territori palestinesi attualmente occupati e mettere fine a qualsiasi ipotesi di negoziato con i palestinesi. Alcuni di loro vogliono anche costringere all’esodo le popolazioni non ebraiche di questo stato allargato di Israele.
Il precedente primo ministro (e attuale ministro della Difesa) Ehud Barak, la cui base politica oggi è di fatto azzerata, mette in guardia Netanyahu, per le sue posizioni irrealistiche. Barak dice che la risoluzione sarà uno tsunami per Israele, e dunque che sarebbe più saggio da parte di Netanyahu raggiungere un accordo con i palestinesi oggi, prima che passi la risoluzione.
Barak ha ragione? Sarà uno tsunami per Israele? Ci sono buone probabilità che lo sia, ma non c’è praticamente nessuna possibilità che Netanyahu ascolti il consiglio di Barak e cerchi davvero di fare un accordo con i palestinesi prima di quella data.
Pensiamo a cosa potrebbe succedere durante l’Assemblea Generale stessa. Sappiamo che la maggior parte (se non la totalità) dei paesi latino americani e un’ampia percentuale di quelli africani e asiatici voterà per la risoluzione. Sappiamo che gli Stati Uniti voteranno contro e cercheranno di persuadere gli altri a seguirli. I voti incerti sono quelli dell’Europa. Se i palestinesi otterranno un numero significativo di voti europei, la loro posizione politica ne uscirà fortemente rafforzata.
Allora, gli europei voteranno per la risoluzione? Questo dipende in parte da quello che succederà nel mondo arabo nei prossimi due mesi. I francesi hanno già accennato significativamente al fatto che a meno che non vedano un progresso nei negoziati israelo-palestinesi (al momento bloccati), appoggeranno la risoluzione. Se lo fanno è quasi certo che i governi dell’Europa meridionale faranno lo stesso. Così pure forse i paesi nordici. È ancora dubbio che Germania, Regno Unito e Paesi Bassi siano pronti ad associarsi. Se quei paesi dovessero decidere per la risoluzione potrebbero trascinarsi dietro molti stati dell’Est europeo, il che significherebbe una larga maggioranza dei voti europei a favore della risoluzione.
Dunque bisogna capire cosa stia succedendo nel mondo arabo. La seconda rivolta araba è ancora vivacissima. Sarebbe affrettato predire quali regimi cadranno e quali rimarranno in piedi nei prossimi due mesi, ma quello che sembra chiaro è che i palestinesi sono sul punto di lanciare la prossima intifada. I palestinesi, perfino i più conservatori tra loro, sembrano aver abbandonato ogni speranza di un possibile accordo negoziato con Israele. È questo il messaggio chiaro che emerge dall’accordo di Fatah e Hamas. E dato che le popolazioni arabe praticamente di tutti gli stati arabi sono in rivolta politica diretta contro i loro regimi, com’è possibile che i palestinesi rimangano relativamente tranquilli? Non rimarranno tranquilli.
E se non rimangono tranquilli cosa faranno gli altri regimi arabi? Stanno attraversando tutti tempi duri, per usare un eufemismo, nel tentativo di far fronte alle rivolte nei loro paesi. Sostenere attivamente una terza intifada sarebbe la posizione più facile da prendere come parte dello sforzo che stanno facendo per riconquistare il controllo nei loro stessi paesi. Quale regime oserebbe non schierarsi a sostegno della terza intifada? L’Egitto si è già mosso chiaramente in quella direzione e Re Abdullah di Giordania ha fatto capire che anche lui farebbe la stessa cosa.
Allora immaginiamo la sequenza: la terza intifada, seguita dal supporto arabo attivo per la terza intifada, seguita dall’intransigenza di Israele. Che faranno a quel punto gli europei? Difficile immaginare che si rifiutino di votare la risoluzione. Si potrebbe facilmente arrivare al voto con solo Israele, gli Stati Uniti e pochi altri minuscoli paesi contro e forse qualche astensione.
Questo mi sembra un possibile tsunami. La paura più grossa di Israele negli ultimi anni è stata la «delegittimazione». Un voto simile non finirebbe per esacerbare il processo di delegittimazione? E l’isolamento degli Stati Uniti sul voto non ne indebolirebbe ulteriormente la posizione nel mondo arabo nel suo complesso? Cosa faranno a quel punto gli Stati Uniti?

(da Il Manifesto 19 giugno 2011, traduzione di Maria Baiocchi Copyright by Immanuel Wallerstein, distrib. by Agence Global)

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