Celare in piena vista

 Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 11 Giugno 2011 20:29

The American Prospect
02.06.201

Celare in piena vista
L’opinione pubblica israeliana viene tenuta al riparo dal conoscere la vita nella West Bank 

Noi non piacevamo all’uomo della sicurezza della colonia. Non gli piaceva il cameraman con i suoi attrezzi ingombranti, o i due produttori di film documentaristici che avevano portato Dror Etkes e me all’avamposto di Derekh Ha’avot a sud di Bethlehem, e sicuramente non gli piaceva Etkes, un attivista israeliano noto per la sua competenza in materia di proprietà della terra e per le sue azioni legali contro la colonizzazione della West Bank. Il coordinatore della sicurezza indossava abiti civili, ma  oscillava un po’ sulla punta dei piedi con l’atteggiamento elastico dei giovani ufficiali combattenti, o degli ufficiali congedati da poco.

“Non si può filmare il quartiere,” ci ha detto. Quartiere è un eufemismo usato per un avamposto, una mini-colonia fondata apparentemente senza l’autorizzazione del governo israeliano, ma che gode in realtà di un sostegno dello stato. Derekh Ha’avot – il nome sta a significare “Strada degli Antenati” – è vicino alla vecchia colonia di Elazar ma al di fuori dei suoi confini municipali. L’uomo della sicurezza lavora per Elazar. Filmare sarebbe stato un “pericolo per la sicurezza”. Non me ne intendo molto di sicurezza, ma ne so un po’,” sogghignò, il che significa che se ne intende parecchio.

Tale argomento relativo alla sicurezza, posso dirlo con un minimo rischio di errore, era un bluff. Derekh Ha’avot, alloggio per tre dozzine di famiglie, si trova su terreno di proprietà privata palestinese, come hanno confermato le autorità militari in una lettera dell’ottobre 2007 a un’altra attivista, Hagit Ofran (in ebraico). Ma lo scorso anno, con uno stratagemma per eludere l’ordinanza di demolizione dell’avamposto emesso dalla Corte Suprema, il Ministero della Difesa ha annunciato che stava riesaminando lo stato di proprietà del terreno per verificare se esso fosse di fatto proprietà dello stato.

L’uomo che all’avamposto ci stava di fronte e non voleva che venisse ripreso nulla, stava dando il suo piccolo contributo alla conservazione delle situazioni reali dell’occupazione al di fuori della vista della maggior parte dell’opinione pubblica. Per questo si merita i ringraziamenti del Primo Ministro Benjamin Netanyahu. La comoda ignoranza dell’opinione pubblica riguardo alle realtà della West Bank è essenziale agli sforzi interni di Netanyahu di dipingere un quadro immaginario della West Bank e del deterioramento della situazione diplomatica di Israele.

Anche il ruolo ambiguo dei coordinatori della sicurezza nella West Bank appartiene a quel mondo invisibile. Ogni colonia ne ha uno. Gli annunci per lavoro richiedono ex-ufficiali. I soldi per i loro stipendi e i SUV a prova di proiettile con i quali pattugliano entro e attorno alle colonie vengono dal Ministero della Difesa, ma vengono veicolati tramite il governo locale delle colonie. Quando una volta provai a intervistare il coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba, un’importante colonia nei pressi di Hebron, l’ufficio del sindaco mi disse che avrei dovuto avere il permesso dell’esercito. Un portavoce dell’esercito insistette a dire che l’uomo era un civile e non un problema suo. Nel 2009, i leader delle colonie reagirono dando in escandescenze quando l’esercito rilasciò le mappe che definivano la giurisdizione di ciascun coordinatore – una mossa che, secondo quanto riferito, rese più difficile ai quasi-sceriffi scacciare i palestinesi dai territori contestati vicini alle colonie. Tuttavia, le mappe dettero ai coordinatori l’autorità giuridica per la sicurezza negli avamposti ufficialmente illegali. Se questa descrizione sembra piena di contraddizioni, l’avete capita bene.

A Derekh Ha’avot, con l’uomo della sicurezza portammo avanti un’ordinaria discussione, poi questi si allontanò su una strada sterrata attraverso una vallata terrazzata verso il vicino villaggio di Alon Shvut. Nel giro di pochi istanti, due jeep militari verde scuro ci stavano seguendo. Quando il cameraman cominciò a filmarle attraverso il finestrino posteriore, una jeep ci passò attorno e si fermò. Ne saltò fuori un tenente che ci chiese le carte di identità e ci ordinò di non muoverci. Rimanemmo fuori dall’auto al sole di mezzogiorno del Medio Oriente. Passò più o meno un’ora. Coloni passavano guidando attorno a noi. Alla fine arrivò un mezzo della polizia. “Vogliamo andarcene,” disse Etkes all’agente. “Andate”, ci rispose il poliziotto – in quanto non aveva alcuna base giuridica per comportarsi in modo diverso. Tutto questo – gli ordini di lasciare l’avamposto, i soldati che il colono ci aveva messo dietro, le molestie iniziate e sono terminate senza alcuna spiegazione – è stranamente normale, un copione familiare per gli israeliani che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica su che cosa succede nella West Bank.

