Che cosa accade quando una ebrea settler prende a schiaffi un soldato israeliano?

giovedì 4 gennaio 2018

 

Sia Yifat Alkobi che Ahed Tamimi sono state poste sotto interrogatorio per aver dato uno schiaffo a un soldato in Cisgiordania, ma i loro casi si assomigliano solo in questo, semplicemente perché una è ebrea, l’altra palestinese.

Noa Osterreicher – Haaretz, 4 gennaio 2018 Traduzione di Elena Bellini

Quello schiaffo non si è guadagnato la prima pagina nelle notizie della sera. Quello schiaffo, che è atterrato sulla guancia di un soldato della Brigata Nahal a Hebron, non ha portato a un’incriminazione.

L’assalitrice, che ha schiaffeggiato un soldato che stava cercando di fermarla mentre tirava pietre, è stata posta sotto fermo per essere interrogata, ma è stata rilasciata su cauzione il giorno stesso ed è potuta tornare a casa. Prima di tale episodio, era stata accusata cinque volte di lancio di pietre, aggressione a pubblico ufficiale e disturbo della quiete pubblica, ma mai una volta è stata incarcerata. In un caso, è stata condannata e posta in libertà vigilata, negli altri ha preso un mese di servizi sociali e ha dovuto pagare un’ammenda simbolica, come risarcimento alle parti offese. L’imputata ha sistematicamente ignorato i mandati di comparizione, ma i soldati non sono mai andati a tirarla giù dal letto in piena notte, né hanno mai arrestato alcun suo familiare. A parte una breve relazione di Chaim Levinson sull’episodio, avvenuto il 2 luglio 2010, non ci sono state conseguenze allo schiaffo e ai graffi inferti da Yifat Alkobi alla faccia del soldato che l’aveva sorpresa mentre scagliava sassi contro i palestinesi.

Il portavoce della brigata dello IOF ha detto, all’epoca, che l’esercito “considera grave ogni episodio di violenza contro le forze di sicurezza”; nonostante ciò, l’assalitrice continua a vivere tranquillamente a casa sua. Il ministro dell’Educazione non ha chiesto che resti in prigione, i social media non sono esplosi con appelli a che venga violentata o uccisa, e il giornalista Ben Caspit non ha suggerito che venga punita con il massimo della pena “al buio e senza telecamere”.

Come Ahed Tamimi, la Alkobi è nota da anni alle forze militari e di polizia che circondano il suo luogo di residenza, ed entrambe sono considerate una seccatura, addirittura un pericolo. La principale differenza tra loro è che la Tamimi ha aggredito un soldato inviato da un governo ostile che non riconosce la sua esistenza, ruba le sue terre e ammazza e ferisce i suoi parenti, mentre la Alkobi, una criminale seriale, ha aggredito un soldato della sua stessa gente e della sua religione, inviato dalla sua nazione per proteggerla, una nazione di cui lei è cittadina con speciali privilegi.

La violenza ebraica contro i soldati nei territori è normale amministrazione da anni. Ma anche se sembra assurdo chiedere che i soldati nei territori proteggano i palestinesi dalle molestie fisiche e dal vandalismo contro le loro proprietà da parte dei coloni, è difficile capire perché le autorità continuino a chiudere un occhio, a insabbiare e chiudere casi, o addirittura a non aprirli proprio, quando gli aggressori sono ebrei. Ci sono un sacco di prove, alcune registrate dalle telecamere. E, nonostante ciò, i colpevoli continuano a dormire nei loro letti, sostenuti da ordini divini e ampiamente foraggiati da organizzazioni che ricevono il sostegno dello Stato.

È bello, in inverno, starsene al calduccio sotto la coperta del “due pesi e due misure”, ma c’è una domanda che ogni israeliano dovrebbe porsi: Tamimi e Alkobi hanno commesso lo stesso reato. La pena (o la sua assenza) dovrebbe essere la stessa. Se la scelta è tra liberare Tamimi o incarcerare Alkobi, cosa scegliereste? Tamimi dovrà restare in carcere per tutta la durata del processo – processo in un tribunale militare ostile – e probabilmente sarà condannata a una pena detentiva. Alkobi, che non è stata perseguita per questo reato ed è stata processata da un tribunale civile per reati ben più gravi, è rimasta a casa per la durata del processo. È stata rappresentata da un avvocato che non ha dovuto attendere a un checkpoint per difendere la sua cliente, ed è stata condannata solo ai servizi sociali.

