Centinaia di richiedenti asilo entrano in sciopero della fame mentre Israele comincia ad incarcerare chi ha rifiutato la deportazione

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21 febbraio 2018

Israele inizia il suo piano di deportazione, per la prima volta imprigionando gli eritrei che hanno rifiutato di lasciare il paese.

Di Ilan Lior
21 febbraio 2018

Tutti i richiedenti asilo nella struttura detentiva di Holot hanno iniziato uno sciopero della fame martedì per protestare contro la carcerazione, nelle prime ore del giorno, di sette eritrei che si sono rifiutati di lasciare Israele.

Sono i primi richiedenti asilo ad essere incarcerati per essersi rifiutati di partire.

I sette eritrei che sono stati convocati per le udienze di pre-deportazione martedì mattina sono stati portati alla prigione di Saharonim, immediatamente dopo, presumibilmente per timore di una loro fuga. Erano stati in precedenza tenuti nella struttura aperta detentiva di Holot ed erano stati i primi a ricevere gli avvisi di deportazione un mese fa. Due di loro erano sopravvissuti alla tortura in Sinai sulla strada per arrivare qui, ma le loro richieste di asilo erano state respinte.

Per il loro rifiuto di lasciare Israele per l’Eritrea o il Ruanda, saranno tenuti a Saharonim per un tempo indefinito finché non cambieranno idea, in linea con le nuove regole stabilite dal’Autorità del Ministero degli Interni per la Popolazione, la Migrazione e i Confini.

Queste sono persone che sono passate per una grave tortura“, ha detto Tal Steiner, capo del dipartimento legale di Hotline for Refugees and Migrants. “Avendoli incontrati, era chiaro quanto avevano sofferto e come erano vulnerabili“.

Due settimane fa, la sua organizzazione aveva chiesto al Ministro degli interni di non deportare o imprigionare questi richiedenti asilo, ma non aveva ricevuto risposta. In più, durante l’udienza di pre-deportazione ad Holot, condotta da funzionari ministeriali, “A noi, come loro avvocati, non è stato permesso di parlare per telefono con i funzionari del Ministero degli interni, e sembra che le loro particolarmente difficili circostanze non siano state affatto considerate. Temiamo fortemente per il loro benessere in prigione. Queste sono persone che hanno bisogno di assistenza e riabilitazione, non di prigionia e deportazione“.

Hotline farà appello alla loro carcerazione, ha detto Steiner.

In risposta, i richiedenti asilo ad Holot hanno lanciato uno sciopero della fame. “Non vogliamo mangiare niente – né domani, né il giorno dopo – perché hanno portato queste persone in carcere“, ha detto Abdat, un eritreo che è stato tenuto ad Holot per dieci mesi. “Nessuno sta mangiando. Ci dicono, ‘È un peccato buttare via il cibo’. Noi diciamo che anche le vite sono gettate via“.

Ad oggi, l’autorità per l’immigrazione ha mandato avvisi di deportazione a più di 100 dei circa 900 richiedenti asilo ad Holot. Gli avvisi avvertono che se non sono d’accordo a partire, affrontano una detenzione indefinita a Saharonim. Per la decisione del gabinetto, Holot stesso è destinato ad essere chiuso entro altre tre settimane, quattro anni dopo che è stato aperto.

Le nuove regole dell’autorità stabiluscono che eritrei e sudanesi che non hanno presentato richiesta di asilo alla fine del 2017, o le cui richieste di asilo erano state rigettate, possono essere deportati in un paese terzo. Dopo avere ricevuto gli avvisi di deportazione, hanno un mese per decidere se vogliono partire e, in caso contrario, possono essere carcerati indefinitamente.

Gli avvisi non fanno il nome del paese terzo, ma oralmente, ai richiedenti asilo è stato detto che è il Ruanda.

L’autorità ha inviato gli avvisi di deportazione ai prigionieri di Holot un mese fa, e due settimane fa, ha iniziato a mandarli ad eritrei e sudanesi che non sono ad Holot. Quando un richiedente asilo è eleggibile per la deportazione va agli uffici dell’autorità per rinnovare il suo permesso di soggiorno, gli viene dato un avviso di deportazione con un permesso per altri due mesi e avvertito che questo sarà il suo ultimo permesso. È anche prenotato per una udienza di pre-deportazione nella quale può cercare di presentare un ricorso per poter rimanere.

Donne, bambini, padri di minori e vittime di schiavitù o di traffico umano attualmente non sono soggetti alla deportazione. Nemmeno ci sono persone che hanno fatto domanda di asilo prima della fine del 2017 ma non hanno ancora ricevuto risposta.

Ci sono attualmente circa 40000 eritrei e sudanesi in Israele, compresi 5000 bambini nati qui. Solo 15000 hanno fatto domanda di asilo al 31 dicembre, e di questi, 8000 stanno ancora aspettando le risposte. Altri 2000 hanno fatto domanda di asilo quest’anno.

Ad oggi, solo a 10 eritrei e a un sudanese è stato garantito l’asilo – un tasso molto lontano da quello di altri paesi occidentali.

Di questi 40000 eritrei e sudanesi, tra 15000 e 20000 sono destinati alla deportazione. Il governo ne vuole deportare 7200 l’anno – il doppio del numero di deportati negli anni precedenti.

Ma il Servizio Carcerario di Israele ha avvertito che non può tenere migliaia di richiedenti asilo che si rifiutano di partire. Ha posto solo per 1000.

Gli avvisi di deportazione dicono ai richiedenti asilo che saranno mandati in un non nominato “sicuro paese terzo che vi assorbirà e vi darà un permesso di residenza che vi permetterà di lavorare”. I documenti promettono anche che il paese terzo non li deporterá ai loro paesi d’origine.

Israele fornirà i documenti di viaggio, pagherà il loro biglietto aereo e darà loro 3500 dollari in contanti quando saliranno sull’aereo, gli avvisi dicono. Quando atterreranno, i richiedenti asilo si incontreranno con funzionari del paese terzo “che vi aiuterà durante i primi giorni”.

Ai richiedenti asilo destinati alla deportazione viene fatta un’intervista iniziale. Poi hanno un mese per decidere se partire volontariamente. Se rifiutano, viene loro data un’udienza con un funzionario dell’autorità per la popolazione al quale possono argomentare se può essere loro consentito di restare. Dopo l’udienza, il funzionario può ordinare di carcerarli immediatamente se decide che “non ci sono reali motivazioni per il loro rifiuto”, stabiliscono le regole dell’autorità.

I richiedenti asilo che hanno in precedenza lasciato Israele per il Ruanda o l’Uganda asseriscono che, contrariamente alle affermazioni fatte negli avvisi di deportazione, questi paesi non hanno fornito protezione e nessun diritto basilare. Molti si sono imbarcati in viaggi pericolosi nello sforzo di trovare posti più sicuri in cui vivere. L’Alto Commissario dell’ONU per i rifugiati ha detto di sapere di soli nove richiedenti asilo che hanno lasciato Israele per il Ruanda e che attualmente stanno là.

In interviste video con Haaretz tre settimane fa, parecchi richiedenti asilo deportati in Ruanda hanno detto che stanno vivendo per la strada, non hanno lavoro e stanno sopravvivendo a fatica. Hanno detto che i loro documenti erano stati confiscati immediatamente dopo il loro arrivo, e alcuni erano stati più tardi arrestati e incarcerati per mancanza di documenti. Hanno anche detto che avevano subito pressioni perché i contrabbandieri li portassero al confine in Uganda.

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