Noi, tuttavia, facemmo una sosta un po’oltre in fondo alla strada dove, su una striscia di collina, erano state piantate diverse file di alberelli di ulivo. Ogni alberello era in una custodia protettiva di plastica con l’etichetta sulla quale si poteva leggere “Il Fondo per l’edilizia e lo sviluppo nella regione delle colline della Giudea”. Una parte di stampa più in piccolo diceva che il fondo era stato finanziato dalle Donne in Verde, un’organizzazione estremista e strepitante di coloni. La piantagione si estende anche su terreni privati palestinesi, riferì Etkes, sulla base dei dati acquisiti in opere di libera informazione. La valle, spiegò, è stato un obiettivo degli sforzi dei coloni di “prendere il controllo di ogni briciola” di terreno. Né la polizia, né l’esercito hanno contrastato tale impegno. E’ un problema di figura e sfondo: o sono i coloni che si comportano come un braccio dello stato, o è lo stato che è il braccio dei coloni.

Questo incidente ebbe luogo entro dieci miglia da casa mia. Per andare da Israele nella West Bank non è che si debba attraversare un oceano. Eppure è divenuta gradualmente una terra sconosciuta alla maggior parte degli israeliani. A parte i coloni, pochi trovano un motivo per recarvisi, in particolar modo dopo l’inizio della seconda Intifada. Anche quei coloni che sono interessati prevalentemente ai comfort delle aree suburbane possono viaggiare accanto a posti di blocco e recinzioni senza prestarvi attenzione, allo stesso modo con cui si comportano i pendolari americani che possono passare in auto davanti a zone urbane degradate lungo la strada che porta all’ufficio nel centro della città. La stampa ebraica si fa carico di segnalare il furto di terra e i casi giudiziari, la costruzione di colonie, i racconti inquietanti narrati dagli ex-militari in servizio. E’ facile saltare gli articoli che hanno titoli sconvolgenti o con nomi di autori che si sa che suscitano irritazione. Non c’è nulla di particolarmente israeliano sul come evitare una notizia penosa.

Ma la facilità con cui si può non sapere è ciò che permette a Netanyahu di far girare le sue storie. Nel suo discorso al Congresso della settimana scorsa – una performance rivolta in gran parte al pubblico nazionale, con i senatori che applaudivano e i rappresentanti come comparse – Netanyahu ha parlato dei “drammatici cambiamenti demografici che si erano verificati” nella West Bank a partire dal 1967 e dei “650.000 israeliani che vivono al di là della Linea del ’67.” I numeri forniti dal primo ministro non sono in pratica stati contestati in patria, anche se i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del governo mostrano che sono 500.000 gli israeliani che vivono nella West Bank e a Gerusalemme Est. Gonfiando del 30 % il numero reale, Netanyahu ha fatto apparire il ritiro ancora più problematico di quanto non lo sia. Con il riferimento ai cambiamenti che “si sono verificati”, ha fatto sembrare la colonizzazione come un mutamento geologico, piuttosto che il risultato di un progetto portato avanti ininterrottamente dallo stato – un progetto che Netanyahu si è rifiutato di interrompere. Dall’intervento, le statistiche di Netanyahu hanno acquisito il valore di dati di fatto. La sua popolarità è salita nei sondaggi.

Lunedì, parlando al Comitato parlamentare per gli Affari Esteri e la Difesa, il primo ministro ha rifilato il pezzo successivo della sua storia. “A settembre, nessuno potrà impedire il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,” ha dichiarato. Ancora una volta, ha descritto il fatto come un processo della natura.

Difatti, non c’è alternativa a un voto che lascerà Israele ancor più isolato a livello internazionale. L’alternativa consiste nell’interrompere l’espansione delle colonie, nello smettere di svendere all’opinione pubblica israeliana l’illusione che le colonie rimarranno al loro posto e che i palestinesi vivranno senza difficoltà sotto occupazione – e che ora abbia inizio sul serio un negoziato. La capacità di Netanyahu di raccontare storie con una faccia seria e con voce ferma lo aiuta a sottrarsi a questa opzione. Come pure lo aiuta ogni piccolo sforzo di mantenere invisibile la realtà dell’occupazione.

Gershom Gorenberg è un eminente corrispondente per The Prospect. E’ autore di The Accidental Empire: Israel and the Birth of the Settlements. 1967 – 1977 e di The End of Days: Fundamentalism and the Struggle for the Temple Mount.

 

Testo inglese in http://prospect.org/cs/articles?article=hiding_in_plain_sight (tradotto da Mariano Mingarelli)

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