Il Likud e i ministri del gabinetto della Casa Ebraica (partito politico sionista religioso israeliano, ndt.) non hanno motivo di velocizzare l’approvazione di un provvedimento che farebbe applicare la legge israeliana ai territori. Anche senza di esso, l’unica cosa che importa è se sei nato ebreo. Tutto il resto è irrilevante.

Fonte: https://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.832939 Traduzione di Elena Bellini

Ph.: (a sinistra) Ahed Tamimi, 16 anni, nel carcere militare di Ofer, Cisgiordania, 1 gennaio 2018, Credit Ahmad Gharabli, AFP / (a destra) Yifat Alkobi, Credit Tomer Appelbaum   

 

 

Che cosa accade quando una ebrea settler prende a schiaffi un soldato israeliano?

https://frammentivocalimo.blogspot.it/2018/01/che-cosa-accade-quando-un-ebreo-settler.html

 
 

————————————————-

Opinion// What Happened When a Jewish Settler Slapped an Israeli Soldier


Both Ahed Tamimi and Yifat Alkobi were questioned for slapping a soldier in the West Bank, but little else about their cases are similar — simply because one is Jewish, the other Palestinian

Noa Osterreicher 05.01.2018 07:07 Updated: 7:08 AM

Yifat Alkobi

Yifat Alkobi Tomer Appelbaum

This slap didn’t lead the nightly news. This slap, which landed on the cheek of a Nahal soldier in Hebron, did not lead to an indictment. The assailant, who slapped a soldier who was trying to stop her from throwing stones, was taken in for questioning but released on bail the same day and allowed to return home.

Prior to this incident, she had been convicted five times — for throwing rocks, for assaulting a police officer and for disorderly conduct, but was not jailed even once.

In one instance, she was sentenced to probation, and in the rest to a month of community service and practically a token fine, as compensation to the injured parties. The accused systematically failed to heed summonses for questioning or for legal proceedings, but soldiers did not come to drag her out of bed in the middle of the night, nor were any of her relatives arrested. Aside from a brief report by Chaim Levinson about the incident, on July 2, 2010, there were hardly any repercussions to the slap and scratches inflicted by Yifat Alkobi on the face of a soldier who caught her hurling rocks a Palestinians.

The Israel Defense Forces Spokesperson’s Unit said at the time that the army “takes a grave view of any incidence of violence toward security forces,” and yet the assailant goes on living peacefully at home. The education minister didn’t demand that she sit in prison, social media have not exploded with calls for her to be raped or murdered, and columnist Ben Caspit didn’t recommend that she punished to the full extent of the law “in a dark place, without cameras.”

Like Ahed Tamimi, Alkobi has been known for years to the military and police forces that surround her place of residence, and both are considered a nuisance and even a danger. The main difference between them is that Tamimi assaulted a soldier who was sent by a hostile government that does not recognize her existence, steals her land and kills and wounds her relatives, while Alkobi, a serial criminal, assaulted a soldier from her own people and her religion, who was sent by her nation to protect her, a nation in which she is a citizen with special privileges.

Jewish violence against soldiers in the territories has been a matter of routine for years. But even when it seems like there’s no point asking that soldiers in the territories protect Palestinians from physical harassment and vandalism of their property by settlers, it’s hard to understand why the authorities continue to turn a blind eye, to cover up and close cases or not even open them, when the violators are Jews. There is plenty of evidence, some of it recorded on camera. And yet the offenders still sleep at home in their beds, emboldened by divine command and amply funded by organizations that receive state support.

Sixteen-year-old Ahed Tamimi at Ofer military prison in the West Bank January 1, 2018Sixteen-year-old Ahed Tamimi at Ofer military prison in the West Bank January 1, 2018AHMAD GHARABLI/AFP

In the winter it’s nice to get warm and cozy under these double standards, but there’s one question that every Israeli should be asking himself: Tamimi and Alkobi committed the same offense. The punishment (or lack thereof) should be the same. If the choice is between freeing Tamimi or jailing Alkobi, which would you choose? Tamimi is to remain in custody for the duration of the proceedings — trial in a hostile military court — and is expected to receive a prison sentence. Alkobi, who was not prosecuted for this offense, and was tried in a civilian court for much more serious offenses, lived at home for the duration of the proceedings. She was represented by a lawyer who did not have to wait at a checkpoint in order to serve his client and her only punishment was community service.

The Likud and Habayit Hayehudi cabinet ministers have no reason to rush to pass a law that would apply Israeli law in the territories. Even without it, the only thing that matters is if you were born Jewish. Everything else is irrelevant.

Noa Osterreicher

Haaretz Contributor

read more: https://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.832939?&ts=_1515052277745

 
 
 
Contrassegnato con i tag: , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam